O. Slavnikova, L’immortale, traduzione di G. Perugini, Einaudi, Torino 2006
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 22-24
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Se in un’opera d’arte le trame significassero davvero qualcosa, leggendo le prime pagine di questo breve romanzo potremmo dire: “l’ho già letto” o, meglio, “l’ho già visto”. Questo perché la somiglianza col film di successo Good bye Lenin! di Wolfgang Becker sembrerebbe schiacciante. Per non dare il colpo di grazia al cuore di chi è sospeso tra la vita e la morte, durante il passaggio da un sistema comunista a uno capitalista, qualcuno s’inventa una messinscena in grado di far credere al malato che nella grande storia nulla è cambiato. Eppure, chiusa l’ultima pagina, il lettore avrà probabilmente dimenticato qualsiasi analogia o, al massimo, gli sarà rimasta l’impressione di aver visto una scena identica da una visuale completamente diversa, forse addirittura rovesciata.
Urali, metà degli anni Novanta, il veterano della seconda guerra mondiale, Aleksej Afanas´evič Charitonov, in seguito a un ictus, giace paralizzato ormai da quattordici anni sul letto che lui stesso, decenni prima, aveva trascinato via con sé, come un trofeo di guerra, dalla Germania sconfitta. Aleksej si era peraltro arruolato già in età adulta e ora, al suo confronto, i pochi veterani rimasti sembravano dei giovanotti. Durante la guerra Aleksej aveva ucciso quindici uomini usando un cappio di seta che non lavava mai e che, tra un’esecuzione e l’altra, portava sempre con sé al collo, tanto da trasformarlo in una parte del suo corpo, come testimoniava la rossa cicatrice rimasta. Il resto della vita, Aleksej, invalido di guerra e pluridecorato, lo aveva trascorso lavorando tranquillo in un archivio tecnico, mantenendo però quella inspiegabile e sinistra “autenticità” (il sottotitolo di questo libro è del resto Storia di un uomo vero) che la moglie, Nina Aleksandrovna, più giovane di lui di circa un quarto di secolo, riteneva poter garantire al marito l’immortalità. Ed è proprio l’immortalità che Aleksej sembra aver paradossalmente guadagnato dopo l’ictus: il suo cuore è rimasto giovane e forte, il suo corpo sembra aver fermato il tempo, almeno all’interno del suo bilocale. L’arresto temporale si consolida grazie alla messinscena organizzata da Marina, figlia di Nina e figlioccia di Aleksej. Temendo che la morte di Aleksej possa togliere alla famiglia la pensione di invalidità, fondamentale sostegno economico, la donna decide infatti di contribuire all’arresto del tempo interno appendendo alla parete della camera del veterano la foto di Brežnev proprio subito dopo la morte del leader; sfruttando inoltre il suo precario lavoro in uno studio televisivo, Marina fa in modo che al patrigno continuino a essere trasmesse dal televisore le immagini grigie e rassicuranti della normale vita sovietica durante l’epoca della “stagnazione brežneviana”.
Nel frattempo la giovane vive la sua vita, tutta proiettata nel tempo esterno, quello della Russia post-comunista. Lotta, “tenendosi aggrappata con le unghie e i tacchi a spillo” (p. 13) al suo posto sempre più precario nello studio televisivo, per un suo spazio nella nuova società selvaggiamente capitalistica. Invisa al direttore dello studio Kucharskij, a sua volta nipote di Apofeozov, importante e losco amministratore locale, Marina, approssimandosi le elezioni, decide di farsi attivista politica per conto del professor Šiškov, “politico e accademico, che aveva seminato il panico agli esami e tuonato dalle tribune di discussione ai tempi della perestrojka” (p. 14). Šiškov sceglie come candidato Krugal´, “uomo dallo sfortunato passato di attore o di speaker televisivo” (p. 45), promettendo a Marina, in caso di vittoria, il posto di vicedirettore dello studio televisivo. Ben presto però il professore si rivelerà, non meno dello smaliziato Apofeozov, figlio dei tempi e della corruzione imperante, e il sistema freddamente architettato durante i pasti, ovvero l’acquisizione della maggioranza tramite il pagamento degli elettori, si ritorcerà, a elezioni vinte, soprattutto contro l’incauta e inconsapevole Marina che verrà accusata di essersi impossessata persino del fondo di beneficenza per gli anziani. Questa è del resto solo l’ultima delle sconfitte che la giovane donna patisce nel corso della storia e della sua lotta per la sopravvivenza: il suo matrimonio con l’inconcludente Sergej naufraga senza che Marina possa rendersene conto o capire i propri reali desideri in proposito, il posto di vicedirettore viene assegnato a un’altra e Marina viene costretta al licenziamento.
Se Aleksej è il protagonista del tempo immutabile e interno, e Marina di quello inarrestabile ed esterno, Nina è l’unica a vivere, in qualche modo, entrambe le dimensioni, seppur senza mai riuscire a far realmente parte di almeno una delle due. È lei a intuire che nella vita di Marina qualcosa è sfuggito per sempre e che la figlia non è in grado di farcela, lei ad avvertire i lenti ma inesorabili propositi di suicidio del marito. Ed è soprattutto lei che, osservando la foto di Brežnev sopra al letto di Aleksej, si accorge che “il segretario generale, la cui morte era stata revocata e la cui longevità veniva prorogata all’inverosimile, in qualche modo aveva preso da Aleksej Afanas´evič quell’autenticità che di per sé non aveva mai avuto” (p. 21) e a sospettare con spavento “che i funerali di Brežnev fossero in realtà un inganno o un film montato da qualcuno, che gli anni si dividessero come prima in piani quinquennali e che il Paese, insieme con le industrie pesanti, continuasse a costruire nei suoi cieli un comunismo già pronto per metà, già riflesso nei tetti” (p. 29).
Attraverso queste riflessioni di Nina sembra passare il messaggio principale del romanzo e la differenza maggiore con l’opera di Becker. Mentre nel film tedesco c’era una divertente raffigurazione nostalgica del cambiamento, qui c’è solo l’angoscioso terrore di un presente che, nella sostanza, non sembra potersi distinguere dal passato. Solo lo scontro tra le due locomotive temporali, che avviene nel finale, quando inevitabilmente giunge in casa la certezza della catastrofe familiare, può dare finalmente ad Aleksej la possibilità di portare a compimento il suo lento concedersi la morte.
Ol´ga Slavnikova, nata nell’attuale Ekaterinburg nel 1957, giornalista, saggista, redattrice, narratrice ha di recente pubblicato il suo quarto romanzo dall’emblematico titolo 2017, vincitore del prestigioso premio Russkij Buker [Russian Booker]. A giudicare da L’immortale, già pubblicato in Francia da Gallimard, la Slavnikova possiede uno stile straordinario, capace di conciliare una prosa netta, concisa, estremamente descrittiva con una facilità di immagini e metafore efficaci e autonome:
la notte, distesa sulla brandina sbilenca dall’odore di vecchia tela catramata, mentre il corpo del marito palpitava di un russare sommesso sopra la sua testa, Nina si concedeva di sognare che tutto sarebbe andato bene e che avrebbe avuto un nipote. Ma a volte dalla stanza vicina, dove dormivano Marina e Sergej, le giungevano strani rumori, che i due producevano chiaramente insieme e di cui Nina non arrivava a capire la natura: non si udiva alcun discorso umano, non si intuiva nulla di fisico, organico, solo un acuto stridio metallico, un cigolio legnoso, il tintinnio di un portamatite che cadeva, come se la camera in assenza dei padroni (che pure erano presenti) si trasformasse in un’arena in cui si scontravano i mobili a quattro zampe (p. 16).
L’autrice non partecipa, non parteggia, non giudica, si limita solo a descrivere e convertire in parole e immagini – grazie anche a un’ottima traduzione italiana – quanto vivono e vedono i suoi protagonisti, senza mai riservare loro quella ironia gogoliana che troppo frettolosamente e genericamente la quarta di copertina attribuisce alla penna della Slavnikova. Semmai la cittadina degli Urali del romanzo sembra a volte stranamente somigliare alla Mosca del Maestro e Margherita di Bulgakov, soprattutto quando i rivali politici di Marina e del professor Šiškov ingaggiano per uno spettacolo di illusionismo un dottore in medicina alternativa, in grado, assieme ai suoi assistenti, di generare felicità nella sala stracolma dell’ex cinema Progress grazie al solo aiuto della declamazione poetica.
Se è vero quanto riportato dall’ultimo numero di Limes dedicato proprio alla Russia in cui, citando un sondaggio del 2005 pubblicato nel sito www.mosnews.com e il libro di Anna Zafesova, E da Mosca è tutto. Storie della Russia che cambia e che non cambia (Torino 2005), si afferma che “il 42% dei russi rimpiang[e] Stalin, l’unico vero zar bolscevico, mentre il 54% dei russi è tanto nostalgico del tardo breznevismo che amerebbe risvegliarsi nel 1984” (p. 9), allora la Slavnikova si fa corretta e distaccata interprete di un cambiamento disatteso e di una difficoltà tutta russa di riuscire a dire anche “Good bye Brežnev!”.

 
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