M. Caratozzolo, La Russia allo specchio. Cultura, società e politica dell’emigrazione russa a Parigi negli anni Trenta, nota introduttiva di R. Casari, L’Harmattan Italia, Torino 2006
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 105-107
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Questo breve lavoro di Marco Caratozzolo si propone, in maniera estremamente sintetica, di evidenziare la complessità e l’eterogeneità della comunità emigrata russa di Parigi e, nello stesso tempo, di mettere a fuoco il punto di vista dei russi di Francia su se stessi e sulla patria abbandonata e agognata. La vastità del tema si dilata ancora di più in considerazione del fatto che l’approccio metodologico prescelto è quello culturologico, ovvero l’analisi e il raffronto di tutti quegli aspetti (sociali, politici, legati alla pratica della quotidianità e, ovviamente, anche artistici) che concorrono a formare il concetto di cultura di una determinata comunità.
Il maggior motivo di interesse del libro consiste nella ragionevole e convincente scelta di dare un taglio rigidamente sincronico al discorso proposto. La Russia posta idealmente nel titolo di fronte allo specchio è quella che vive a Parigi all’incirca nel 1931, data in cui, nella comunità dei russi parigini, emigrati in seguito agli eventi del 1917, si accentuano tensioni e fratture dovute a un primo ricambio generazionale. In quel periodo l’Europa è investita da una grave crisi economica cui non sfuggono anche i già di per sé sfortunati protagonisti dell’indagine di Caratozzolo. Contestualmente in Urss si assiste al definitivo consolidamento del potere dittatoriale di Stalin e, in un’Europa che si trova di conseguenza costretta a una ridefinizione dei propri rapporti con il modello politico-economico sovietico, la riflessione di chi in quella terra era nato e vissuto, pur secondo modelli culturali completamente diversi, si fa sempre più articolata e reattiva.
Dopo la “Nota introduttiva” di Rosanna Casari, che evidenzia i meriti del libro, e la “Premessa” dell’autore, in cui vengono esplicitati il metodo, l’approccio, le fonti alla base della ricerca, il saggio si articola in tre parti. La prima – “Un giorno da emigrato nel 1931” – di carattere generale e introduttivo, traccia rapidamente il percorso che ha portato Parigi a essere la capitale dell’emigrazione russa nella seconda metà degli anni Venti. L’autore descrive l’eterogeneità sociale e culturale della comunità russa emigrata, sottolinea le difficoltà burocratiche sottostanti all’ottenimento anche del solo status di emigrante (il riconoscimento del passaporto Nansen cui la Francia aderì solo nel 1930, le trafile e i costi per l’ottenimento della carte d’identité) e identifica quattro macro tipi sociali: il russo ricco, che paragona con qualche azzardo a una variante raffinata dell’odierno “nuovo russo”; il malen´kij čelovek, figura evocativa di un modello prettamente letterario e costituito dall’emigrante appena sopra la soglia di povertà – compresi molti esponenti dell’intelligencija; il piccolo borghese, a testimonianza e riconferma di una certa intraprendenza imprenditoriale; infine il niščij čelovek, “il povero emigrato disoccupato, spesso alcolizzato, possibile suicida” (p. 18). Caratozzolo rimarca inoltre il ruolo privilegiato della vita artistica e culturale, con la centralità assegnata in questo senso al caffè letterario, dà spazio al legame tra difficoltà sociale (alla cui soluzione tanto si adoperò la monaca e poetessa Mat´ Marija) e problemi esistenziali che portano molto spesso all’alcolismo o al suicidio, riaffermando, infine, lo sforzo di reagire alla crisi economica del 1931 con un sistema ampio e variegato di approcci imprenditoriali. Il tutto accompagnato da gustosi aneddoti, barzellette, descrizioni di vignette satiriche e caricaturali, soprattutto di Ju. Annenkov e Mad´.
La seconda parte – “La diffusione della cultura” – si sofferma sulla vita artistica dell’emigrazione. Purtroppo, viste le estreme esigenze di sintesi, è il capitolo più debole e limitato del libro. Il 1931 viene visto come anno di grandi sviluppi in tutti i settori dell’arte dell’emigrazione russa: alla già numerosa schiera di pubblicazioni si aggiunge l’uscita dell’importante almanacco Čisla [I numeri], il cinema affronta la rivoluzione del film sonoro, le mostre d’arte si intensificano, teatro e balletti tengono il passo degli altri settori artistici. Ovviamente, un tema così vasto viene circoscritto a pochi esempi emblematici, come l’inserimento della figura del tassista (lavoro diffusissimo nella comunità emigrata russa) nell’immaginario letterario o come la succinta analisi di pochissimi percorsi artistici, concentrata, per ragioni comprensibili, su quegli autori cari a Caratozzolo, quali Gazdanov o Don Aminado.
La terza e ultima parte – “I misteri della magia rossa: la satira su Stalin”– è sicuramente la più innovativa e originale: è proprio sugli aspetti analizzati in questo capitolo che l’autore ha avuto modo di specializzarsi nel corso del suo dottorato di ricerca. Anche in questa parte viene focalizzata l’attenzione sul 1931, anno in cui viene fondato il primo vero settimanale satirico dell’emigrazione, Satirikon. Attraverso la descrizione di alcune copertine e illustrazioni del settimanale, l’autore evidenzia la crescente presa di coscienza e l’ironico distacco da parte della colonia russa nei confronti della propria terra di origine. La critica antistaliniana economica, oltre che sociale e politica, avviene in quel periodo in particolar modo grazie all’opera di grandi illustratori quali i già ricordati Annenkov e Mad´, e si rafforza soprattutto in considerazione del fatto che un ritorno in patria si fa, con il consolidarsi del regime sovietico, sempre meno probabile. La Russia si guarda allo specchio, non si riconosce e attacca tanto Stalin quanto l’intelligencija europea vicina al dittatore. In questo senso diventano bersaglio privilegiato di aneddoti, barzellette e vignette le visite in Unione sovietica di quegli anni di G.B. Shaw, P. Dominique o quella paventata, ma mai realizzatasi, di Charlie Chaplin, artista di culto della comunità russa in emigrazione, in particolare grazie alla figura di Charlot.
Tema caldo, attuale e ancora molto inesplorato, quello dell’emigrazione russa necessiterebbe di maggiori analisi settoriali, a scapito anche di troppo spesso incomplete e inutili sintesi generali. In questo senso il libro di Caratozzolo, che pure va accolto con gratitudine, complice forse una eccessiva limitazione di spazio imposta dall’editore, stuzzica e delude un po’ nello stesso tempo. Quando il libro, appunto nella terza parte, sembra aver preso una direzione convincente e sicura, in realtà si sta già congedando dal lettore che resta con troppe curiosità inappagate. Un’altra vitale esigenza che dovrebbe animare qualsiasi testo sull’emigrazione russa è quella della pubblicazione di materiale inedito, ancora numerosissimo in archivi sia pubblici che privati. Sembrano esserne convinti anche Rosanna Casari nell’introduzione e l’autore che sottolineano l’utilizzo per la stesura del libro di “materiale per lo più inedito”. In realtà però, e la cosa lascia un po’ stupiti, il libro è ricchissimo di documenti rari, quasi introvabili, poco noti, sottovalutati, ma in esso non sembra esserci la minima traccia di materiale d’archivio non pubblicato prima. Le complessive ottantasei pagine del libro vengono però opportunamente impreziosite dalla pubblicazione di alcune delle illustrazioni citate nel corso della narrazione, dalle note dell’autore e da una bibliografia ragionata sull’emigrazione russa a Parigi.

 
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