A. Makine, La donna che aspettava, traduzione di A.M. Ferrero, Einaudi, Torino 2006.
(Recensione di Marco Caratozzolo)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 25-27
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Sembra che il pubblico italiano possa ricominciare a leggere con una certa regolarità le opere di un grande talento, Andrei Makine, autore russo naturalizzato francese. Einaudi ha da poco pubblicato nella collana Arcipelago, per la traduzione di Anna Maria Ferrero, il suo romanzo breve La femme qui attendait [La donna che aspettava], a soli due anni dall’uscita, per lo stesso editore e nella stessa collana, di un altro bel libro di questo scrittore, La musica di una vita. Altre sue opere erano state in passato proposte dall’editore Passigli: Le confessioni di un alfiere decaduto (1998), Il delitto di Ol´ga Arbelina (2000) e Ai tempi del fiume Amur (2001). Nel paese in cui è emigrato, la Francia, Makine ha ottenuto un grande successo nel 1995 con il romanzo Le testament français (in Italia apparso due anni dopo con il titolo Il testamento francese presso Mondadori), che, vincitore dei premi Goncourt e Médicis, ha consacrato l’autore come uno degli scrittori più importanti e interessanti del panorama letterario francese, soprattutto se valutato nell’ottica del suo bilinguismo. A questa consacrazione è seguita anche la sua nomina a membro dell’Académie française, ma non sarà futile ricordare che egli è russo e scrive in francese, ambientando quasi tutte le sue opere (compresa quella che qui si recensisce) nell’Unione sovietica post-staliniana, da cui è fuggito definitivamente nel 1987.
Andrei Makine nasce infatti nel 1957 in Russia, a Krasnojarsk. Vive inizialmente in questa città ma compie gli studi a Penza, luogo che tornerà sfumato tra le pagine del Testament français (con il nome di Saranza) e che, affacciandosi sull’immensa pianura siberiana, costituisce per il poeta un’esperienza fondamentale per la percezione dell’universo naturale russo e dei suoi riflessi sull’uomo e sulla storia. Qui, in Siberia, cresce nell’epoca stagnante della stagione brežneviana e coltiva sin da piccolo, grazie alla presenza in famiglia della nonna francese, anche la lingua e la cultura di questa sua seconda patria, dove non esiterà a emigrare alla vigilia del crollo dell’Unione sovietica. Come per tutti gli emigrati russi arrivati a Parigi nei precedenti settant’anni, l’inserimento nella capitale francese per questo giovane talento non è privo di difficoltà. Egli è solo, trova rifugio in un cimitero, poi arrivano i lavori più disparati e i taccuini con i suoi appunti, ma anche l’iscrizione a un dottorato di ricerca (Makine ha discusso una tesi sull’opera di Ivan Bunin) e i primi contatti con gli editori francesi. Inizialmente questi avevano rifiutato di pubblicare i suoi scritti, ma l’autore ebbe l’idea di presentare nel 1990 la sua opera prima, La fille d’un héros de l’Union Soviétique [La figlia di un eroe dell’Unione sovietica], come volta in francese dall’originale russo per mano di un traduttore fittizio, un certo François Bour, e in questa veste fu accettata e pubblicata dall’editore Laffont. A successo seguì successo, fino alla consacrazione del Premio Goncourt subito dopo l’uscita del suo romanzo più celebre, Le testament français.
La donna che aspettava ha molti punti in comune proprio con questo romanzo. Certo, l’ambientazione si sposta dalla provincia siberiana di Saranza alla triste cittadina di Mirnoe, in prossimità del Mar bianco, ma la struttura portante del romanzo rimane fedele all’intreccio del Testament: la narrazione in prima persona, mai lontana da evidenti motivi autobiografici e sempre proiettata sulla scia del romanzo di formazione; il confronto tra l’oriente russo, immenso e imprendibile, e il mondo occidentale, limitato e razionale; la presenza forte di una protagonista femminile. Charlotte Lemonnier e Vera rappresentano infatti il punto di convergenza dei pensieri e dei gesti del narratore, ma anche delle speranze degli abitanti dello spazio makiniano, dipinto come l’atroce risultato della politica socialista: i corpi straziati dei reduci di guerra, l’assenza di unità familiare, l’alcolismo e la volgarità imperanti. Su questo agghiacciante territorio umano, che si disperde nelle lontananze dell’infinito spazio russo (il prostor), vivono e diffondono la loro contagiosa opera filantropica rari personaggi di donne. Piombate in territori inospitali e ostili alle loro iniziali aspirazioni, esse trasformano la rassegnazione in bellezza, il buio dei boschi nella luce del sole e lo squallore degli appartamenti illuminati dalle candele nei riflessi della luna sulle acque dei laghi. È appunto questo il caso di Vera, cioè La donna che aspettava.
Il romanzo è ambientato negli anni Settanta ed è la storia di uno scrittore di Leningrado che, stufo dei circoli di letteratura dissidente che frequenta nell’attesa di terminare una sua satira sulla società sovietica, coglie al volo l’offerta di un collega di andare a Mirnoe, una sperduta cittadina della regione di Archangel´sk, per scrivere alcuni reportage sulla vita di questa città. Qui incontra Vera, un’ex-dottoranda di Leningrado che, arrivata giovane a Mirnoe per seppellirvi la madre, vi è rimasta ad accudire le anziane del paese (lavorando come maestra elementare), nell’attesa del ritorno del suo fidanzato, partito per la guerra ormai da trent’anni, ma che ella non si è mai rassegnata a dimenticare. Tra Vera, più che quarantenne, e il giovane scrittore nasce un rapporto di amicizia che per un brevissimo tempo si trasforma in affetto, prima che giungano sorprendenti notizie dell’uomo che Vera stava aspettando.
Anche nell’ambientazione di questo romanzo emerge la critica feroce di Makine alla realtà sovietica, al fatto che i suoi abitanti siano ridotti a “ingranaggi assonnati” totalmente in preda a decisioni ed eventi di cui non possono essere agenti, ma solo “agiti”. La rassegnazione governa meccanicamente le loro vite: “se questo dannato treno”, annota il narratore e protagonista sul suo taccuino osservando i passeggeri, “invece di andare a Leningrado, deviasse verso la Siberia, nessuno oserebbe domandare perché” (p. 25). Bella immagine per descrivere la Russia di Brežnev peraltro...
Di riflesso è quindi stagnante la vita a Mirnoe, luogo dove il tempo sembra essersi fermato: Mirnoe, scrive Makine, è “come l’oro avvizzito delle foglie”, come “una mela che cade” (p. 35), è una città dove convivono i disastri prodotti dalla guerra e l’attesa rassegnata della morte. Molte le donne anziane accudite da Vera e tuttavia costrette a vivere in baracche fatiscenti. Pochi i bambini che nascono, numerosissimi gli invalidi, gli alcolizzati, tante le famiglie spezzate, proprio come nel Testament, dove il narratore riferendosi alla Russia di Stalin (e traducendo il pensiero dell’autore) affermava: “ce pays est monstrueux! Le mal, la torture, la souffrance, l’autoumiliation sont le passe-temps favoris de ses habitants. Et pourtant je l’aime? Je l’aime pour son absurde. Pour ses monstruosités. J’y vois un sens supérieur qu’aucun raisonnement logique ne peut percer…” (A. Makine, Le testament français, Paris 1995, p. 207).
Dunque il segreto non sta nella logica, ma nel “senso superiore”, nella contemplazione, nella ricerca della bellezza. Makine sembra recuperare il significato della celebre frase che, nell’Idiota di Dostoevskij, Ippolit attribuisce al Principe Myškin: “la bellezza salverà il mondo”. In questo immenso spazio russo, incomprensibile agli occidentali, avvezzi solo ai concetti di limite e misura (si veda il personaggio piatto e volgare del giornalista americano), in questa città di Mirnoe dove gli abitanti sopportano nel silenzio i mostruosi paradossi della realtà sovietica, l’unico modo per salvarsi, per dare un senso alla propria vita, è cercare nel dolore e nello squallore gli istanti in cui, tra i gesti e i luoghi più comuni della quotidianità, si manifesta la bellezza. La donna che aspettava è un viaggio in cui Makine ci guida alla ricerca di queste manifestazioni. Eccone una mentre il protagonista aiuta Vera ad attingere acqua dal pozzo:
Il ghiaccio si ruppe con una sonorità da clavicembalo. Ci guardammo. Stavamo entrambi per dire la bellezza di quel tintinnio, ma ci trattenemmo. L’eco del clavicembalo si era diluito nella luminosità dell’aria, si unì al lamento ripetuto di un rigogolo, all’odore di legna bruciata proveniente dall’isba vicina. La bellezza di quell’istante sarebbe semplicemente diventata la nostra vita (p. 43).
La bellezza esige uno stile molto particolare. In questo romanzo Makine conferma i meriti stilistici che gli sono stati attribuiti dai suoi critici: l’uso di una lingua letteraria molto ricca (frutto anche del suo privilegio di stare entre deux langues), di “una prosa sobria per l’esaltazione e di una sintassi rigorosa per il delirio” (J. Garcin, “Makine en trance”, Le nouvel Obstervateur, 11 febbraio 1998, p. 55), di uno stile libresco ma colorito, mai volto al neologismo o all’acrobazia, bensì veicolo chiaro di immagini ricche di significato, di metafore costruite con sapienza sugli elementi dell’immenso spazio naturale russo, sui gesti della vita quotidiana, sugli stati emotivi dei personaggi complessi.
Il romanzo si presenta quindi come uno squisito percorso alla ricerca della bellezza in un mondo in cui essa sembra sepolta, in cui “i segni della storia si erano cancellati”, in cui “il tempo semplicemente non esisteva” (p. 33). Ma c’è di più: il fascino della lingua di Makine, questo suo francese così coltivato e apparentemente così poco adatto a descrivere le crudeltà del mondo sovietico esperite dallo stesso autore, si trasforma di pagina in pagina in una musica straniante e coinvolgente, simile al moto lento della barca su un lago proprio mentre (come nell’ultima scena del romanzo) ci porta via dalla donna amata, dalla Donna che aspettava.

 
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