V. Papernyj, Kul´tura Dva, Novoe literaturnoe obozrenie, Moskva 20062
(Recensione di Andrea Lena Corritore)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 74-77
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“Il tempo non gli è d’ostacolo: libri come questo hanno lunga vita”, prevedeva nel 1996 Vjačeslav V. Ivanov nella sua prefazione alla prima edizione integrale russa di Kul´tura Dva [Cultura Due]. E, in effetti, è proprio in considerazione dell’enorme importanza che questo libro ha rivestito e continua a rivestire per lo sviluppo degli studi sulla cultura russa, in ambito nazionale e internazionale, che la casa editrice NLO ha deciso nel 2006 di pubblicare una nuova edizione celebrativa, in occasione del venticinquesimo anniversario dalla prima pubblicazione parziale.
La vicenda editoriale di Kul´tura Dva è piuttosto complessa e inizia nel 1980, quando la rivista samizdat di Leningrado 37 pubblica un breve estratto della tesi di dottorato di Vladimir Papernyj (classe 1944), allora studente presso l’Istituto di teoria e storia dell’architettura di Mosca, dedicata all’architettura di epoca staliniana. Gli strumenti ermeneutici di cui il giovane studioso si serviva, forniti dalle teorie dello strutturalismo e della semiotica, all’epoca dominanti negli ambienti dell’intelligencija russa di stampo liberale, e le implicazioni per l’interpretazione della realtà corrente che il testo suggeriva, rendevano il lavoro di Papernyj improponibile per l’accademia sovietica dell’epoca brežneviana; lo studioso difatti sarebbe emigrato negli Stati uniti da lì a poco, nel 1981, e sarebbero passati circa vent’anni prima che la sua tesi potesse essere discussa all’Rggu [Università statale degli studi umanistici] di Mosca.
Tra il 1982 e il 1983 le riviste emigré A-Ja e Obozrenie (Russkaja mysl´) pubblicarono alcune parti dell’opera, ma fu solo nel 1985 che la casa editrice americana Ardis (Ann Arbor, Michigan) pubblicò la prima edizione completa in lingua russa di Kul´tura Dva (un volume enorme e poco maneggevole con le immagini sistemate in fondo). In Russia il libro fu stampato per intero nel 1996 dalla casa editrice NLO (prefazione di Vjačeslav V. Ivanov), quindi, nel 2002, ne uscì la traduzione inglese per le edizioni della Cambridge University Press, con l’introduzione di Boris Groys; ora ne viene pubblicata la nuova edizione riveduta, corretta e ampliata, sempre per i tipi della NLO.
Come si diceva, Kul´tura Dva è un libro fondamentale: da esso ha preso le mosse, o le distanze, o comunque ne è in modo o nell’altro debitore, chiunque si sia occupato di cultura russa dagli anni Novanta in poi. Si ricordino per tutti uno dei primi volumi collettanei di ambito accademico anglosassone dedicati agli studi culturali russi, Russian Cultural Studies. An Introduction (a cura di C. Kelly e D. Shepherd, Oxford 1998), in cui Kul´tura Dva è menzionato fin dall’introduzione, sebbene se ne definisca superato l’approccio metodologico (si veda in particolare C. Kelly e altri, Why Cultural Studies?, Ivi, pp. 1-17), e il recente The Landscape of Stalinism. The Art and Ideology of Soviet Space (a cura di E. Dobrenko e E. Naiman, Seattle and London 2003), per il quale l’idea di studiare la cultura stalinista attraverso la categoria dello spazio (paesaggio, cartografia, costruzione) ritengo sia da far risalire allo studio di Papernyj. In Italia è G.P. Piretto ad avere introdotto Kul´tura Dva nel dibattito culturale attraverso i corsi universitari e i suoi studi della cultura russa.
Lo studio di Papernyj nasce dunque sul terreno delle ricerche semiotiche dei tardi anni Settanta in Unione sovietica, quelle di Ju. Lotman e B. Uspenskij sulle tipologie della cultura e sui modelli duali della dinamica culturale (molto più di quanto ammetta lo stesso autore nel corso dell’opera), e sulla scia degli studi sull’arte e sull’architettura di H. Wölfflin ed E. Panofsky, cui, come suggerisce V. Ivanov, possono essere affiancate le riflessioni di Bachtin sulla cultura comica popolare in opposizione alla cultura ufficiale (L’opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale, Torino 2001) e le teorie di C. Lévi-Strauss a proposito delle differenze fra cultura calda e cultura fredda (Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino 1967). Quanto alla ciclicità dei processi storici, Papernyj stesso afferma di essere partito dalle idee dello storico V. Ključevskij sull’alternanza delle fasi di espansione nello spazio e stanzialità del popolo russo (Kurs russkoj istorii, 1904-1922) per approdare ai lavori di A. Janov e A. Kurkči.
Formalmente Kul´tura Dva trova il proprio oggetto di studio principale nell’architettura sovietica di epoca staliniana, ma l’autore si pone come obiettivo quello di considerare l’architettura come “fusa nella cultura” (p. 17), testo fra i tanti che compongono il macrotesto culturale della società sovietica sotto Stalin: “Partiremo dall’assunto che i cambiamenti occorsi nell’architettura e quelli avvenuti nelle altre arti, in economia, nello stile di vita, nei modelli dell’organizzazione sociale, nel lessico giornalistico e così via, seguano certe leggi comuni” (p. 17). Il motore principale di questi cambiamenti è rintracciato da Papernyj non nel potere politico o nelle sue emanazioni (capi di partito, funzionari di governo, critici) ma nella cultura: “qualcosa che compie questo movimento, attirando in esso i singoli individui” (p. 17). E se una critica può essere mossa all’autore è proprio quella di non avere cercato di definire meglio il suo concetto di cultura, limitandosi a una brevissima citazione tratta da Arnold Hauser, dalla quale potrebbe risultare che la cultura sia un’entità metafisica astratta e indefinibile, di cui si possono descrivere e studiare soltanto gli effetti (pp. 17, 129).
Il metodo usato da Papernyj consiste nel ricondurre i fenomeni culturali a opposizioni semiche binarie, le quali in ultima analisi possono essere tutte sussunte all’opposizione principale di cultura 1 e cultura 2, concetti che, come avverte l’autore, non trovano corrispondenza effettiva nella realtà, non essendo altro che costruzioni artificiali, modelli utili a descrivere e sistemare i fatti culturali occorsi nella società sovietica dallo scoppio della Rivoluzione d’ottobre alla fine dello stalinismo, senza pretese di completezza assoluta o onnicomprensività. Papernyj indaga l’alternanza ciclica delle tipologie culturali, la successione ritmica di cultura 1 e cultura 2, e, sviluppando le riflessioni dello storico Sergej Solov´ev a proposito dell’avvicendamento, nei vari periodi della storia russa, di fasi in cui è predominante l’attitudine della popolazione all’espansione territoriale, a fasi in cui essa è contrastata dal potere che tenta di renderla stabile, fissarla in un luogo (Istorija Rossii s drevnejšich vremen, 1851-1879), arriva a definire la prima come espansione fluida (rastekanie) della popolazione nel paese, la seconda come suo consolidamento (zatverdenie), operato dall’autorità statale per mezzo dell’architettura.
La cultura 1 sarebbe allora caratterizzata dall’orizzontalità: i valori della periferia predominano su quelli del centro. In questa fase le persone si muovono, allontanandosi dal centro; la tendenza è quella di dare un assetto inedito alla società, tagliando i ponti con il passato; prevalgono i valori dell’internazionalismo (la solidarietà e la comunanza di interessi è percepita in base all’appartenenza di classe e al di là dei confini nazionali) e di un livellamento antigerarchico, sul piano dell’organizzazione sociale e spaziale, come anche su quello della coscienza dell’individuo. Il potere politico perde interesse nell’architettura e gli architetti generano idee che difficilmente trovano realizzazione.
La cultura 2 vede concentrarsi tutti i valori al centro. Il movimento inizia a rallentarsi fino a fermarsi del tutto, la società si cristallizza. Avviene una gerarchizzazione verticale a ogni livello: dalla coscienza individuale, all’organizzazione statale, fino alla percezione dello spazio territoriale e architettonico. Il tempo, che nella cultura 1 ha bruciato le tappe per anticipare il futuro, si ferma in un eterno presente e lo sguardo si volta al passato (importanza assunta dalla storia); si creano confini, mentali, sociali e territoriali, invalicabili e l’“altro” diviene espressione di non-cultura. Il potere prende interesse attivo nell’architettura, considerandola strumento per stabilizzare la popolazione e “espressione spaziale del nuovo sistema dei valori tendente verso il centro. L’architettura si fa simmetrica” (p. 20).
È ben percepibile qui l’influenza delle teorie di Lotman e Uspenskij sullo specifico carattere duale delle strutture della cultura russa, per i quali i valori di una fase culturale si ritrovano nella fase successiva in un sistema assiologico ribaltato [si veda Rol´ dual´nych modelej v dinamike russkoj kul´tury (do konca XVIII veka), 1977].
Basandosi su una quantità impressionante di materiali e documenti, riguardanti principalmente l’architettura, ma anche il teatro, il cinema, la pittura, la letteratura, i fatti e gli avvenimenti della vita sociale, politica e culturale, Papernyj identifica il periodo della storia sovietica che va dai primi anni venti al 1932-34 con la cultura 1, e la fase successiva, fino all’eclissi della parabola staliniana, con la cultura 2. Non solo, egli propone altresì un’applicazione dei suoi modelli ad altri periodi della storia russa: i regni di Ivan III e di Ivan il Terribile, l’epoca del raskol, le età petrina e elisabettiana, il regno di Caterina, con risultati quand’anche opinabili, sicuramente degni di grande attenzione.
Ogni capitolo del libro è dedicato a una coppia tipologica (inizio-fine; movimento-immobilità; orizzontale-verticale; livellato-gerarchico; collettivo-individuale; non-vivo-vivo; concetto-nome; bene-male, mutismo-parola...), categorie di polarità opposta intorno alle quali si strutturano oggetti e fenomeni della vita sociale, politica e culturale della Russia della prima metà del Novecento, il cui valore è indagato nel suo sviluppo diacronico. Testi di ambiti eterogenei finiscono sorprendentemente per trarre significato l’uno dall’altro, componendosi nella trama coerente dei discorsi che dominano nelle due fasi storiche studiate da Papernyj. Le utopie delle avanguardie artistiche degli anni venti, gli ingressi e gli interni della metropolitana di Mosca, la riforma del calendario, la propaganda monumentale, i tappeti rossi all’interno dei palazzi, la grafica delle copertine delle riviste, la concezione della famiglia, la riforma degli istituti di istruzione superiore, le costruzioni staliniane, il verde dell’arredo urbano, lo status privilegiato di alcune città, le statue di Lenin e Stalin, il valore della parola scritta, tutto contribuisce alla produzione del discorso della cultura sovietica. Papernyj affastella fatti ed eventi con uno stile affabulatorio lucido e appassionante, indaga i significati degli oggetti-significanti nel loro trasmutare di segno nel passaggio da un periodo all’altro.
Filo conduttore e principale metafora della cultura staliniana è il progetto mai realizzato del Palazzo dei Soviet, le cui fasi di elaborazione si protrassero per quasi tre decenni; di capitolo in capitolo Papernyj applica al testo culturale di questa costruzione le diverse categorie di segni, giungendo a una saturazione semiotica che ne dimostra la natura altamente simbolica.
Nelle intenzioni di chi lo aveva ideato, il Palazzo dei Soviet, che avrebbe preso il posto della Cattedrale del Cristo Salvatore abbattuta nel 1931 per fargli spazio, avrebbe dovuto rappresentare la potenza e la grandezza del popolo sovietico, il quale aveva reso possibile la vittoria del socialismo, secondo la via indicata da Lenin e proseguita da Stalin, riflettendo nelle proprie forme e nelle proporzioni le aspirazioni di questo popolo a una vita felice e armoniosa. La vicenda di questa costruzione era iniziata nel 1931 con la pubblicazione sul quotidiano Izvestija del bando di concorso per la sua progettazione, aperto ad architetti sovietici e stranieri. Nel 1932 ne erano stati dichiarati vincitori Boris Iofan, Ivan Žoltovskij e George Hamilton, ma nessuno dei loro progetti era stato considerato definitivo. Nel 1933 fu indetto un nuovo concorso di cui risultò nuovamente vincitore Iofan. A lui furono successivamente affiancati l’accademico Vladimir Ščuko e il professor Vladimir Gel´frejch; a loro si deve la variante definitiva approvata all’inizio del 1934. I lavori iniziarono nel 1937 ma, nel 1941, con lo scoppio della guerra, la costruzione si interruppe. L’idea di erigere dei monumenti alla grandiosità del popolo sovietico riprese vita nel 1947, in occasione dell’ottavo centenario della fondazione di Mosca, ma piuttosto che riprendere i lavori interrotti, si edificarono i sette grattacieli staliniani, le cosiddette “sette sorelle”, disposti a raggiera intorno al centro simbolico della città di Mosca, dove si ergeva idealmente il ciclopico edificio non ancora realizzato. Dal 1956, dopo la morte di Stalin, si bandirono nuovi concorsi per la realizzazione del Palazzo dei Soviet, ma, nel 1957, fu deliberato che esso sarebbe sorto in un altro luogo, sulle colline a sud-ovest della città. Infine, negli anni sessanta, nell’enorme voragine delle fondamenta del Palazzo, gettate nel 1939, fu costruita una piscina riscaldata all’aperto, che sopravvisse finché, alla fine degli anni novanta, la Cattedrale non fu ricostruita.
Nel corso della sua analisi Papernyj dimostra l’irrealizzabilità del progetto nella realtà: “la costruzione principale della principale città doveva possedere pregi troppo elevati perché li si potesse realizzare in un edificio reale” (p. 125). In quanto espressione della concezione del tempo tipica della cultura staliniana, che si considerava il culmine conclusivo della storia dell’umanità, il Palazzo dei Soviet, per ripercorrere la storia dell’architettura dalle origini alla fine del tempo, avrebbe dovuto rappresentare selettivamente tutti gli stili e le tradizioni architettoniche (pp. 50-52). La sua elevata struttura a gradoni avrebbe riprodotto la verticalità della struttura sociale sovietica degli anni Trenta-Cinquanta culminante con la figura semidivina di Lenin, la cui opera veniva proseguita da Stalin. Le colonne che avrebbero costituito il corpo di questo enorme piedistallo per la statua di Lenin avrebbero, secondo Papernyj, valenza antropomorfa (si veda anche la retorica staliniana delle case come esseri viventi, pp. 158-161) rappresentando il popolo sovietico nella sua disposizione gerarchica. Le guglie poste a sommità dei grattacieli staliniani del dopoguerra, surrogati dell’edificio irrealizzato, non sarebbero altro che un rimando simbolico alla figura di Lenin che avrebbe dovuto sormontare la costruzione delle costruzioni (pp. 124-126). Infine l’autore dimostra come il Palazzo dei Soviet si configuri come un vero e proprio testo verbale a illustrazione dei capisaldi più importanti della società sovietica degli anni Trenta-Cinquanta, in cui la parola assume il valore di logos ordinatore (pp. 220-226, 235), una società in cui prevale una coscienza mitologica pura e non si distingue più, a differenza di quanto avviene nella cultura 1, fra forma e segno (pp. 180-189; anche in questo caso l’influenza di Lotman-Uspenskij è palese, si veda Mif-imja-kul´tura, 1973).
Il volume si conclude con una tabella cronologica che dispone sinotticamente fatti ed eventi dal 1930 al 1956 su due colonne: una denominata “cultura”, l’altra “architettura e altre arti”. Stranamente i materiali posti nella prima colonna sono quasi sempre disposizioni dei vari organi del governo sovietico e decisioni di Stalin. Questo sembrerebbe contraddire quanto affermato da Papernyj all’inizio del libro a proposito della cultura come motore della politica al pari delle arti (si veda sopra e pp. 17, 129), e dà fondamento alla critica mossa all’autore di non avere dato una definizione del concetto di cultura.
In fondo alla presente edizione è stata aggiunta una sezione comprendente, oltre alle prefazioni di B. Groys e V. Ivanov scritte per le edizioni precedenti, le opinioni sul libro di noti studiosi provenienti da vari paesi, a venticinque anni dalla prima pubblicazione parziale.
Sebbene il metodo della storiografia binaria possa oggi essere considerato superato (si veda ad esempio C. Kelly e al., Why Cultural Studies?, op. cit., pp. 2-3), il libro di Papernyj rimane un’opera fondamentale per gli studi di storia culturale russa: oltre a presentare una enorme mole di importanti e affascinanti dati storici e culturali, esso fornisce un metodo di lavoro e modelli di analisi attuali ancora oggi per la lettura e l’interpretazione dei fatti e dei fenomeni culturali.

 
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