J. Weiss, Il palazzo a mille piani, traduzione di C. Baratella, Santi Quaranta, Treviso 2005.
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 44-46
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Tra le case editrici che negli ultimi anni hanno pubblicato volumi di autori cechi continuano a stupire le originali scelte dell’agile editore Santi Quaranta di Treviso (www.santiquaranta.it) che, dopo aver riproposto al lettore italiano dopo più di trent’anni il nome di Ludvík Vaculík (eSamizdat, 2005, 2-3, pp. 505-506), ha di recente tradotto anche l’opera più famosa di Jan Weiss (1892-1972), scrittore non troppo noto neanche a buona parte dei lettori cechi (si veda l’ottimo sito a lui dedicato http://sweb.cz/jan.weiss/). La splendida antiutopia Dům o tisíci patrech [Il palazzo a mille piani, 1929], uno dei testi fondanti della fantascienza ceca, è stata tradotta da Chiara Baratella in modo ben più convincente rispetto al precedente romanzo di Vaculík e non può che rappresentare una piacevole sorpresa per tutti i lettori di quell’insieme di utopie negative che vanno, approssimativamente, da Noi di E. Zamjatin (1924) fino al Mondo nuovo di A. Huxley (1932) – e hanno poi trovato una definitiva consacrazione di genere in 1984 di G. Orwell (1949). Riallacciandosi solo in minima parte alla celebre opera teatrale R.U.R. (1921), con la quale K. Čapek ha introdotto nella cultura mondiale il termine robot, Weiss ha dato vita a tutt’altra forma di science-fiction, attraverso un’originale rivistazione “sociale” del mito della torre di Babele che nulla ha perso della sua attualità.
Svegliatosi dopo un incubo tremendo in uno dei mille piani della spaventosa costruzione di Mullerdón, voluta dal nuovo padrone del mondo, il semidio Ohisver Muller (“un socialista dai tratti divini”, p. 99), il “detective” Petr Brok, privo della memoria, trova nelle tasche del suo soprabito le istruzioni che lo devono guidare nella sua delicatissima missione segreta. È su di lui infatti che posano le ultime speranze del “congresso sulla giustizia degli Stati Uniti del Mondo” e lui, eroe sprezzante ogni pericolo, ha accettato di sottoporsi all’esperimento di “dissolvenza” che lo ha trasformato in una creatura invisibile. Su queste basi apparentemente poco credibili si sviluppa il racconto di Weiss, pieno di accorgimenti tipografici che richiamano da vicino la gioiosa stagione dell’avanguardia ceca. Lui stesso, anni dopo, difenderà la sua scelta di conservare la complessa grafica del libro: “le cornicette, le didascalie, le insegne, le iscrizioni, i voti, i manifesti non sono più in uso oggi; d’altro canto, non riesco a immaginarmi Il palazzo senza. Vi è in tutto ciò una forza evocatrice e una magia naif, un segreto desiderio dell’autore che anche l’immagine alfabetica aiuti a creare un’atmosfera, provochi, giochi, fustighi e contribuisca a dare slancio alla fantasia” (p. 210). Ed è proprio l’atmosfera giocosa, ma “credibile”, l’asse portante del racconto, come acutamente aveva notato all’epoca un critico ceco: “trovate, trovate e ancora trovate allo scopo di incalzare l’attenzione fino allo sfinimento. Non una sola volta sorge in noi il pensiero che meno sarebbe di più; poiché l’opera intera dà a tratti l’impressione d’intenzionale mescolanza variopinta, di sgargiante manifesto che riscuote, ma anche intorpidisce e stordisce i sensi” (p. 211).
La caccia di Brok lo porta a dover passare attraverso innumerevoli prove, che vanno da situazioni estreme e accalorati litigi di loschi personaggi degni di un romanzo sociale, fino all’amore per Tamara, la misteriosa regina della Moravia, ennesima donna fatta rapire dall’onnipresente Muller. Attraverso un sofisticato sistema di telecamere e ricevitori ante litteram, quest’ultimo ha trasformato il suo assurdo mondo artificiale (l’enorme grattacielo che sostituisce il mondo reale) in una specie di grande fratello senza possibilità di uscita. Il percorso a ostacoli di Brok è inframmezzato dall’incubo febbrile di un obitorio illuminato dal piccolo lume giallo all’interno di un teschio; saranno le ultime pagine del romanzo a spiegare il senso di un non banale capovolgimento semantico che trasforma la realtà in sogno e il sogno in realtà alienata.
Problematica appare la descrizione quasi antisemita dell’obiettivo principale della caccia allucinata di Brok che ben tradisce tutti i pregiudizi dell’epoca: “un omuncolo secco e minuto dal viso deforme, in cui le guance cadenti formavano ai lati della bocca due rughe ributtanti. Il labbro inferiore, ripiegato all’ingiù, era annerito e svuotato fino alle gengive; un lungo filo di barba rossiccia gli spuntava inferiormente alla bocca, dividendosi sotto il mento in due sottili cordicelle che arrivavano fino all’addome. Il profilo del volto tradiva la sua razza... e il naso! Aveva lo slancio audace del becco di un avvoltoio” (p. 191). A dare vita alle scene più riuscite del libro è invece l’allucinata critica dell’onnipotenza capitalista che, incurante dell’invecchiamento repentino dei minatori a stretto contatto con la sostanza radioattiva capace di produrre ricchezza, sfrutta la credulità della gente per promettere viaggi interstellari che si riveleranno tutt’al più anticamere di forni crematori dai prezzi esorbitanti. Lo stesso Weiss del resto si rallegrerà delle parole di un critico che aveva identificato quest’immenso edificio babilonico con “il caotico, pazzo e insignificante edificio del capitalismo che, per iniziativa di pochi individui, gioca crudelmente con i destini di altri individui e di schiere di uomini” (p. 210). Particolarmente inquietanti sono poi le pagine dedicate a quelle “città” (nel libro livelli di più piani del palazzo) trasformate in ghetti di avventurieri, in enormi casinò o in oasi di piacere sensuale, che Brok, sempre protetto dalla sua invisibilità, deve attraversare inseguendo l’odiato Muller, artefice della totale perdita dei valori umani della società del suo palazzo.
Con il passare delle pagine Il palazzo a mille piani, curioso esempio di giallo fantascientifico, tratteggia in modo sempre più chiaro l’immagine di un protagonista senza macchia e senza paura che, ritrovando il suo passato, scopre di essere stato in precedenza un fuorilegge “di tipo particolare. Con l’esplosivo si apriva dei varchi nei caveau delle banche, squarciava casseforti inespugnabili e poi se ne andava senza aver toccato nemmeno un centesimo” (p. 157). Cioè una di quelle figure romantiche e generose le quali, ancor più delle rivoluzioni (che pure nascono ai piani più degradati del palazzo), rappresentano una delle poche risposte possibili della letteratura di fronte a quelle epoche in cui l’umanità sembra essere il valore meno tutelato...

 
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