P. Deotto, Stanitsa Tèrskaja. L’illusione cosacca di una terra. (Verzegnis, ottobre 1944 – maggio 1945), Paolo Gaspari Editore, Pasian di Prato 2005.
(Recensione di Caterina Cecchini)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 96-97
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Questo volume propone a un pubblico non solo di specialisti l’esperienza particolare, vissuta nel breve ma durissimo periodo di vita della Repubblica di Salò, dalla popolazione di una regione ristretta della Carnia occupata da gruppi di cosacchi del reggimento Terek-Stavropol´. Questi, stabilitisi nel paese di Verzegnis (nei pressi di Tolmezzo), vi insediarono la sede del loro comando principale ribattezzando la località come Stanitsa Terskaja.
Attraverso fonti differenti, documenti d’archivio, pubblicazioni e testimonianze dirette, l’autrice dello studio, Patrizia Deotto, ricostruisce l’atmosfera di quei mesi a stretto contatto tra cosacchi occupanti e cittadini della regione: una convivenza non sempre facile ma pur sempre caso interessante di incontro tra culture, usi e costumi diversi.
La narrazione, organizzata in tredici capitoli, ripropone nel dettaglio le motivazioni di quella particolare invasione nella regione, disegnata nelle visionarie e strumentali politiche naziste come terra promessa e premio alla fedeltà in battaglia di un gruppo etnico che in Russia, attivo nelle lotte della guerra civile nelle file della cosiddetta armata bianca, con l’affermarsi del regime sovietico era stato vittima di persecuzioni e deportazioni.
La particolarità di questa invasione sta infatti proprio nella composizione sociale degli occupanti, non soltanto soldati (cosacchi oggetto, appunto, delle repressioni staliniane in patria, che si erano alleati coi nazisti durante l’invasione dell’Urss nella speranza che il regime sovietico venisse sconfitto) ma anche militari accompagnati dalle famiglie da lungo tempo in fuga da violenza e conflitti.
L’autrice dello studio presenta al lettore la ricostruzione di uno degli aspetti più tragici della guerra, e cioè la perdita di sovranità da parte di una popolazione sopra il proprio territorio, attraverso il filtro della coscienza sociale e della identità culturale. Così, se da una parte le testimonianze dirette dei protagonisti di allora raccontano gli stati d’animo della popolazione friulana, stremata dagli anni di ostilità e addolorata dalla condizione di una guerra civile che spingeva i giovani e le persone più attive a rifugiarsi in montagna e a combattere nei gruppi partigiani (nella regione erano particolarmente attivi con le brigate Garibaldi e Osoppo); dall’altra offrono un quadro eloquente delle condizioni di abbrutimento in cui si erano abituati a vivere gli occupanti nelle loro peregrinazioni.
Ed è proprio il contrasto tra l’apparente vulnerabilità degli abitanti del territorio invaso, in realtà forti del proprio radicamento e delle proprie tradizioni, e la falsità di una grande forza che però è decontestualizzata e sradicata (quella di cosacchi) a costituire la chiave di lettura di questo studio che nel sottotitolo parla di “illusione cosacca di una terra”.
Significativa cartina di tornasole di questa condizione sdoppiata, dove le vittime nel lungo periodo risultano culturalmente vittoriose sugli invasori, è la convivenza tra i due gruppi determinata nel microcosmo dall’insediarsi dei cosacchi nelle case degli abitanti del paese e dalla trasposizione del concetto sovietico di “coabitazione forzata” nell’universo friulano fatto di tradizioni, lavoro e riservatezza.
In alcuni casi la coabitazione porta all’amicizia (soprattutto nel caso dei bambini, nei capitoli VI e XII) e alla condivisione di momenti ancestralmente importanti come l’arrivo di un nuovo nato. In altri casi invece la condivisione è occupazione fisica da parte del più forte degli spazi privati di famiglie che hanno sempre vissuto lì. Al contrario, un ulteriore segno di “vittoria rovesciata” dei friulani sugli invasori viene rappresentato dal fatto che le signore cosacche imparano ad apprezzare la particolare attenzione con cui gli italiani si rivolgono all’aspetto della persona e all’abbigliamento, e a richiedere aiuto in questo senso dagli occupati.
Un elemento invece di coesione e condivisione tout court è rappresentato infine dallo spazio della chiesa dove si trovano col passare del tempo a celebrare, seppure in momenti differenti, il sacerdote di rito cattolico e il pope (già internato in gulag) ortodosso.
Anche le festività diventano opportunità per conoscersi e persino divertirsi insieme (si veda il cap. VII). Così, al momento di ritirarsi, alcuni occupanti sono incerti su cosa sia meglio fare, se restare o meno.
L’autrice del libro ricostruisce anche l’ultimo atto di questa epopea cosacca che, come le migliori tragedie, vede consumare la morte dei suoi protagonisti fuori dalla scena dove si sono presentati al pubblico, lontano dall’Italia, fucilati in Unione sovietica. Quando infatti gli eserciti degli alleati sono ormai vicini alla Carnia, il generale Krasnov impone al suo esercito di sfollati in calesse, a cavallo e in cammello, di ritirarsi. La scelta dei capi cosacchi è di riconsegnarsi agli inglesi, perché pensano che questi vecchi alleati degli zar non commetteranno atrocità nei loro confronti in quanto, pur essendo ex collaboratori di Hitler, hanno aderito alle truppe del Reich solo in chiave antisovietica.
Ma la valutazione di Krasnov e dei suoi è errata: i cosacchi di Verzegnis e le loro famiglie, fatta eccezione per coloro che hanno deciso di restare in Italia, saranno riconsegnati a Stalin e presto verranno giustiziati con l’accusa di essere dei traditori.
Il lavoro di Patrizia Deotto offre dunque un interessante quadro di una situazione particolare della recente storia italiana, costruendo un racconto più vicino alle cronache locali tipiche del folklore che allo studio storico che impone una scarsa partecipazione del lettore. Il risultato è una narrazione che, seppure basata su fonti documentate, risulta avvincente e, allo stesso tempo, lontana dal pietismo che avrebbe potuto suscitare nella sua stessa autrice, visto che le vicende riportate ne toccano direttamente la storia familiare (il libro è dedicato al nonno).

 
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