J. Jedlička, Nel mezzo del cammin di nostra vita, traduzione di L. Fiorica, postfazione di M. Špirit, con una nota di A. Wildová Tosi, Forum, Udine 2006
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 31-33
Scarica il Pdf completo di eSamizdat 2006 (IV)
“Josef Jedlička per me incarna la scoperta più amara della mia generazione. L’opera di quei pochi che, nel senso migliore della parola, ci hanno formato, esiste fin troppo spesso in forma frammentaria” – così termina il ricordo della poetessa Viola Fischerová, in appendice al volume di Jedlička Tipologie ceche ovvero voglia di eroi (V. Fischerová, “Pokus o bilanci”, J. Jedlička, České typy aneb poptávka po hrdinovi, Praha 2002, pp. 111-117, qui p. 117). Questa testimonianza forse meglio di ogni altra rivela quanto difficile sia stata, negli anni successivi alle devastazioni culturali dello stalinismo, la ricerca di “modelli” accettabili per la generazione di Václav Havel. Agli autori meno noti ma più significativi tra gli “sconfitti” del 1948 appartiene a tutti gli effetti Josef Jedlička, autore di uno dei libri più malinconici e corrosivi di quel movimento letterario che sarebbe poi sfociato nell’esplosione culturale della Primavera di Praga.
Kde život náš je v půli se svou poutí (dalla traduzione ceca del primo verso della Divina commedia) ha rappresentato fin dal momento della sua comparsa, nel 1966 (quindi, per approssimazione, prima dello Scherzo di Kundera e dopo alcuni racconti di Hrabal), una vera sorpresa anche per coloro che si stavano pian piano abituando alla nuova atmosfera culturale, soprattutto per la novità stilistica e sperimentale del testo. Intessuto di citazioni letterarie (da Dante passando per Mácha, fino al Viaggio sentimentale di Šklovskij), il testo ci riporta a certe ambientazioni di alcuni racconti di Hrabal, in cui si affollano gli agghiaccianti destini di chi è stato estromesso dalla storia, anche se qui la crudezza e la ferocia di certe descrizioni hrabaliane si tingono di una venatura lirico-elegiaca. All’inizio del testo l’autore ribadisce del resto in modo chiaro che “la lirica infatti, come è noto, si differenzia dall’epica perché non narra gli avvenimenti: gli avvenimenti sono nascosti” (pp. 7-8). Ed è proprio la chiave lirica l’espediente in grado di far riaffiorare la ruvida tristezza di un’epoca che sta sparendo, proprio nel momento in cui, nel mezzo della vita, si fanno i primi bilanci: “stavamo invecchiando. Già molto prima che diventassimo la realtà del nostro sogno rivoluzionario” (p. 31). Sulla seconda di copertina Jedlička stesso dava una definizione calzante del suo testo: “non ho scritto un libro, ma ho messo insieme una testimonianza sulla nostra epoca, sulla Litvínov degli anni Cinquanta del XX secolo e sul futuro, in cui un giorno deve emergere tutta la gioia del mondo, perché non si può vivere a lungo senza gioia e senza speranza”.
Quest’ennesimo esempio di “testimonianza letteraria soggettiva” che, secondo Jedlička, costituiva per tutta la sua generazione “il surrogato di un’altra attività, nel mio caso evidentemente la ricerca scientifica” (“Josef Jedlička”, K. Hvížďala, České rozhovory ve světě [1981], Praha 2002, pp. 169-178, qui p. 171), è composta da strati diversi di “materia letteraria” che si sovrappongono. I mesi dalla liberazione del dopoguerra si alternano agli anni della furia dello stalinismo, per tornare, in alcuni casi, al periodo bellico e al moderato benessere economico della fase centrale degli anni Cinquanta, il tutto inframmezzato dagli amari destini individuali e dalle grandi tragedie internazionali, dalle riflessioni personali e dalla realtà dei primi otto anni del nuovo ordine sociale, quando “la rivoluzione si era coperta i seni nudi, era ingrassata e passava le serate a fissare lo schermo del televisore” (p. 34). E lo stordito io narrante, su cui grava l’onnipresente “materiale universale, senza segni particolari” della “stalinite” (p. 70), non può che restare seduto “sul percorso dal passato al futuro, più solo di un coniglio selvatico, tremando per l’angoscia” (p. 24), schiacciato dalle tremende forze che stravolgono in brevissimo tempo la società prebellica e triturano quegli stessi sognatori che giravano per Praga “baldanzosi, con le stelle rosse sui baveri dei cappotti” (p. 16). Gli stessi protagonisti faranno poi sogni angosciosi, “quando le strade praghesi si contorcevamo dolorosamente come serpenti spogliati dalla pelle” (p. 83). Quale miglior simbolo del resto dello stravolgimento di tutto un mondo rispetto alla condanna a morte degli scrittori (esplicito è il riferimento a Z. Kalandra), il macero dei libri o alla trasformazione dei campi di concentramento in baracche per i “volontari” delle brigate?
Sullo sfondo delle devastazioni della zona di Litvínov, tutt’ora martoriata dallo sfruttamento incontrollato del secolo scorso, si svolgono i tanti piccoli drammi di chi, sperando di costruire una nuova società, si trova improvvisamente immerso in oasi desolate di “socialismo forzato”, dove le porte non si chiudono e assurde direttive vietano di coltivare i giardinetti davanti alle case. E per di più è impossibile perfino liberarsi dell’onnipresente divisa dell’ottimismo: “anch’io mi sono abituato a girare persino al buio con il volto gioviale e sorridente” (p. 53).
In una tale situazione a molti autori – nel modo più chiaro lo ha fatto Jiří Kolář – è apparso necessario testimoniare il crollo di un mondo (“a quali origini... dobbiamo tornare per essere di nuovo in grado di trovare un codice comune comprensibile?”, p. 14). Crollo che per un certo tempo è stato mascherato dall’entusiasmo postbellico: “a quel tempo la maggioranza della gente ancora non avvertiva la basilare differenza tra Breton e il realismo socialista” (p. 9). Non a caso più volte nel testo Jedlička rivendica con ossessività il suo ruolo di testimone: “scrivo un’enciclopedia” (p. 13), “la mia poetica è la poetica di un poliziotto; raccolgo i fatti: non scrivo una storia, ma pubblico testimonianze” (p. 29). Ed è naturalmente un testimone che rifiuta il “nulla temporale” (p. 88) che si trova davanti agli occhi: accetta il proprio destino e si assume la responsabilità dei propri atti. Già nel 1949, in pieno stalinismo, secondo la citata testimonianza della Fischerová, avrebbe trovato il coraggio di denunciare le distorsioni in atto, ottenendo in cambio l’immediata espulsione dall’università e un futuro nelle miniere (V. Fischerová, “Pokus o bilanci”, op. cit., p. 112). E il grande protagonista della storia non può quindi che diventare il dolore, quel sordo dolore che “si prepara lentamente, quel dolore per cui c’è da sempre un luogo predisposto dentro il petto” (p. 93). Tutti i fallimenti e le tragedie di quegli anni desolati devono però essere raccontati perché “iniziare e terminare è possibile in qualsiasi punto, ma l’unica cosa che conta adesso è l’interpretazione del percorso” (p. 93).
Jedlička non sapeva ancora allora che, all’uscita del libro, le polemiche da parte dei censori della dottrina ufficiale sarebbero state facilmente messe a tacere: del resto la “critica dello stalinismo” sarebbe stata uno dei grimaldelli più usati da quella che impropriamente viene chiamata la letteratura della primavera di Praga. Né tantomeno poteva immaginare che nel 1968 sarebbe stato costretto a un nuovo esilio, stavolta reale (smarrendo per di più nel corso dei trasferimenti tutti i propri manoscritti): da allora in poi avrebbe prestato per lunghi anni la sua voce alle trasmissioni di Radio Free Europe, lontano dalla Cecoslovacchia. Alla fine di questo lungo tragitto attraverso il XX secolo, della sua opera sarebbero rimasti, oltre a centinaia di trasmissioni radiofoniche, l’ampia saga familiare Krev není voda [Il sangue non è acqua, 1991] e soprattutto Nel mezzo del cammin di nostra vita, al quale però, forse anche per l’oggettiva complessità sperimentale, il pubblico avrebbe presto preferito i romanzi ben più noti di Kundera e Vaculík.
Il bel volume della Forum è accompagnato dalle fotografie di Luděk Prošek e da un’interessante nota-ricordo di Alena Wildová Tosi (pp. 105-107), qui nell’inconsueta veste di protagonista di una brigata di lavoro volontario a Most in un’estate all’inizio degli anni Cinquanta e di una gita a quella “casa collettiva” così drammaticamente vissuta dall’io narrante del libro di Jedlička.
Puntuale come sempre è anche la postfazione (“Una prosa in attesa”, pp. 95-103) di uno dei migliori editori cechi, Michael Špirit. Anche in questa breve analisi della complessa situazione letteraria ceca degli anni Cinquanta, non mancano però esagerazioni dovute a una verve polemico-moralistica evidentemente difficile da tenere sotto controllo, come dimostra ad esempio l’avventata affermazione che, quando il libro finalmente uscì, ciò avvenne “in piccolo formato e in tiratura limitata” (p. 101).
Pur senza voler alimentare sterili polemiche, non si può non sottolineare quanto fuorviante siano indicazioni del genere per il lettore italiano, visto che il testo è stato pubblicato in novemila copie come ventiduesimo volume di una delle collane più celebri degli anni Sessanta: Život kolem nás - Malá řada. Basta infatti scorrere l’elenco dei volumi pubblicati (http://ham-ham.wz.cz/edice/zknm.htm) per rendersi conto che non mancano i libri più famosi della letteratura ceca degli anni Sessanta: dai tre “quaderni” originali degli Amori ridicoli di Milan Kundera (il primo, del 1963, pubblicato in quindicimila copie) e la Leggeda Emöke di Josef Škvorecký, per non parlare poi di Treni strettamente sorvegliati o di Lezioni di ballo per adulti e avanzati di Bohumil Hrabal (la prima edizione del 1964 arrivava a “sole” diecimila copie). La collana peraltro era anche dal punto di vista grafico una delle più originali degli anni Sessanta, a partire dalla curiosa caratteristica delle brevi interviste con gli autori contenute sulla parte interna della sovracoperta (non manca naturalmente nemmeno nel caso di Jedlička, e anzi colpisce per la sua laconicità).
Interessante è anche un altro particolare omesso nell’edizione italiana che contribuisce però meglio a comprendere la difficoltà di datazione di molta della letteratura ceca prodotta negli anni Cinquanta. Nonostante il libro porti alla fine l’indicazione “Litvínov 1954-1957”, l’autore stesso ha confermato che della versione originale si sono conservati soltanto dei frammenti, poi integrati successivamente. Nella prima edizione del 1966 al testo seguiva questa “Nota”:
Questa prosa è composta in gran parte da frammenti della metà degli anni Cinquanta. Non ho ritenuto necessario differenziare in nessun modo lo strato testuale originario da alcuni strati successivi, né mi è sembrato necessario unificare dal punto di vista stilistico le singole parti. Qualcosa del testo originario si è perso in quel periodo di rivolgimenti, quindi anche in questa forma il libro resta frammentario...” (p. 115)
che nell’edizione del 1994 diventava:
Questa prosa è nata in gran parte attorno alla metà degli anni Cinquanta ed è stata completata con alcuni passaggi posteriori, così come con alcune pagine che in occasione della prima edizione sono state vittima della censura. Non ho ritenuto necessario differenziare in nessun modo lo strato testuale originario da alcuni strati successivi, né mi è sembrato necessario unificarne dal punto di vista stilistico le singole parti. Tanto meno mi è sembrato necessario osservare il dolore di allora con lo sguardo odierno. Perciò questa prosa è sostanzialmente frammentaria...” (p. 115).
Anche se probabilmente proprio questa differenza ha portato alla scelta di eliminarle nell’edizione italiana, le due note dimostrano che non è poi così semplice considerarlo come “risalente alla metà degli anni Cinquanta”. Anzi proprio la vicenda di questo splendido libro offre un’ottima cartina di tornasole per analizzare la complessità della situazione editoriale degli anni Cinquanta, per la quale non si può prescindere da un’analisi caso per caso – cosa che ad esempio mi ha spinto, seppur a malincuore, a non inserire Nel mezzo del cammin di nostra vita nel mio lavoro sulla letteratura ceca degli anni Cinquanta. Perché, al momento attuale, è sostanzialmente impossibile stabilire fino a che punto e in che proporzione la versione poi data alle stampe sia stata effettivamente scritta negli anni Cinquanta...
L’apparizione in italiano di questa prosa straordinaria (già tradotta in tedesco poco dopo la prima edizione) dimostra che almeno in parte Jedlička aveva ragione a ritenere di non aver “scritto questa prosa invano. Che cosa volete da me? Che cosa mi importa di voi e della vostra letteratura? Non vi comprendo e non ho niente in comune con voi. Soltanto il destino. E vi ho predetto il futuro” (p. 90).

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli