A. Parmeggiani Dri, Scritti sulla pietra. Voci e immagini dalla Bosnia ed Erzegovina fra Medioevo ed età moderna, Forum, Udine 2005.
(Recensione di Angelo Floramo)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 101-103
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Le parole dei dormienti sono congelate per sempre in un silenzio di pietra nella piana di Stolac, o nell’ombra muscosa di Radimlja. Attendono un secondo ritorno, ma di chi non è dato sapere. Forse di un re, o di un poeta veggente che li sappia sciogliere in canto. Da secoli protendono verso il pellegrino bianche mani, come ad indicare qualcosa, certamente l’eco di un sogno. Il loro è un esercito di guerrieri silenziosi, tramutati in steli e obelischi da antiche alchimie (chissà quando?), che nella pietra danzano sotto forma di spirali, cerchi mistici, svastiche solari, o fuggono leggeri assumendo la sembianza di serpenti, cervi, cavalli o ancora si intrecciano in stilizzati racemi di vite: sincretismi che ingoiano gli dei e ne metabolizzano i riti nella voragine dei millenni, lasciando di volta in volta trasparire volti antichissimi nella linea incerta di nuovi profili. E così il canto delle pietre apparentemente muta e racconta di santi con l’aureola, arcangeli con le ali, vergini madri che abbracciano al seno bambini divini, croci che sorreggono l’asse del mondo. Ma sotto ogni segno, dentro le spire di ogni significante si nasconde l’identica ricerca della medesima verità. Forse per questo i luoghi di culto di maggiore interesse archeologico sorgono sempre nella stessa area di riferimento, sovrapponendosi in secolari stratificazioni, ad indicare i percorsi di una “storia della lunga durata” che rallenta il tempo del sacro nella suggestione del magico e del meraviglioso. Miroslav Krleža, che della parola fece la ragione di una vita, si abbandonò alla loro fascinazione, tanto da voler organizzare nel 1950 a Parigi un’esposizione che richiamasse l’attenzione del mondo sugli abissi di simboli e verità che si aprono attorno al loro mistero: fu così che nacque la celebre esposizione L’art médiéval yougoslave, forse prima e ultima grande rassegna sul tema, che invitava a leggere in un’unica chiave interpretativa la produzione artistica di quegli “slavi del sud” da poco riunitisi in una giovane federazione di repubbliche socialiste. I popoli costitutivi ravvisavano proprio nei secoli del medioevo una comune identità capace di giustificarne in qualche modo – anche nella pluralità – la convivenza. Ma questo è solo il punto di partenza dell’indagine accurata e fino ad ora intentata che Alice Parmeggiani Dri conduce alla ricerca della “parola” intesa come veicolo di identità, sia essa incisa o scritta, cantata, ricamata oppure dipinta, colta, dotta o popolare. Proprio nella “parola” l’autrice individua infatti un filo sottile che intesse i millenni e li imprigiona entro le trame di un originalissimo percorso storico-etnografico che, pur snodandosi nel fluire dei secoli, viene sistematizzato e raccolto in due macrofasi, e cioè rispettivamente “prima degli Ottomani” e “dopo la conquista”. Il 1528, anno in cui si conclusero le aspre e secolari battaglie per il controllo del territorio balcanico da parte della Sublime Porta (1388-1528), viene pertanto assunto come spartiacque tra due mondi (il prima e il dopo), due anime che tuttavia non si negarono mai vicendevolmente, bensì si intersecarono, tramutandosi lentamente l’una entro le suggestioni dell’altra, per dare vita alla Bosnia contemporanea, la regione più complessa e affascinante d’Europa, che nasce solamente a seguito dell’annessione all’Austria-Ungheria nel 1878. Il saggio prende le mosse dalle prime tracce lasciate dalle tribù illiriche per approdare, dopo il breve processo di romanizzazione voluto da Augusto e culminato con Diocleziano, al primo importante regno slavo, quello del principe Stjepan, sorto nel IX secolo dopo il periodo delle grandi migrazioni da est. Affascinante la digressione sulle iscrizioni in cirillico bosniaco (un alfabeto di venticinque caratteri in cui cirillico e glagolitico si intrecciano assieme) che costituiscono il testo della Humačka Ploča, documento epigrafico estremamente prezioso ascrivibile al X-XI secolo. Ma parlare di Bosnia medievale significa soprattutto soffermarsi a delineare il tempo del Bano Kulin (1180-1204), durante il quale vennero scolpite le iscrizioni di Visoko, l’antica capitale del regno, sede in cui i re ricevevano corona e sepoltura. È in questo tempo, così misterioso, misconosciuto e fecondo, che inizia a diffondersi la straordinaria confessione bogomila, nata almeno duecento anni prima in Bulgaria, quindi diffusasi in Serbia e da lì penetrata in terra di Bosnia intorno al secolo XII. I principi di Visoko la fecero propria, quasi fosse una bandiera di identità da issare contro le mire espansionistiche dei principi ungheresi, attratti nei sempre più stretti vincoli feudali con i potenti signori occidentali, ma anche come grido di indipendenza e di alterità sia da Roma che da Bisanzio. Quasi a proclamare con orgoglio che essere bosniaci equivaleva ad assumere uno status libero da ogni scacchiere, una sorta di appartenenza ad una terra franca, troppo stratificata e complessa per lasciarsi ricondurre alle normalizzazioni dell’univocità, al servaggio obbediente o peggio all’omologazione. È questo il momento della massima diffusione delle steli (i celebri stećci), un lapidario all’aperto di oltre sessantamila marmi, con echi anche in Dalmazia, in Montenegro, nelle contrade della Lika, in Slavonia, in Serbia. L’autrice ne segue la forza comunicativa, proponendo un’antologia critica in cui sottolinea la vivacità di quella lingua primigenia detta bosančica, la sua freschezza e la magia di cui è capace. Quando i turchi presero possesso di queste regioni non fecero altro che arricchirne la complessità con l’apporto dell’arabo e del persiano e il millenario patrimonio di segni, immagini e memorie di cui quelle culture si facevano portatrici. Contemporaneamente i generi si diversificarono nel variegato repertorio di romanze, poemi, filastrocche, canti epici che si intrecciarono fra loro all’insegna del plurilinguismo e del multiculturalismo, di cui la veloce e significativa raccolta antologica proposta e curata dall’autrice offre vivace e ghiotta testimonianza. Istanbul, ben lungi dall’innescare feroci guerre di civiltà con le popolazioni annesse al suo impero, ampliò ulteriormente il dialogo fra le culture, rendendo possibile per più di trecento anni un clima culturale effervescente e dinamico che continuò ad affidare i suoi repertori alla pietra dei ponti e delle fontane, non disdegnando tuttavia neppure la tradizione orale, il canto o l’istoriazione di preziosi manoscritti. La già multiforme varietà grafica, alfabetica e di genere venne poi arricchita in pieno XVI secolo dall’arrivo di numerose famiglie di ebrei sefarditi in fuga dalla cattolicissima Spagna: trovarono rifugio e ospitale ricetto proprio qui, nel cuore islamico di una regione europea sospesa tra oriente e occidente. Nei villaggi in cui la sinagoga, la “medresa” e la chiesa ortodossa convivevano pacificamente, gli intellettuali come i cantori girovaghi, quei guslari cantati da Ivo Andrić, composero testi in lingua “ladina”, una variante ispanica che nel tempo si arricchì nel lessico e nel colore di tutti quegli elementi di sostrato che contribuirono a renderla un unicum davvero irripetibile. Ovviamente continuarono anche ad esprimersi in ebraico (“ivrit”) in ambito aulico e cultuale. Tutto questo patrimonio di ardite architetture linguistiche e culturali perdurò pacificamente fino alla tragedia dell’invasione nazifascista del 1941, con la conseguente formazione dello stato nazionalista croato di Ante Pavelić. Seguirono anni oscuri, che culminarono con lo sterminio degli uomini e la distruzione dei segni stratificati in millenni di storia. Non ultimo merito di questa accurata ricerca, corredata anche da un raffinato apparato grafico e iconografico, è proprio quello di recuperarne, almeno in parte, l’incomparabile bellezza.

 
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