A. Politkovskaja, La Russia di Putin, traduzione di C. Zonghetti, Adelphi, Milano 2005;
E. Limonov, Limonov protiv Putina. Takoj prezident nam ne nužen, Moskva 2005.
(Recensione di Marco Dinelli)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 92-95
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“Vorrei uno come Putin”, cantano le ragazze di un nuovo gruppo musicale russo che, sfruttando la popolarità dell’organizzazione giovanile filoputiniana Iduščie vmeste [Camminiamo insieme], ha esordito nel 2002 col nome Pojuščie vmeste [Cantiamo insieme]. Putin infonde sicurezza, ha le caratteristiche dell’uomo ideale: è “pieno di forza”, “non beve” e non tratterebbe mai male una ragazza. L’immagine del presidente compare su vari gadget, dai calendari alle magliette. La somiglianza con il personaggio dell’elfo Dobby nel film Harry Potter e la camera dei segreti (2002) è quantomeno sospetta. Gli autori di un articolo scritto per la Nezavisimaja gazeta in occasione della fiera del libro tenutasi a Mosca nel marzo di quest’anno citano più di trenta titoli dedicati al presidente: nel mercato librario “Putin è diventato un brand”.
Nella narrativa russa degli ultimi anni la figura del presidente russo, spesso usata in senso parodistico, ritorna con l’insistenza di un’icona pop: è lui, come qualcuno ha detto, il nuovo “eroe del nostro tempo”. Nel romanzo fantapolitico di Aleksandr Prochanov, Gospodin Geksogen [Il Signor Hexogen, 2002], a Putin è ispirato il personaggio dell’Eletto, colui che prenderà il potere grazie a una società segreta composta di generali dell’ex Kgb e salverà la Russia dalla dissoluzione già in atto, secondo alcuni, in epoca el´ciniana. In Čisla [Numeri], il romanzo di Pelevin contenuto nella raccolta DPP(NN). Dialektika Perechodnogo Perioda (iz Niotkuda v Nikuda) [Dialettica del Periodo di Transizione da Nessunluogo a Nessundove, 2003] Putin è una presenza sensibile che aleggia su tutte le peripezie del banchiere Stepan Michajlov, quasi un’entità metafisica che indica la vera Via [Put´]. Al protagonista di Duchless, il bestseller di Sergej Minaev (2006), il presidente appare in sogno: col viso coperto da una maschera di pipistrello e dotato di enormi ali di caucciù volteggia sopra l’immensa Russia per difenderla dai suoi temibili nemici, dagli oligarchi al terrorismo internazionale. Viktor Erofeev, nella sua ultima raccolta di racconti-saggi Russkij apokalipsis [Apocalisse russa, 2006] lo rappresenta come “lo zar dei sogni dei russi”, una sorta di vuoto in cui ogni russo riverserebbe le proprie ossessioni. Al presidente sono dedicati anche il romanzo fantapolitico di Sergej Dorenko 2008 (2005) e una raccolta di nove testi teatrali intitolata Putin.doc (2005). Andrej Kolesnikov, giornalista del quotidiano Kommersant, ha pubblicato nel 2004 i due tomi Io ho visto Putin [Ja Putina videl] e Putin ha visto me [Menja Putin videl]. Maksim Kononenko, in arte Mr. Parker, è impegnato nella stesura di storielle sul presidente che confluiscono nel progetto in progress, politicamente piuttosto ambiguo, denominato Vladimir VladimirovičTM (http://vladimir.vladimirovich.ru/).
Nonostante la popolarità, non solo letteraria, del presidente (a detta di molte donne russe Putin possiede un’indiscutibile carica erotica), il popolo tace. Il personaggio Putin non ha dato origine a veri e propri cicli di barzellette, com’era avvenuto invece per i suoi predecessori. Le poche barzellette che lo vedono protagonista non svolgono più una funzione dissacratoria nei confronti del potere come avveniva in passato. Al contrario ne esaltano l’efficienza, l’inflessibilità e il potere illimitato: e nell’esagerazione umoristica si avverte più la paura che la beffa. Se proprio si volessero trovare analogie con le barzellette sui dirigenti politici delle epoche precedenti, bisognerebbe risalire a quelle su Stalin o sul Kgb. O a quelle degli anni Novanta sui nuovi russi, la cui violenza verbale riecheggia nel linguaggio secco del presidente. Si potrebbe dire che la matrice del folclore putiniano l’abbia fornita lui stesso quando, nel settembre del 1999, ancora primo ministro, ha pronunciato parole che sarebbero entrate a far parte della fraseologia di ogni russo: i terroristi “li facciamo fuori nel cesso”.
“Who is Mr. Putin?” chiedeva nel 2000 la giornalista americana Trudy Rubin ai membri della delegazione russa presente al World Economic Forum di Davos, ma nessuno di loro aveva osato pronunciarsi sull’argomento. La differenza fra lui e gli altri leader del passato, indubbiamente, salta agli occhi. In particolare il contrasto con il suo predecessore è talmente evidente da sembrare artificioso, come se fosse stato creato intenzionalmente per la gioia di semiologi ed esperti di comunicazione. E per quella degli elettori, si capisce. Putin, ex agente del Kgb-Fsb, uomo tutto d’un pezzo, i capelli radi, il viso affilato e la costituzione atletica, l’eloquio pragmatico e non sporcato da inflessioni dialettali, è l’antitesi di Boris El´cin, uomo dalle fattezze popolari e dai modi scomposti, la capigliatura folta simile a un candido parruccone, la fisionomia porcina accentuata dal gonfiore tipico di chi si lascia andare troppo spesso ai piaceri della bottiglia, il linguaggio colorito reso ancor più grottesco dalla pronuncia strascicata e dalle pause estenuanti. Se però ci si vuole addentrare in un esame più approfondito della politica dell’attuale presidente della Russia è utile leggere due libri usciti recentemente, La Russia di Putin di Anna Politkovskaja e Limonov contro Putin di Eduard Limonov. Al quesito “chi è Putin?” i due autori offrono una risposta non viziata dai luoghi comuni alimentati dalla comunità internazionale e dai media russi e occidentali (un’altra eccezione è costituita dal libro di J. Allaman Cecenia. Ovvero, l’irresistibile ascesa di Vladimir Putin, traduzione dal francese di G. Cianfrocca, Roma 2003).
“Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero”, scriveva Pasolini nel 1974. È quanto fanno in Russia, a trent’anni di distanza, Anna Politkovskaja e Eduard Limonov.
Pubblicato per la prima volta in inglese nel 2004, La Russia di Putin è uscito nel 2005 in Italia, tradotto dall’originale russo mai dato alle stampe, molto più aspro nello stile e nel contenuto della levigata traduzione inglese, come spiega la traduttrice Claudia Zonghetti (si veda http://www.lanotadeltraduttore.it/russia_putin.htm). “Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati”. Anna Politkovskaja, giornalista della Novaja gazeta, non è nuova all’impegno politico: nel suo Cecenia. Il disonore russo (traduzione di A. Nobécourt e A. Bracci T., Roma 2003) raccontava le atrocità della seconda guerra cecena ignorate dalle fonti ufficiali. E spiegava perché non amasse Putin.
Nel suo nuovo libro la giornalista amplia la sua indagine. Innanzitutto sfata alcuni stereotipi divulgati dalla propaganda putiniana anche all’estero: “la Russia è un paese stabile, come no. Ma di una stabilità mostruosa”. Gli argomenti affrontati sono quelli più spinosi, veri tabù non solo per la stampa russa: le condizioni dell’esercito, i crimini di guerra in Cecenia, il processo al colonnello Budanov (colpevole di aver rapito, seviziato e ucciso una giovane cecena), il maxi sequestro del teatro Na Dubrovke durante il musical Nord-Ost, la strage di bambini nella scuola di Beslan. Accanto a inchieste giornalistiche su temi che hanno già avuto vasta eco nelle cronache, compaiono anche storie di gente comune che illustrano i rivolgimenti della società russa negli ultimi anni, a Mosca e in provincia. Al di là dei fatti analizzati con il piglio scrupoloso e furente di un giornalista non asservito dal potere, a margine di queste storie la Politkovskaja si pone domande più radicali riguardo alla mutazione antropologica che ha subito il popolo russo: “ma cosa siamo diventati, tutti quanti? Noi ex cittadini dell’URSS?”. Se mutazione c’è stata, è anche vero che non bisogna spingersi molto lontano per rintracciarne le radici: “noi che viviamo in Russia siamo tutti – o quasi – un prodotto dell’Unione Sovietica e, chi più chi meno, ci atteniamo a un codice di vita sovietico”. Nonostante le trasformazioni avvenute sull’epidermide del corpo sociale della Russia, l’eredità profonda dell’homo sovieticus continua a dare i suoi velenosi frutti: “l’uomo russo di oggi, l’uomo dell’era Putin, ha il cervello offuscato dalla propaganda e per buona parte è tornato a pensare da bolscevico”. Ne risulta un essere ibrido, idealmente incarnato nel nuovo eroe nazionale, Akakij Akakevič Putin II (“secondo” si riferisce al Putin bis, la rielezione del 14 marzo 2004). Simile per statura e grigiore al personaggio gogoliano in cerca del suo cappotto, il presidente è un clone di quell’orda anonima di čekisti (i funzionari-poliziotti della ČK, la polizia segreta creata da Lenin e Dzeržinskij nel 1917) che amministravano il terrore in epoca sovietica, all’eterna ricerca di un nemico su cui scaricare la responsibilità dei propri mali e soprattutto che giustificasse l’esistenza stessa di un regime di stampo autoritario e repressivo. Il progetto putiniano della costruzione di una nuova identità nazionale, facendo leva sulla dignità offesa del popolo (che ha visto smentite dalla storia le ambizioni della Russia di rappresentare una superpotenza e che guarda con nostalgia ai bei tempi andati quando l’Unione sovietica era rispettata e temuta) e sulla sua xenofobia latente, riporta al centro della coscienza russa la figura del nemico. Con un’operazione di manipolazione di massa basata sullo spauracchio del terrorismo che anticipa la strategia di Bush dopo l’11 settembre 2001, Putin, rispondendo alle esplosioni dei palazzi di Mosca, di presunta mano cecena, con l’inizio di una seconda guerra, ha consolidato intorno a sé il consenso della maggioranza della popolazione. I sostenitori del presidente, infatti, ritrovando finalmente un nemico comune che gli permettesse di dare sfogo al risentimento generato dai propri fallimenti, hanno potuto dimostrare a se stessi e al mondo che con la Russia non si scherza. La nuova ondata di nazionalismo consolatorio che investe la società russa da qualche anno è la dimostrazione che il progetto putiniano ha avuto successo. Questa è la forma mentis del presidente, la stessa del popolo che governa. Le critiche che la Politkovskaja muove a Putin non sono fini a se stesse, rifluiscono in un’analisi della coscienza collettiva: “i veri responsabili di quanto sta accadendo siamo noi. Noi, e non Putin”.
L’attacco di Limonov è più personale, ma anche più specificamente politico. Sulla copertina di Limonov contro Putin, pubblicato in proprio nel 2005 e poi da Novyj Bastion nel 2006, una fotografia ritrae Putin seduto dietro a una scrivania. Lo sguardo truce e lo sfondo nero producono un effetto inquietante. Sopra al titolo campeggia lo slogan: “Non abbiamo bisogno di un presidente come questo”. La parte centrale del libro, dopo una prima sezione biografica, è costituita dalle “accuse contro Putin” che prendono le mosse dalle dieci tesi presentate nel 2004 all’amministrazione del presidente da un gruppo di giovani appartenenti al partito nazional-bolscevico (di cui Limonov è a capo). Per essere entrati nell’ufficio dell’amministrazione del presidente, aver letto le loro tesi e aver chiesto le dimissioni del presidente, i militanti del partito di Limonov stanno attualmente scontando una pena in carcere.
L’autore espone i fatti utilizzando fonti accessibili a tutti (cita articoli di quotidiani nazionali come Izvestija, Novaja gazeta e riporta perfino comunicati stampa della Bbc). Le accuse riguardano la vicenda del Kursk, la falsificazione delle elezioni politiche, i territori russi ceduti alla Cina, la guerra in Cecenia, le vittime del Nord-Ost e di Beslan, la “monetizzazione” delle agevolazioni sociali, il tenore di vita dello “zar” Putin, la legge sulla nomina dei governatori locali, gli attacchi ai media, l’amministrazione del presidente, le associazioni giovanili filo-putiniane, la politica estera della Russia, la repressione di formazioni politiche invise al Cremino. Soprattutto quella dei nazional-bolscevichi capeggiata dallo stesso Limonov. Lo scrittore lascia affiorare la sua vena di raffinato polemista nelle smagliature del testo, quando lo stile scabro della denuncia lascia il posto ad un’analisi appassionata della figura del presidente. A differenza della Politkovskaja, Limonov vede Putin come un corpo estraneo al popolo russo, e ciò che sta accadendo in Russia più una riesumazione dell’autoritarismo zarista che una restaurazione del regime sovietico. Ma lo zar che governa i russi non è uno zar buono: Limonov, tratteggiandone un ritratto psicologico, lo paragona a un padre malvagio. Nelle ultime righe del libro l’autore spiega visionariamente perché il presidente debba essere considerato pericoloso: “immaginatevi trentamila cadaveri che giacciono sull’asfalto delle strade di Mosca. Non è solo lui la causa di queste morti. Ma lo è anche lui con il suo carattere”.
Sabato 7 ottobre 2006, mentre scrivevo questa recensione, è stata diffusa la notizia dell’uccisione di Anna Politkovskaja nell’androne della sua casa di Mosca.

 
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