Oberiu. An Anthology of Russian Absurdism, a cura di E. Ostashevsky, Northwestern University Press, Evanston Illinois 2006
(Recensione di Giulietta Greppi)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 63-64
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In questo libro sono raccolti scritti dei poeti Daniil Charms, Aleksandr Vvedenskij, Nikolaj Zabolockij, Nikolaj Olejnikov e dei filosofi Jakov Druskin e Leonid Lipavskij. La cura è di Eugene Ostashevsky, professore alla New York University e autore di testi che rivelano una parentela coi poeti qui tradotti nel gusto per il dialogo assurdo e per il ribaltamento del senso, nel tono ironico e nell’esplorazione del linguaggio, nel porre domande che restano senza risposta. L’antologia raccoglie un’ampia scelta di testi, soprattutto poesie, la maggior parte delle quali è tradotta per la prima volta in inglese. Il lettore americano poteva infatti trovare in commercio le prose di Charms (D. Kharms, Incidences, a cura di N. Cornwell, London 1993; Idem, Lapa, traduzione di M. Yankelevich, prefazione di B. Jakovljevich, PAJ: A Journal of Performance and Art, 2001, 68, pp. 75-104; M. Yankelevich ha inoltre curato e tradotto nel 2003 per la Ugly Duckling Presse The Blue Notebook, in edizione limitata, con postfazione di B. Jakovljevich), le composizioni teatrali Elizaveta Bam di Charms e Elka u Ivanovych di Vvedenskij, tradotte da George Gibian all’inizio degli anni Settanta (Russia’s Literature of the Absurd, a cura di George Gibian, Ithaca 1971, poi ripubblicato nella stessa collana della presente antologia come The Man with the Black Coat: Russia’s Literature of the Absurd, Evanston 1997), e un’antologia di Zabolockij (N. Zabolotsky, Selected Poems, a cura di D. Weissbort, Manchester 1999). Gli scritti di Nikolaj Olejnikov, di Jakov Druskin e di Leonid Lipavskij non erano invece mai stati tradotti in inglese. Mancava insomma una pubblicazione che riunisse le voci di questo gruppo di ultimi esponenti dell’avanguardia, che rappresentano, come afferma il curatore nell’introduzione, “uno dei più originali e interessanti fenomeni della letteratura russa del XX secolo” (p. XIV).
Ostashevsky spiega la scelta controversa di far seguire nel titolo al termine “Oberiu” quello di “russian absurdism”. Non solo tre degli autori qui presenti non hanno fatto parte dell’ultimo gruppo di avanguardia in Russia, ma, anche per quanto riguarda Charms, Vvedenskij e Zabolockij, è noto che hanno sviluppato la loro poetica soprattutto dopo la disgregazione di Oberiu. Il titolo rivela dunque l’impossibilità di trovare un unico termine che rappresenti autori che pure furono vicini, e il fatto che, spiega sempre Ostashevsky, nonostante la sua imprecisione, “Oberiu” è il termine preferito dai lettori russi. La formula accademica “russian absurdism” è stata introdotta, malgrado l’assenza di entusiasmo dei traduttori, non tanto per suggerire un legame col teatro dell’assurdo europeo del secondo dopoguerra, sulla base del quale del resto è avvenuta la riscoperta di Oberiu, quanto per giustificare la presenza di autori che non fecero parte del gruppo. In conclusione, a distanza di più di settanta anni, gli scrittori qui presenti sembrano ribellarsi un’ennesima volta al tentativo di classificarli sotto un’unica denominazione, si ostinano ad andare oltre, non trovandosi rappresentati dalle formule tradizionali.
A fronte di un titolo di cui il curatore stesso si dichiara scontento e che giudica imperfetto, l’introduzione è decisamente chiara ed esauriente. Dopo alcuni rapidi cenni alle vicende biografiche degli autori, Ostashevsky analizza i nodi principali (il linguaggio, il tempo, la morte, Dio, la verità) attorno ai quali si sviluppa la loro poetica, che nasce dall’esigenza di andare oltre la logica dell’apparenza e di penetrare il mistero della realtà autentica e rappresenta il nonsenso, la caduta della ragione. Il rifiuto della logica, della certezza kantiana nelle categorie di causa-effetto, di spazio e di tempo, produce la disgregazione delle regole del mondo e del linguaggio, e la necessità di dare spazio, nei propri scritti, a regole nuove, a mondi nuovi nei quali il linguaggio è sottoposto ad una revisione totale. Questo è infatti al centro della ricerca poetica degli autori qui antologizzati: “per vedere il mondo come è veramente, è necessario destabilizzare il linguaggio” (p. XXII). La rivoluzione estetica introdotta da Oberiu e sviluppata in seguito dai poeti e filosofi diventa una rivoluzione ontologica, poiché l’arte è il mezzo che questi scelgono per rappresentare la realtà.
Incaricati delle traduzioni sono un gruppo di poeti russi emigrati negli Stati uniti che hanno accettato la sfida lanciata attraverso il tempo e lo spazio da questi loro predecessori, allo scopo di fare non, come indica una nota per il lettore, poesia russa con parole inglesi, né tanto meno poesia americana con un contenuto russo, ma “testi in grado di comunicare come la stranezza e la bellezza degli originali russi risultino in inglese americano” (p. XXXIII). La qualità del risultato raggiunto è evidente nella freschezza del linguaggio e nell’abilità di certe invenzioni, come la traduzione della parola potec, che dà il titolo ad un piccolo capolavoro di Vvedenskij, con frother.
I testi di questa antologia non hanno valore in quanto curiosità storica, documento del tempo, ma parlano ai lettori di oggi in modo immediato, diretto, ponendoci oggi come allora questioni e domande destinati a rimanere tali; la loro poetica nasce e si sviluppa nel contesto storico della fine dell’avanguardia e del conseguente affermarsi del rigido metodo del realismo socialista, che ha ridotto all’isolamento e al silenzio le voci di chi non ha voluto né saputo adeguarsi. Ma, come fa notare il curatore, il modo in cui vissero e morirono non spiega il loro modo di scrivere, altrimenti chiunque avrebbe potuto scrivere come loro.

 
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