“Una neonata che ci regala pesci d’aprile”
J. Kolář, V. Fuka, Il signor Pescedaprile, traduzione di V. de Tommaso, Poldi libri, Porto Valtravaglia (VA) 2005
(Recensione di Sergio Corduas)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 53-54
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Volete sapere come si cuoce un uovo nella neve o come impara a camminare un’aringa? Più seriamente in apparenza, volete scoprire che Jiří Kolář, il grandissimo artista “figurativo” ceco a tutti noto è anche uno scrittore di enorme finezza e peso? Avete, abbiamo, ora una prima possibilità di fare queste scoperte. È uscito Il signor Pescedaprile, Poldi libri editore neonato, tradotto da Valeria de Tommaso, illustrazioni di Vladimír Fuka, le stesse dell’edizione originale ceca del 1961. Opportuno aprire il sito (www.poldilibri.it) per sapere di più sul libriccino e su questi ragazzi (“poldini”) che intendono pubblicare cose ceche senza aspettare i cosiddetti grandi editori.
È chiaro che a me preme Kolář scrittore, più precisamente poeta grandissimo, nonché intellettuale ufficialmente in disparte ma fondamentale, a partire dagli anni Cinquanta, per tutta la cultura ceca, in primis letteraria e figurativa, il che continua a esser vero fino agli anni Novanta, anche da emigrato a Parigi, sia prima che dopo la disordinata caduta del Muro. Non ci sarebbe Hrabal come è, ad esempio, senza Kolář e il sodalizio con lui e senza quello che possiamo chiamare l’underground praghese degli anni Cinquanta. E questo potrebbe essere un argomento riassuntivo e sufficiente.
Invece è opportuno aggiungervi il “sorriso”. Perché è assolutamente impossibile non sorridere leggendo questi brevi testi destinati ai bambini e agli adulti che non hanno dimenticato come la mente possa, anzi – scusate – “debba”, saper giocare con i propri pomposi meccanismi logico-deduttivi; come sia già nel linguaggio implicita l’autoironia, senza la quale l’eteroironia a poco vale e meno bella sarà; come vi sia un nesso forte tra la grazia dell’ironia e l’alta moralità – così la chiamerei – di Kolář poeta. Un esempio subito:
Alcune cose della poesia sono in nostro potere e alcune non lo sono
In nostro potere sono valutazioni volontà desiderio e silenzio
Questi sono i nostri doni
In nostro potere non sono parole bellezza destino giudizio
J. Kolář, Il nuovo Epitteto (1968)
Vedete? Anche qui, con una modifica apparentemente lieve di un meccanismo canonico e di un testo già arcinoto, si fa, nasce, ci viene donato un testo alto. Imprescindibile? Io questo sospetto lo coltivo da cinque lustri e penso che verrà il tempo di pubblicare sia l’Epitteto che le poesie del 1950 del Fegato di Prometeo (c’ero riuscito finalmente nel 1993 per Il nuovo Epitteto con Einaudi, poi fui costretto a un no…).
Torniamo un momento al Signor Pescedaprile, ben tradotto già nel titolo (e belle le necessarie invenzioni linguistiche italiane per fronteggiare l’originale). Kolář ci “dribbla” a ogni testo. Resta a portata di normale intelletto ma con l’occhio e la parola “spostati”, come direbbe Hrabal, sicché siamo costretti a spostarci anche noi lettori. Sono una quarantina di testi brevi che acchiappano per la coda cose di tradizione popolare e sapientemente le rigirano per rallegrarci ma facendo riflettere, oppure delicate invenzioni nuove. Se il lettore dorme e si limita a “ricevere” il testo, non funziona più niente. Ma questo vale sempre di ogni libro prezioso. C’è una ricetta, per esempio, ma non si può solo banalmente seguirla. C’è addirittura una profezia. Un puzzle viene servito come dessert.
Però il sospetto cui accennavo sopra va dichiarato più esplicitamente quando si vede che c’è anche un fai-da-te: leggeremo, costretti a farlo in modo inusitatamente attivo, il Kolář del Signor Pescedaprile e il Kolář del Nuovo Epitteto e del Fegato di Prometeo e avendo sorriso e compreso resteremo fedeli, perché fuori di lì, e ci metto anche gli altri pochi di cui non faccio i nomi, c’è l’orrore. Proprio quello per cui i pochi scrivono.

 
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