J. Topol, Lavoro notturno, traduzione di L. Angeloni, Azimut, Roma 2006
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 16-18
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“Ascoltate, ragazzi, ci sono delle storie così. Ci sono, anche ora che c’è la radio, l’uranio, e via dicendo. Ci saranno sempre. Quando sarete grandi, allora a delle vecchiette sole come me non sarà più dato vivere. E che, il progresso non si può mica fermare. Allora ascoltate un attimino, e vi addormenterete di sicuro, questo lo so” (p. 232). Nell’apparente banalità delle frasi di una vecchietta che vuole far addormentare Ondra e Kamil, i due bambini protagonisti del libro, è nascosta una delle principali chiavi narrative di Noční práce [Lavoro notturno, 2001], penultimo romanzo di Jáchym Topol. La contrapposizione progresso/passato è infatti presente in ogni pagina di questo romanzo dalla struttura caotica in cui i piani temporali si sovrappongono ripetutamente.
Come avveniva nelle vecchie favole d’un tempo, Topol riesce a elevare a dimensioni mitologiche anche la storia piuttosto semplice di due bambini allontanati da Praga per ragioni di sicurezza nell’incandescente estate del 1968. Attraverso un’enorme quantità di storielle secondarie e un’invidiabile velocità di narrazione che segue i movimenti dei singoli personaggi allontanadosi anche di molto dalla linea narrativa principale, il motivo della separazione dal padre (la madre alcolizzata è ancora più lontana) trasforma infatti la vicenda in un’originale rivistazione delle esperienze traumatizzanti del passato personale (anche l’autore e il fratello erano stati infatti “depositati” nell’estate del 1968 in un paesino di provincia) e del proprio paese. Come ha dimostrato anche il romanzo successivo, tutto dedicato a una fantasiosa resistenza delle armate cecoslovacche, il 1968 e lo sdoppiamento del protagonista in due fratelli morbosamente legati l’uno all’altro resteranno per Topol i simboli decisivi della recente storia della Cecoslovacchia e della propria biografia individuale.
Figlio del drammaturgo Josef (1935), attivo esponente del dissenso cecoslovacco, e fratello del noto cantante Filip (1965), per il gruppo del quale, Psí vojáci (http://www.psivojaci.cz), ha anche scritto i testi di alcune canzoni, Jáchym Topol (1962) è la figura recente più originale della fortunata tradizione dell’underground ceco: oltre ad aver firmato giovanissimo Charta 77 e ad aver trascorso alcuni brevi periodi in prigione, è stato uno dei “cronisti” della rivoluzione di velluto e degli anni immediatamente successivi come redattore del settimanale Respekt, nonché uno dei principali animatori della migliore stagione dell’importante rivista Revolver Revue (dal 1985 fino al 1993). In Italia, nonostante tutti gli sforzi, i tentativi di pubblicare i suoi romanzi, prima della coraggiosa scelta di Azimut, erano però falliti (alcune poesie le avevo invece tradotte io stesso più di dieci anni fa in “Letteratura ceca”, a cura di A. Cosentino, Si scrive, 1995, pp. 254-307, e altre le ha proposte A. Parente nella sua recente antologia Sembra che qui la chiamassero neve. Poeti cechi contemporanei, Milano 2005).
Nel corso degli anni Novanta Topol è stato spesso, a dire il vero in modo piuttosto sterile, presentato come l’anti-Viewegh, cioè con l’etichetta di scrittore “intellettuale” contrapposto al suo alter-ego “commerciale”. L’esuberante ricchezza linguistica e stilistica dei libri di Topol, così come la sua produzione piuttosto limitata (il romanzo precedente, Anděl, è del 1995, il successivo, Kloktat dehet, che potrebbe essere tradutto in modo un po’ impreciso come Gargarismi al petrolio, del 2005), hanno contribuito a loro volta ad alimentare una contrapposizione che sminuisce l’originalità del suo percorso individuale. Com’è stato già rimarcato in molte critiche ceche è curioso che, data la sua scarsa produttività, proprio Topol venga identificato con l’immagine dell’autore più creativo dell’intera letteratura ceca. La spiegazione va cercata piuttosto nell’originalità strutturale e linguistica delle sue opere che ha poco da invidiare ai libri più audaci di Stefano Benni.
La trama del romanzo si dipana nello spazio angusto di un’estate, da quando si spezzano definitivamente i ghiacci dell’inverno a quando si riformano le lastre di ghiaccio che producono quei suoni ovattati che caratterizzano tutto il libro. Ed è proprio quest’atmosfera ovattata, rarefatta, notturna l’asse portante di tutto il romanzo. La notte, infatti, spalanca le sue porte a tutti quei fenomeni, solo in parte razionali, che regolano l’architettura dei rapporti umani, ovvero a quella capacità di dare un senso preciso alle tante forme di credenze popolari che sembrano qui far parte di un universo più complesso, le cui regole, nostro malgrado, determinano anche le alterne vicende del nostro quotidiano. L’uso sapiente di frasi concise, arricchite dall’estremo virtuosismo linguistico, creano un’atmosfera volutamente sospesa in una fitta nebbia che si dirada solo in pochi punti e lascia così intravedere unicamente pochi segmenti della storia raccontata. Alcuni episodi si “condensano” quindi in interi capitoli (il racconto dell’alcolismo della madre ad esempio), ma poi scompaiono di nuovo dalla narrazione, tornando sotto forma di accenno nei discorsi degli altri.
Siamo, certo, nel 1968, sullo sfondo sentiamo l’ossessivo rumore dei cingoli e degli spari dei carri armati russi; davanti agli occhi abbiamo la storia straziante di una madre alcolizzata e di un padre inventore geniale che però, di fatto, “abbandona” i propri figli, spedendoli in un paesino di provincia, dove saranno messi a confronto, fin dal momento del loro inopportuno arrivo durante il funerale del nonno, con un oscuro passato che irrompe continuamente nel presente. Due “razionali” bambini di città (in un’epoca in cui queste distinzioni avevano ancora motivo di esistere) si trovano così all’improvviso nel mezzo di un ambiente ostile, immersi in un mondo “magico” in cui hanno ancora un senso l’alternarsi delle stagioni, i sogni e le antiche credenze popolari, che i due protagonisti devono imparare a poco a poco a comprendere. È come se stavolta Topol fosse riuscito a trasferire il suo personalissimo procedimento mitopoetico, attraverso il quale nei libri precedenti “mitizzava” stazioni e periferie praghesi, alla campagna ceca. Strane figure hrabaliane, eternamente dialoganti, si muovono in questo caso su uno sfondo di desolazione e disperazione degno delle migliori pagine di Agota Kristof.
A suo modo Lavoro notturno è anche un po’ un Bildungsroman: il protagonista principale, Ondra, viene obbligato a fare i conti non solo con se stesso, ma anche con il fratello immobilizzato in seguito a un incidente causato dalla madre, ed è inoltre messo di fronte alla difficile integrazione in un ambiente non solo scettico nei confronti dei “praghesi”, ma anche segnato da una lunga serie di misteriosi avvenimenti di cronaca nera. Omicidi, aborti, annegamenti di bambine, episodi di cannibalismo, macabre prove di coraggio e tragedie personali, rappresentano il sostrato archetipale del testo. Sui vari casi indagano poliziotti che però, più che uomini in grado di riportare l’ordine e fare luce sui misfatti, sembrano spioni incapaci di far altro che prendere atto del diverso ordine sociale che regna nella regione. Continuamente emergono, nei contesti più inattesi, le tracce di un fosco passato, in un paese ai confini con la Polonia e la Germania, ancora segnato dall’eco della guerra, dallo stabilimento nelle vicinanze di un enclave di zingari e dall’espulsione forzata dei tedeschi (non a caso nel cimitero Ondra noterà che le “pietre sepolcrali abbattute di quelle tombe abbandonate erano iscritte in una lingua straniera”, p. 145). Alla fine di tutte le peripezie attraversate, compresa la sofferta iniziazione erotica voluta dalla più matura (e più furba) Zuza, Ondra si ritroverà più adulto e con le idee più chiare su tante cose in precedenza soltanto intuite: “tutto quello che aveva vissuto adesso gli era d’aiuto. Era solo perché aveva vissuto tutte quelle cose che ora vedeva l’uomo così chiaramente” (pp. 242-243). Il percorso naturalmente è stato possibile non solo grazie al ruolo chiave delle figure femminili, legate a vecchie, incomprensibili, tradizioni di fertilità e di morte, ma anche all’avvenuta integrazione nell’universo parallelo dei ragazzi del luogo, organizzatori di quella specie di resistenza armata (anche se solo di fionde) di cui non sono capaci gli adulti.
Il percorso febbrile di Ondra è anche un processo di continue separazioni, dai genitori, ma anche dal fratello (prima ricoverato in ospedale e poi continuamente lasciato da solo nello scontroso paesino). Il processo di presa di distanza dal padre (dai padri?) emerge in tutta la sua forza al momento del ritorno di quest’ultimo: “allora ragazzi. Queste vacanze? Ve la siete spassata eh? Adesso comincerà una nuova vita per voi” (p. 239). Alla fine una nuova vita comincerà davvero, ma non certo per la vacanza e il sogno dell’emigrazione (“andiamo nei paesi liberi. Ci vanno tutti adesso”, p. 235), quanto piuttosto per la scoperta di sé portata a compimento dopo le prove affrontate e superate.
Il tutto avviene peraltro sempre a livello intuitivo, mai deduttivo, anzi la tecnica, qui rappresentata in modo emblematico dalle strane macchine progettate dal padre e sistemate nelle singole case, è completamente svuotata del suo significato e la difesa del “progresso” avviene tutt’al più su una base istintiva. L’eccezionale scoperta scientifica, “un’idea per cambiare la vita sulla terra” (p. 36), è del resto sempre “sul punto di arrivare a compimento” (p. 8), ma viene definitivamente mandata in fumo dalla distruzione voluta dai “russi” per mezzo della polizia segreta. E questo non è che uno dei tanti simboli disseminati nel testo...
Lavoro notturno, testo oggettivamente molto complesso, ha trovato in italiano la caparbia traduzione di Laura Angeloni, ma ha confermato il suo buffo destino di essere perseguitato da copertine improbabili, nel loro vano tentativo di “spiegare” un testo volutamente “notturno”: se in quella ceca un po’ naif del 2001 troviamo in un fiabesco paesaggio innevato due bambini esterrefatti davanti a una specie di angelo-fatina (http://www.torst.cz/czech/detail.php?pk=238), quella italiana sembra, dato anche titolo del libro, addirittura alludere, c’è solo da sperare in modo inconsapevole, a un mondo di pusher e prostituzione davvero estraneo alla storia raccontata (http://www.azimutlibri.com/dettagli/dettaglio_general.php?id=160). Un’ulteriore testimonianza che, in questi anni confusi, a volte ormai i “contenitori” dicono davvero poco sulla qualità dei libri... Ciò ovviamente non toglie nulla al fatto che un editore giovane e coraggioso abbia finalmente offerto ai lettori italiani un autore che, in quanto ad abilità linguistica e capacità visionaria, ha pochi rivali, e non soltanto nella letteratura ceca.

 
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