R. Petrović, Il fallito modello federale della ex Jugoslavia, a cura di R. Tolomeo, Rubbettino Editore, Catanzaro 2005
(Recensione di Angelo Floramo)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 11-16
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Molto più che una raccolta di saggi, Il fallito modello federale della ex Jugoslavia è quasi il diario intimo scritto per mano di un prezioso testimone “a conoscenza dei fatti”, una memoria civile asciutta e dettagliata quale solo uno storico d’alto profilo come Rade Petrović sa tratteggiare. Il bel libro, che nasce da una vita intensa dedicata alla ricerca e all’insegnamento, è stato licenziato nel 2005 per i tipi dell’editore Rubbettino. Si direbbe una data di alto contenuto simbolico, se si tiene conto del fatto che riassume in sé un’impressionante sequela di anniversari fondamentali per la storia recente degli “slavi del sud”: i sessant’anni esatti dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, i trent’anni dalla firma del trattato di Osimo, i dieci anni dagli accordi di Dayton. Cicatrici che nella ciclicità della tragedia hanno profondamente segnato quell’arcipelago di nazioni, popoli ed etnie (sloveni, croati, serbi, bosgnacchi, ungheresi, italiani, montenegrini, albanesi, macedoni) che si trovarono, entro le pieghe della storia, a dover condividere alcuni tra gli episodi più drammatici e sanguinosi del “secolo breve” da poco concluso; chiave e paradigma per comprendere l’idea stessa di Europa, un continente che senza il loro apporto risulterebbe inevitabilmente mutilo e incompleto. Il libro di Petrović è tutto questo.
Per di più si configura come una sorta di manuale imprescindibile a uso di quanti vogliano comprendere i Balcani negli ultimi travagliatissimi duecento anni della loro storia, colti nel più ampio quadro delle relazioni con l’Italia. Il materiale che ne costituisce la trama è stato scrupolosamente raccolto, quasi collazionato, da Rita Tolomeo, che firma anche le chiarificatrici pagine introduttive; premessa ed introduzione sono invece rispettivamente di Carlo Ghisalberti e di Antonello Bigini, colleghi, amici, sodali, discepoli di uno degli ultimi grandi maestri nel campo della ricerca storica europea. L’apparato di note critiche e, in chiusura, la fondamentale bibliografia ragionata delle opere di Rade Petrović (dal 1959 al 2005) rendono in filigrana il profilo di uno studioso attraverso la complessità della sua ricerca, definiscono i confini di un’identità, lo “spazio di una passione”, per parafrasare il titolo di uno tra i capitoli più suggestivi che corredano la raccolta.
Molti dei contributi che qui vengono sistematizzati nell’architettura generale del saggio sono comunicazioni tenute in occasione di convegni internazionali, articoli comparsi su riviste specifiche, lezioni, o ancora capitoli tratti da altre opere: un materiale eterogeneo, ricco, diversificato che in alcuni casi viene per la prima volta tradotto in italiano e messo a disposizione della critica. Talvolta la materia è priva di note e di commenti, proprio perché la preziosa biblioteca di Petrović è rimasta a Sarajevo, fonte purtroppo, almeno per ora, inattingibile di documenti e bibliografie.
Ma questo apparente impedimento, che deriva dalla ferita ancora scoperta delle recenti guerre balcaniche, rende ancor più preziosa la vasta messe documentaria, trasformandola per così dire in una fonte primaria che sollecita, stimola e appassiona il lettore, suggerendogli a sua volta chiavi di lettura inedite, lasciandogli intravedere indirizzi di ricerca ancora non battuti o non del tutto praticati. Ingolosendolo ad andare oltre. Avrei voluto incontrare l’autore in una krčma balcanica. Una di quelle osteriacce che lui ama raccontare a pennellate fosche e sanguigne, quasi fossero una metafora stessa della sua terra. Sono certo che l’incontro avrebbe assunto un valore aggiunto del tutto particolare, forse perché le parole sembrano più vere se si sciolgono nell’asprezza di una rakija condivisa, magari con i gomiti appoggiati a un tavolo di legno, vicino al focolare. Mi sono dovuto accontentare più prosaicamente di un telefono. E quanto segue è frutto di quella stranezza tecnologica che avvicina gli uomini tanto da poter parlare eppure impedisce loro di bere assieme dalla medesima fiasca. Ma Dubrovnik resta la meta di un sogno, di un viaggio attraverso i Balcani condiviso con il grande vecchio, forse “l’ultimo degli Jugoslavi”, come lui stesso suggerisce e invita alla fine di questa breve intervista che qui propongo come anomala recensione.
AF Il fallito modello federale della ex Jugoslavia è un libro avvincente, che nasce per l’appunto da una passione, un’identità che attraversa la sua vita.
RP Il titolo è provocatorio. Deve essere compreso nel quadro dei tentativi di costruire uno stato comune jugoslavo. Storicamente vennero posti sul tavolo e dibattuti molti progetti che si ispirarono a modelli tra loro profondamente diversi: centralismo, unitarismo, federalismo… quest’ultimo in particolare era abbastanza ben visto. Ma all’indomani del 1918, a guerra conclusa, prevalse l’idea di un centralismo forte che si basava sull’ideologia dell’unitarismo. Si ritenne allora che serbi, croati e sloveni fossero in realtà un unico popolo diviso in tre differenti stirpi, tre popoli jugoslavi riuniti in un popolo solo, per creare uno stato accentrato sul modello italiano e francese.
Questo modello fallì, connesso com’era alla famiglia reale dei Karaðorðević, che regnò sui territori della Jugoslavia dal 1918 al 1941. La lotta di liberazione, legata al partito comunista e a tutti quei movimenti antifascisti non sempre di ispirazione comunista, lanciò un nuovo programma: quello federativo. In quegli anni la Jugoslavia si doveva difendere da fascisti e nazisti, ma per farlo avrebbe dovuto organizzarsi diversamente, trovare un modello alternativo rispetto a quello precedente.
L’idea di un nuovo modello di stato nacque nel 1943 a Jajce, un paese della Bosnia centro occidentale (soggetto alla dinastia angioina come il suo omonimo Castel dell’Ovo a Napoli). A Jajce si formò un parlamento partigiano che pianificò il futuro della Jugoslavia federale: Slovenia, Croazia Serbia, Bosnia Herzegovina, Montenegro e Macedonia, considerate ormai nazioni (non si parla più di un popolo solo) avrebbero goduto di tutte le prerogative spettanti a una repubblica federale. L’eccezione rimase la Bosnia perché su questo territorio nessuna delle tre stirpi costitutive (serbi, bosniaci musulmani e croati) raggiungeva il 51% della popolazione. Fu così che nel 1943 la Bosnia fu definita casa comune dei serbi, dei bosniaci musulmani e dei croati.
Questa premessa è fondamentale per comprendere la situazione odierna. Quel modello durò per più di cinquant’anni, e fu capace di grandi progressi, come ebbero modo di notare tutti coloro che in quegli anni e negli anni successivi visitarono la Jugoslavia. Devo dire con tristezza ma con franchezza che tra il 1991 e il 1992 anche il modello federale socialista fallì, nonostante tutti i meriti personali di Tito. Dalle sue macerie sono nati stati indipendenti, grazie anche all’aiuto, secondo alcuni profondamente sbagliato, della commissione Badinter. A questi, da qualche mese, si è aggiunto anche il Montenegro, che ha proclamato la propria indipendenza. Il problema non è legato a Dayton. Il fatto è che tutti i popoli un tempo afferenti alla ex Jugoslavia sono dispersi nelle vecchie unità federali. Alcuni sono oggi diventati minoranza.
Prenda ad esempio la Slovenia: è una repubblica ben organizzata e, al suo interno, convivono diverse minoranze, come quella italiana e quella ungherese. E gli sloveni sono piuttosto orgogliosi nell’affermare di aver risolto brillantemente i problemi inerenti la loro tutela. Ma si tratta di poche centinaia di persone. Che dire dei 60 mila croati, dei 50 mila serbi o dei 40 mila musulmani che ormai, non più considerati popoli costitutivi, sono diventati minoranze non riconosciute dalle repubbliche indipendenti?
Io sono nato a Dubrovnik nel 1932. Ho vissuto nella Jugoslava dei Karaðorðević, poi nello stato fascista di Ante Pavelić durante la seconda guerra mondiale, quando la Croazia, divenuta stato indipendente comprendente anche la Bosnia Herzegovina, perseguì una politica etnica fortemente nazionalistica, che ho purtroppo vissuto sulla mia stessa pelle, dal momento che appartengo a una famiglia serba ortodossa. Spesso nelle discussioni storiche ci si dimentica che tra le vittime di quel regime fascista ci furono anche serbi, musulmani, zingari… ma anche tutti quei croati democratici di sinistra che si opposero al regime. Poi ho vissuto nella Jugoslavia di Tito. Per tutti noi che all’epoca avevamo tra i tredici e i quattordici anni, quel modello politico ha offerto molte possibilità di crescita, nei campi dell’istruzione, della cultura, dell’economia. Sono poco più giovane dello stato jugoslavo nato nel 1918. E ho avuto la possibilità di seguirne dal vivo tutta la storia. Forse per questo ho sempre sentito mio il motto di bratstvo i jedinstvo [fratellanza e unità] coniato proprio in quegli anni. Poi ho assistito alla dissoluzione nel sangue di questo mondo. Non avrei mai creduto che un giorno sarebbe potuto accadere.
AF Quali sono state le tappe fondamentali nella sua personale biografia, quelle tappe che l’hanno portata ad essere Rade Petrović, lo studioso attento, l’uomo politico aperto al dialogo, al confronto e alla conoscenza? Come nasce proprio oggi l’esigenza di raccogliere in un volume i saggi, gli articoli, gli interventi che costituiscono il libro?
RP Noi che viviamo sulla costa adriatica abbiamo sempre avuto un senso di profonda familiarità con l’Italia, il nostro grande vicino. Dubrovnik storicamente è sempre stata frequentata da genti provenienti dall’altra sponda. Penso soltanto ai pugliesi, che qui vengono chiamati pujsi, croatizzandone il nome: fruttivendoli presenti da secoli sui banchi del mercato! E poi un porto commerciale grande come questo ha sempre visto mescolarsi molta gente. È la grande tradizione culturale della costa adriatica, sia essa montenegrina, croata, jugoslava.
Nel 1941 le truppe nazifasciste occuparono l’intera regione. Noi, qui, all’estremo lembo della Croazia, vivemmo in quei mesi condizioni economiche davvero difficili. La mia famiglia abitava abbastanza vicino alla caserma Roma, non distante dal porto commerciale, divenuta sede della divisione Marche. Gli italiani si erano acquartierati negli edifici di una vecchia caserma asburgica. Ogni giorno noi ragazzi andavamo a chiedere il rancio ai soldati italiani. Ho imparato a dire “cucchiaio”, “forchetta”, “gavetta”, “pastasciutta”, “minestrone”. Il comandante era il generale Giuseppe Amico che nel 1943 si oppose ai tedeschi e venne fucilato. Lo vedevo quando veniva in visita alla caserma. Nell’entroterra si combattevano fra loro partigiani, ustascia, truppe di invasione. Un giorno un soldato mi offrì qualcosa da mangiare dalla sua gavetta. Ma il generale Amico, che assistette alla scena, mi ordinò di gettare il rancio in terra. Avevo fame. Non capivo perché mai avrei dovuto sprecare quell’opportunità di mangiare. Poi seppi che il soldato era affetto da tubercolosi, allora incurabile e mortale. Fu un gesto umano, uno dei tanti che permette di leggere una diversa sfumatura dell’occupazione italiana rispetto a quella germanica. I tedeschi erano molto più severi. Poi la guerra si concluse.
Negli anni Cinquanta mi feci assumere in dogana a Dubrovnik. Furono anni molto duri. Ma mi permisero di coltivare il mio interesse per l’Italia. I marinai mi portavano sempre qualche rivista dai loro viaggi. Studiavo. Da autodidatta. Poi mi sono trasferito all’università di Sarajevo, per conseguire la laurea. Il mio professore, il carissimo maestro Kapisis, mi raccomandò, data la mia origine ragusea, di frequentare l’importantissimo archivio storico cittadino, che contiene non solamente le carte e gli atti della repubblica di Ragusa, ma anche una documentazione preziosissima per la storia contemporanea.
Fu lì che trovai i cartolari e i faldoni appartenenti all’avvocato Cingria, che divenne sindaco della città, e fu anche presidente del comitato per l’aiuto degli insorti in Bosnia durante la rivolta del 1878. Appoggiò Mićo Ljubibratić, uno dei capi dei rivoltosi, e in questo venne aiutato da truppe di garibaldini volontari. Studiai le carte, i documenti originali dell’epoca, leggendo anche le cronache dei giornali come Il Piccolo e il Gazzettino, che allora parlarono di questa insurrezione, la più grande crisi d’oriente in Europa che si concluse con l’occupazione della Bosnia da parte dell’Austria. Mi appassionai alla lettura delle relazioni dei consoli italiani a Sarajevo. Già nel 1863 c’era un console piemontese a Sarajevo, Cesare Durando…
Insomma, il mio fu un amore per l’Italia sostenuto anche da una borsa di studio che vinsi nel 1965 e che mi permise di studiare a Roma con Alberto Maria Ghisalberti, allora presidente dell’Istituto per il risorgimento italiano, preside della facoltà di Lettere e filosofia alla Sapienza e docente di Storia del risorgimento italiano. Perché tanto interesse? Chiunque volesse studiare le vicende della Jugoslavia unita dovrebbe prima conoscere a fondo il risorgimento italiano: per capire come da una semplice espressione geografica possa nascere uno stato unitario.
Da allora seguirono molte frequentazioni culturali con accademici italiani di chiara fama: Ghisalberti, Mombelli, De Felice, Romeo, Campora, Valsecchi e tanti altri ancora, che mi permisero di coltivare questo mio amore per l’Italia. Molti miei saggi vennero pubblicati su riviste italiane. Oggi i miei colleghi della Sapienza, come la Tolomeo, con l’aiuto di Carlo Ghisalberti, figlio di Alberto, e Biagini, hanno voluto raccogliere tutti questi articoli e pubblicare un bel libro che ha saputo organizzarli sistematicamente.
AF Una delle tesi che lei porta avanti è che pur non esistendo più il “modello jugoslavo” è tuttavia possibile, anche se molto pericoloso, definirsi oggi jugoslavi. Lei si sente jugoslavo. In un passaggio molto bello del libro lei sostiene di essere in questo profondamente slavo e profondamente meridionale. Di amare per questo la musica, il canto, la buona tavola, le dispute filosofiche... Ma cosa significa davvero oggi essere uno slavo del sud? Uno jugoslavo, appunto?
RP La domanda è molto giusta. Oggi dichiararsi jugoslavo è un pericolo. E può essere anche letale, in determinate occasioni. I nuovi stati costruiscono la loro identità criticando tutto il passato, e non riconoscono nemmeno quello che c’è stato di buono.
Oggi le identità nazionali imperversano (sloveni, croati, serbi, bosgnacchi, montenegrini: quando i montenegrini parlano della loro storia è come se parlassero della storia di Inghilterra… tutto è grande, importante, imprescindibile!).
L’idea jugoslava nasce nel 1918. Ma con la stessa cautela che fece affermare a Cavour: “abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani”; anche allora si pensava di dover lavorare molto nella creazione di un’identità comune jugoslava. Era questo il pensiero dominante di Tito. Già Subilov nel 1915 prevedeva l’istituzione di un ministero per l’università, affinché gli atenei diventassero vivai per coltivare la nuova coscienza nazionale jugoslava. Un movimento non ancora studiato, che ha suscitato molti contrasti tra jugoslavismo e slavismo, croatismo, serbismo… Fu il vescovo Strossmayer (un uomo illuminato, per inciso colui che criticò il dogma dell’infallibilità papale) che su questa stessa linea incentivò la nascita dell’accademia jugoslava per le arti, le scienze e le lettere.
Oggi, dopo la dichiarazione di indipendenza delle repubbliche, le accademie si sono nazionalizzate e si chiamano accademia slovena, accademia croata, accademia serba... anche le vie, le strade hanno cambiato nome. Questo processo è ancora in corso, ed è davvero difficile prevedere dove porterà.
Una cosa è certa: la nuova capitale per tutti gli jugoslavi è ormai Bruxelles. Il prezzo pagato è davvero molto grande.
AF Il libro è suddivisibile in tre parti. Nella prima lei segue la nascita e lo sviluppo di quel sogno che portò alla nascita della Jugoslavia, ricercandone le radici fin nelle complesse architetture politiche della seconda metà dell’Ottocento; nella seconda parte si occupa della Bosnia e dei suoi mondi, così variegati e complessi; nella terza e ultima parte della Dalmazia. Anime, storie, destini molto differenti. La scelta dei temi non è certo casuale, ma credo si possa dire paradigmatica… È così?
RP Prima di tutto va chiarito che si tratta di una raccolta di saggi. Saggi che hanno per oggetto la formazione della Jugoslavia, poi si interessano della Bosnia, quindi affrontano la storia più recente della Dalmazia. Nel 1968 ho pubblicato un libro che è ormai giunto alla seconda edizione: Nacionalno pitanje u Dalmaciji u XIX stoljecu [La questione nazionale in Dalmazia nel XIX secolo], in cui ho studiato la società dalmata, le battaglie nazionalistiche che scoppiarono tra croati, serbi, slavi dalmati, i movimenti autonomisti italiani... Sullo sfondo di ogni crisi politica si staglia inevitabilmente il diritto di autodeterminazione dei popoli. L’autodeterminazione a sua volta porta inevitabilmente alle istanze separatiste.
Dal 1945 in poi in Europa orientale il ruolo principale è giocato dai vari partiti comunisti nazionali. Se questi decidevano che non ci sarebbe stata secessione, ebbene la secessione non si sarebbe mai verificata. Per questo si può tranquillamente affermare che l’autonomismo e il regionalismo emergono dal progressivo indebolimento degli apparati partitici e burocratici cui andarono incontro i paesi afferenti al blocco comunista dopo il 1989.
Oggi in Serbia si discute del Kossovo e del Montenegro, e in Bosnia sono ancora molto seri i problemi di convivenza fra i tre popoli costitutivi: bosgnacchi (o bosniaci musulmani), serbi e croati. In base agli accordi di Dayton in Bosnia sono nate due entità separate, quella bosniaco-musulmana, con Sarajevo quale capitale di riferimento, e quella serba, legata a Banja Luka. Per questo anche i croati hanno rivendicato un ruolo, riconoscendo in Mostar il loro centro di riferimento. Ma la popolazione croata è dispersa su tutto il territorio. La pulizia etnica, che ancora regna, ha cambiato molto le carte del gioco. Per questo nessuno sa come risolvere il problema.
Nella prima parte del libro ho affrontato la questione dei Balcani. La mia argomentazione storica parte proprio dalla necessità di capire quali siano i confini di questa enorme e complessa regione. Sloveni e croati sostengono di non farne parte. Ma se non sono balcanici cosa sono? Penso al presidente del consiglio croato, capo di un partito nazionale che rivendica a sé il ruolo di guida dell’intera regione, quella balcanica, ovviamente! Non si ritengono balcanici ma vogliono essere considerati il punto di riferimento dei Balcani. La discussione è ancora aperta.
Il risultato immediato è che i nuovi stati non trovano ancora una stabilità geopolitica. Sono nati da una guerra fratricida, civile, culturale. Sono stati commessi, da tutte le parti in conflitto, orrendi crimini di guerra. Chi mai deve essere considerato colpevole? Coloro che dagli uni sono onorati come eroi dagli altri sono condannati in quanto criminali. La situazione è complicatissima e certamente non basterà questa nostra breve chiacchierata per mettere ordine nelle idee. Ma, al di là di tutto, è bene capire che senza Balcani non ci può essere nemmeno un’Europa unita.
AF In più punti del suo libro emerge chiaro il concetto di “civiltà del bacino Adriatico”. Una specie di civiltà comune che tocca le sue sponde, che nei secoli ha intrecciato destini comuni, nel bene e nel male, nella tragedia di conflitti spaventosi e al contempo nell’orizzonte di una storia condivisa, che si allaccia spesso all’Italia, alle sue genti….. Ce ne vuole parlare?
RP Bacino adriatico. È un mare che storicamente collega due sponde. Quella orientale e quella occidentale. Questi collegamenti sono ben noti, testimoniati dai documenti conservati negli archivi. Il modello di vita, i cibi, i canti sono, in qualche modo, condivisi: un patrimonio comune che si sviluppa e permane anche dopo la creazione dello stato jugoslavo. Persiste anche dopo la fine della guerra.
Da ragazzino mi piaceva ascoltare la radio. Mi sintonizzavo su Radio Bari. Mandavano in onda una trasmissione che si chiamava “Ballate con noi”. Ogni sera si poteva ascoltare musica americana: Glen Miller, il boogie woogie e altre melodie che qui da noi spopolavano! Bari è sempre stata un ponte per l’oriente. Non parliamo poi del ruolo svolto dall’antica Ragusa: la sua zecca, la letteratura, l’arte. E oggi turismo e traghetti rappresentano un collegamento costante, rafforzano il senso della continuità. Da Roma ogni settimana partono due voli per Dubrovnik, che ormai è ben collegata anche con Londra, con Francoforte. Un aeroporto internazionale.
Eppure bisogna lavorare ancora molto per avvicinare le due sponde, i diversi stati, in un clima che porti all’unione europea. Purché le relazioni siano sempre intessute tra pari, e non in modo tale che gli altri siano padroni e noi servi.
AF La Bosnia: una terra di meraviglie, con un passato di grandi suggestioni culturali, un crogiolo di civiltà, come emerge dai suoi saggi. Oggi si parla tanto di “radici europee” forse da un punto di vista esclusivo più che inclusivo... voglio dire, più per escludere e separare che per trovare elementi e tratti in comune. La Bosnia musulmana, la Bosnia ottomana... potrà mai insegnare all’Europa che verrà il valore della diversità, della pluralità e del confronto?
RP La Bosnia Herzegovina rappresenta il periodo più bello della mia vita. Ho lavorato, mi sono laureato, ho studiato, ho fatto parte del governo di Sarajevo, ho fondato il primo circolo italo-jugoslavo che si prefiggeva di promuovere ogni forma di avvicinamento tra i nostri mondi, non solo a livello culturale. La Bosnia storicamente è sempre stata per sua stessa vocazione l’entroterra di Dubrovnik. E Dubrovnik a sua volta ha sempre avuto quali interlocutrici preferenziali città “venete” come Spalato e Zara, anch’esse legate agli scambi commerciali e culturali con la Bosnia. Nel cuore di Sarajevo ancora oggi sono visibili i grandi magazzini in cui i mercanti ragusei stipavano le loro merci. L’edificio è ora diventato un bellissimo ristorante, molto rinomato.
È qui che un giorno, in veste di ministro della pubblica istruzione della Bosnia, ho offerto il pranzo al premio Nobel per la letteratura Ivo Andrić. Ero molto preoccupato. Temevo che il compagno Andrić, abituato alle raffinatezze di Belgrado, la capitale, trovasse forse troppo pesante la cucina tradizionale bosniaca. Andrić si comportava come un diplomatico di altissimo livello. Non aveva molto dello scrittore anarchico, bohemienne. Ad ogni modo mi sono presentato con un notevole anticipo all’appuntamento. Lo so, in genere i ministri si fanno attendere, ma io ero ossessionato dal pranzo. Chiesi ripetutamente al cuoco se avessero carne di vitello, o qualcosa di parimenti leggero. Mi fecero capire che la cucina Bosniaca è leggerissima proprio perché ricchissima di assonanze con la dieta mediterranea!
La Bosnia è parte integrante del mosaico dei popoli del Mediterraneo. Sarajevo è Dubrovnik almeno quanto Dubrovnink è Sarajevo. Di queste cose il vecchio professor Petrović potrebbe raccontare per ore. Ormai lei sa tutto di me! Dovrebbe prendere la macchina e venirmi a trovare a Dubrovnik. Facendo la costa però. Solo così può capire. Lo consiglio sempre ai giovani studiosi. Fate il viaggio, attraversate la terra, parlate con la gente. Tornerete a casa con qualche idea in più.

 
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