W. Gombrowicz, Diario. Volume I (1953-1958), a cura di F.M. Cataluccio, traduzione di V. Verdiani, Feltrinelli, Milano 2004
(Recensione di Riccardo Capacciola)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 48-53
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Venerdì sera
Affronto Gombrowicz come si affronta un monumento. La monumentalità però si basa su una falsa etimologia, cioè sulla parola mole, intesa come il Mulino del Pò o il monumento di Jan Žižka sulle colline di Praga, cioè la più grande statua equestre dell’umanità.
Del Diario di Gombrowicz ne hanno fatto un libro, cioè una Bibbia, però siccome le bibbie oggi non esistono, beh, la lettura va a finir male perché gli spunti sono pochini e le idiosincrasie troppe. La realtà era ed è ben più meschina. Quel diario aveva un altro passo, era un feuilletton-journal intime più che un’opera unitaria.
E del resto il principale impostore fu Gombrowicz stesso, che intuì la possibilità di fare del Diario il grimaldello per attirare simpatie, cioè forse l’unico mezzo per edificare il proprio mito.
Allo scopo, Gombrowicz avrebbe potuto limitarsi a scrivere una canzone, ma gli sfuggiva la musica. Solo a tratti la sfiora contemplando la pampa, o il mar della Plata, mentre un tango di capodanno si porta via le pance e le ganasce posticce. Così punta tutto sul vetriolo, sulla corrosione della propria inadeguatezza, della Polonia, dell’esilio, della letteratura polacca in esilio e troppo altro. Ruggine inguaribile era quanto non si realizzava, cioè un destino non all’altezza. E quindi giù con gli insulti su cattolicesimo, poeticità, comunismo, sul ventennio della Polonia indipendente o sul club polacco di poesia o chi vi pare.
Gombrowicz, incerto del proprio valore, cerca di vincere ai punti, innesca una battaglia che colpisce ai fianchi, certo che la sfida sia anche tra propaganda e censura. E la battaglia paga, perché tra Trans-atlantico e Matrimonio corre una svolta, un’attenzione, una simpatia dovuta al perdurare del Diario, la sua opera continua mai toccata dal silenzio.
L’inizio di questo sforzo nasce per caso, da una collaborazione con Jerzy Giedroyc, il direttore del mensile parigino Kultura, principale rivista letteraria dell’emigrazione nei primi anni Cinquanta, ma letta anche in patria nonostante i rischi. “Stringo parole che non riesco a conoscere / ma neppure a stracciare” (Aldo Florio), sembra rischiare Gombrowicz nei primi abbozzi, per poi librarsi sempre più corrosivo in un Diario che in seguito spacciò per vicenda privata.
Solo due parole sulla traduzione, peraltro discreta. A Vera Verdiani manca il cambio di ritmo: non distingue i passaggi tra mutande, filosofia e i rari istanti di squisita poeticità.
Sabato pomeriggio
Una volta finsi di vincere un premio e di andare a Parigi per ritirarlo.
Rientrato, mi accorsi di quanti fossero davvero felici e di chi si rodeva.
Sono divorati dall’invidia pensavo, ma non mi risolvevo a nulla.
Però fu divertente, dopo tutto, perché mi costò solo qualche bevuta e di chiudermi in casa per qualche giorno.
Domenica sera
L’opera di Gombrowicz pone il problema di come si debba muovere la critica e quale sia in generale il suo ruolo. È l’autore stesso che affronta questi temi sottolineando l’incomprensibilità dei veri artisti, che non dovrebbero essere giudicati da “figure letterarie di secondo o terzo piano” (p. 108). Affatto modesto, Gombrowicz arriva a sostenere che il critico dovrebbe limitarsi a evocare ciò che in lui ha prodotto un’opera senza spingersi oltre il suo giudizio personale o azzardare relazioni, corrispondenze, come invece avviene nelle recensioni più recenti (p. 109).
Ma allora come giudicare queste affermazioni cinquant’anni dopo, se non come boria inammissibile? Eppure sappiamo che in patria Gombrowicz fu stroncato brutalmente dalla critica di regime e che le sue opere non vennero ristampate se non dopo la morte di Stalin.
Nel Diario Gombrowicz pare risolvere questa impasse visitando il Museo nacional de bellas artes e discorrendo con N.N. Dopo aver affrontato il tema della banalità delle gallerie e della gente che lì si affanna, egli fissa il suo interlocutore scosso: “i miei ragionamenti” – interpreta – “gli parevano semplicistici non perché non avessi ragione, ma perché non ci si esprime così nell’ambiente artistico […] La mia era una sfera di concetti superata, una sfera inferiore e troppo terra terra. Non si poteva parlare d’arte in quella maniera!” (p. 35).
Ecco dunque il mio intendimento. Affrontare questa recensione come un affronto, nel tentativo di irritare gli addetti ai lavori deridendo il linguaggio del settore. È questa l’unica lezione: l’umiltà (banalità) del linguaggio. L’avanzata di un pensiero, anche non raffinato, ma inteso alla divulgazione di sensazioni libere (quindi soggettive) all’interno di un quadro di sintesi o rottura con la tradizione.
E ancora, trattandosi di un diario: dove finisce Gombrowicz? Qual è la dimensione psicologica? Come si possono affrontare i suoi testi senza cogliere le idiosincrasie, il dolore per la perdita d’identità, le precarie condizioni economiche o per la semplice solitudine di un intelletto disperso in Argentina? “Qui la stagione è appena agli inizi. Non c’è quasi nessuno. Vento, vento e ancora vento” – afferma. “Il rombo e il fracasso sono talmente vasti da trasformarsi in silenzio. Silenzio. Questa follia è pace. La linea dell’orizzonte è immota, immoto il luccichio dello specchio infinito” (p. 240).
Martedì, ore 12.00
Gombrowicz afferma di leggere L’uomo in rivolta di Camus in ufficio, rubandolo alle pause, ai sospiri, ai non-luoghi delle sette ore in cui si abbruttiva e veniva sopraffatto dal Banco Polaco di Buenos Aires (p. 59). Per un attimo mi sono ricordato di chi si nascondeva in magazzino con L’aquila a due teste di Cocteau, o l’operaio sorpreso “a disegnare silenzi”, come diceva, cioè fiori, ritratti o nudi.
Comprendere la frustrazione di Gombrowicz davanti all’impotenza è semplice, così semplice da lasciar presagire una banalità dell’impotenza, dopo la banalità del male.
Martedì, ore 18.00
Immagino Gombrowicz appena uscito dall’ufficio. So che non dovrei perdermi in queste digressioni, visto che il risvolto di copertina mi ricorda come il Diario sia soltanto un pretesto, un abile camuffamento. È invece “un libro dalle forti connotazioni filosofiche […] Un’opera ambiziosa che ricorda i Saggi di Montaigne”.
Immagino Gombrowicz che deve intervenire al club del libro o al circolo di poesia di Buenos Aires e del dolore che lì dovrà provare. Del resto ne parla lui stesso, di quanto fosse infastidito dal veder paragonato “Mickiewicz a Dante” o di dover ascoltare che “Thomas Mann considerava la Non divina Commedia [il riferimento è alla Nie-boska komedia, del 1835, del poeta romantico Z.N. Krasiński (1812-59)] una grande opera” (p. 9).
Che significa rimestare nella letteratura polacca, restituirle la dignità e lo spessore che merita? Che significa innalzarla o abbassarla “alle altre letterature”, se non già umiliarsi, ridursi agli strilli di un lacchè? “Ah, possedere una letteratura adulta! Ah, eguagliare Francia e Inghilterra! Ah, crescere più in fretta possibile!” (p. 190).
Gombrowicz provava sollievo rinnegando l’amor patrio, la trovava una forma di affrancamento. Detestava quelle riunioni di esuli dove si finisce per esaltare Mickiewicz e Chopin. Esaltare i geni nazionali è pratica degna del bifolco che vanta un’araldica, roba da complessati, nobili decaduti. Per questo preconizzava una rottura fra la futura letteratura polacca e quella europea in generale: per superare le letterature maggiori – francese, italiana e tedesca – occorreva una sorta di ritorno all’infanzia, ove l’infantilismo fosse una sorta di metafora; la consapevolezza dell’inferiorità della letteratura polacca. È solo “dirottandola su binari più moderni” – affermava – “che potremo cambiare il suo rapporto con la Forma”, perché europeizzarla non è altro che sfruttare tutte le opportunità di contrapporla all’Europa, restituendole “fiducia in se stessa” (p. 146)
Più in là Gombrowicz si pone il problema di cosa sia il talento. La risposta è feroce, l’artista è un mostro “consacrato” alla letteratura, che “non scrive affatto con un misterioso talento, ma con se stesso”. In altre parole ci mette dentro sensibilità, cuore, intelligenza, cioè la “sua intera evoluzione spirituale e quella continua tensione e eccitazione dello spirito che Cicerone definiva l’essenza di ogni retorica” (p. 143). Dunque nulla di misterioso, né di esoterico, concludeva ironicamente. Poi altrove (p. 190), citando Anatole France e Andre Gide, l’autore trova qualche definizione di talento e aggiunge: “se il talento è pazienza e paura, allora non mi manca”.
Sabato
Chi era Gombrowicz? Lungi da divinizzarlo a Carneade, credo che la sua opera sia essenzialmente mirata a innalzare un monumento a se stesso. L’unico parallelo che mi viene in mente è il Miller squattrinato che vaga per Parigi, annientato da tutto salvo che da se stesso.
L’io in una furia, l’io che combatte l’unica battaglia che davvero abbia senso, quella per esistere. Però Henry Miller combatte – uomo di mezza età in “esilio” da se stesso – nella metà degli anni Trenta, Gombrowicz nei Cinquanta.
Da Parigi uscirà Tropico del Cancro, da Buenos Aires qualcosa in meno. Ma cosa? Trans-atlantico (che follia, mi ricorda i moderni trans-umanisti, anche se non c’è nesso), Matrimonio, Pornografia?
La risposta buona è no, non sono questi.
Gombrowicz inventa una condizione dell’uomo in forma di diario, un po’ come Miller scrive un diario in forma di romanzo. Randagi, aristocratici (anche se Henry Miller non lo era), forse un po’ viscidi, di mezza età, succubi dell’inabissamento e affossatori della loro classe sociale, entrambi vivono l’estrema rabbia di affermarsi e di resistere. Affermarsi è il supremo tentativo di esistere.
Bene. Non ho mai saputo se si conoscessero, se Gombrowicz avesse letto l’americano negli anni delle prime collaborazioni a Kultura. Probabilmente non è nemmeno importante, nel senso che di questi uomini è simile il destino, il temperamento e la non rassegnata ostinazione a voler scrivere, a strappare l’eccellenza dalla quotidiana e banale esistenza.
Qual è il valore di simili uomini, tanto forti e così sicuri della propria individualità, orgogliosi, da riuscire a innalzarsi, imponendo se stessi?
Qual è dunque il loro valore letterario?
Nella notte di sabato
Gombrowicz e il silenzio. Io… Io… Iooo… Cioè solo, inevitabilmente.
E quindi la sua furibonda lotta con la critica, con la Polonia del realismo e quella dell’emigrazione o della diaspora.
E ancora il suo orgoglio, affatto minato dalla malattia. Il suo feroce attacco alla chiesa cattolica, che priva l’ateo di proclamare anche negli ultimi istanti “quell’Essere o non Essere e nel rispondervi come meglio crede” (p. 396) e aggiunge: “ostacolare artificialmente la morte è un ricatto, una porcheria”.
Eppure voglio ora ricordarlo in un altro modo, coi soprannomi dei giovani amici, quasi fosse un Cavaliere di Malta che si è condannato a infondere l’istruzione nei giovani.
Siate meno seri!! E giù Asno, Asino, Dipi, Quilombo (Bordello), Fior de Quilombo, Colimba, Giże, Guillé, Marianito… Ma con affetto.
Domenica
Gombrowicz anche la domenica? È proprio lui a rispondermi, ricordando Simone Weil che aveva scorto qualche talento in una giovane operaia e la voleva istruire.
“E così la povera ragazza si annoiava a morte? Infatti: il profondo e il sublime annoiano i comuni mortali. E un po’ per cortesia, un po’ per timidezza non protestava? Proprio come noi che, per pura cortesia, sopportiamo i saggi, i santi, gli eroi, la religione, la filosofia” (p. 244).
Ecco cosa non ha affrontato Gombrowicz, se non marginalmente: l’atomica, Hitler (salvo qualche pagina efficace su come è salito al potere), la guerra, la letteratura argentina, gli ebrei, Izaac Singer.
Dei pittori parla, ma solo per calpestare la loro arte, della musica non c’è molto, ma si rifarà nella seconda parte del Diario, quello degli anni 1959-1969.
Lunedì
L’infantilismo di Gombrowicz è l’unico motore per far crescere la letteratura polacca.
La sua feroce battaglia coi primi del Novecento, oltre che col secondo dopoguerra. L’assalto alla Polonia indipendente (cioè la Polonia tra le due guerre). L’intuizione che quella Polonia divorasse i suoi cittadini per rafforzare lo stato e che tutta la letteratura del paese fosse gonfiata allo stesso scopo (p. 225). È un sospetto, credo, che a molti permane tuttora, anche di fronte ai quattro premi Nobel.
Il problema è semplice: di che letteratura si nutre un giovane stato finalmente indipendente dopo 150 anni? E un giovane stato comunista? La risposta è sparsa ovunque nel Diario, ma più o meno è una sola: Sono gonfiati!
Poi tanti altri pensieri sciolti, tipo che il comunismo (altrettanto dogmatico) abbia fatto bene alla chiesa nel senso di una forma di concorrenza laica o sulla loro comune falsificazione dello sviluppo dell’uomo e della sua utilità (a p. 40 Gombrowicz afferma: “e qui si profila una pericolosa analogia. Quando parli con un comunista, non hai forse l’impressione di parlare con un credente? Anche per il comunista tutto è risolto, per lo meno in questa fase del processo dialettico: lui possiede la verità, lui sa”).
E ancora l’orrore per la stupidità, intesa come solitudine dell’esule che non ha raffronti (come abbiamo visto nel parallelo a Miller). Ma allora questa solitudine è una Shoah, un destino macabro di sopravvissuti comunque destinati al rimorso? Ecco, il rimorso (più volte accennato) è quello di essere sfuggito alla guerra, alla tragedia: “secondo voi il fatto che patrioti come Mickiewicz e Chopin non abbiano preso parte alla lotta armata è da attribuire solo alla loro vigliaccheria? O non piuttosto al desiderio di non rendersi ridicoli? […] Allo scoppio della guerra ero nella categoria C dell’esercito, poi […] D” (p. 145).
Questo nel 1954, ma l’anno dopo afferma: “ebbene, lo confesso: per effetto della guerra e per la recrudescenza di quelle forze ‘inferiori’ e regressive prodottasi dentro di me, ero stato beneficiato da una tardiva giovinezza. Mi ero rifugiato nella giovinezza e avevo chiuso la porta alle spalle. […] Sedevo nei caffè di Buenos Aires e […] avevo l’aria giovane. Il mio viso era fresco come quello di un venticinquenne” (p. 183).
E del resto la battaglia contro la stupidità è una battaglia contro le idee stesse. Sono “sempre più concentrato sul rapporto dell’uomo verso l’idea” afferma per caso parlando di cattolicesimo. “L’idea è il paravento dietro al quale avvengono cose diverse e molto più importanti. L’idea è un pretesto, un mezzo ausiliario. Il pensiero avulso dalla realtà umana è splendido e maestoso ma, una volta diluito in una massa di esseri passionali e insufficienti, diventa puro frastuono. Sono stanco di stupide discussioni. Del minuetto delle argomentazioni […] intellettuali. Delle vuote formule filosofiche” (p. 41).
Capodanno 2006
Finalmente! “Mi sono presentato alla festa da ballo [in realta` il capodanno del 1954] alle due del mattino” (pp. 87-88). Dopo vino e vodka: “mi sedetti in giardino dove, all’improvviso, la folla si divise in coppie e cominciò a ballare”. La musica “dal posto in cui mi trovavo, quasi non si sentiva e mi giungeva solo un sordo rimbombo di percussioni e qualche nota saltellante. Al celeste richiamo di quei brani […] rispondeva il ritmo dei corpi, un ritmo giocoso e violento, spiritoso e insistente, freneticamente scatenato e più tangibile, più reale di quella lontana allusione”. Sembrava che “non la musica suscitasse la danza”, ma il contrario. “Che danza! La danza delle pance sporgenti, delle invereconde calvizie e delle facce appassite, la danza della monotona e faticosa quotidianità che si prende una vacanza”. Si trattava “di gente anziana, di gente comune con tutte le sue inevitabili magagne – magagne esposte senza vergogna in convulsioni che, in assenza di musica, assumevano un che di sfrontatamente blasfemo e di selvaggiamente dissoluto. Sembrava che avessero deciso di conquistare e possedere a forza la Bellezza, lo Scherzo, l’Eleganza e l’Allegria e che, dando libero sfogo ai loro difetti e a tutta la loro mediocrità, creassero collettivamente una forma danzante e divertita… alla quale non AVEVANO DIRITTO e che in realtà ERA USURPATA” (pp. 87-88).
Ecco, Gombrowicz non è mai stato più spietato verso la condizione dell’adulto, nemmeno quando in Pornografia tenta un sillogismo zoppo dove giovinezza è uguale a inferiorità, ma anche a bellezza, quindi… È il suo tema eterno, lo stesso di Ferdydurke, anche se lì tenta pure l’ipotesi esistenzialista “perché l’uomo, creato dagli uomini, e gli uomini che si creano a vicenda sono, appunto, esistenza e non essenza. Ferdydurke è esistenza sospesa nel vuoto, ossia nient’altro che esistenza” (p. 253).
La riflessione pare abbastanza posticcia, datata, forse più dettata da mode, mentre vero e autentico è l’odio verso la condizione dell’adulto. Non a caso il ballo termina in un: “dopodiché ricominciava il selvaggio, tenebroso e sordo lavorio di corpi sobbalzanti e rapiti da se stessi”.
Ma avanziamo lentamente, perché siamo al cuore di Gombrowicz.
Più volte questo infantilismo, l’esaltazione dell’età acerba è un passaggio imprescindibile per descrivere l’uomo moderno, il carattere del Novecento. Ma perché la gioventù è libera da vincoli e questa è posizione di privilegio?
In realtà il giovane non è libero, ha vincoli imposti dalla famiglia, gode sì della pura bellezza, ma… La gioventù è libera da pastoie perché immatura, risponderebbe Gombrowicz, cioè la forza degli altri, l’esercizio di plasmare non ha ancora prodotto alcun danno. Eppure questa forma di inferiorità – aggiunge quando nel Diario cita Bruno Schulz – non è auspicabile, anzi “quando l’uomo” cresce “al di sotto del vero valore, sempre compromesso, non cercherà forse di scaricare la propria vita psichica in una sfera che gli sia consona, cioè dozzinale?” (p. 306).
Scrive Schulz sulla rivista Skamander che l’immaturità umana finisce nella “sfera dei contenuti sub-culturali, sub-educati e rudimentali” (p. 306). Ciò significa che se un individuo ha ricevuto un’educazione d’eccellenza in un campo ristretto e definito, può essere fondamentalmente vergine in altri ambiti intellettuali o nel campo sentimentale. Questo spiega anche come stimati professori siano poi disposti a prendere posizione becere (e banali) in una semplice conversazione da bar, o peggio. La nostra immaturità – pare irridere Gombrowicz – ci porta a forme di ideologia, comportamenti, qualunquismi di seconda mano o ad ostinate forme di indifferenza se non ostilità. Così ecco la scissione su due piani. Da un lato la forma ufficiale (il ruolo “forte” che rivestiamo) “dove rendiamo omaggio ai valori più alti e sublimati”, sempre secondo Schulz (nel saggio Ferdydurke, pubblicato nel 1938). A latere, il non-è (cioè il non-compiuto) che per certi aspetti può essere la vera vita. Ecco quella “vita scorre in segreto e al riparo dalle sanzioni superiori in quella sfera impura le cui energie emozionali sono cento volte superiori”, almeno negli individui che non attribuiscono troppo valore alla carriera/campo ove eccellono.
E questi individui sono tanto al sicuro nella loro vita, quanto più riescono a mimetizzarsi. Esiste infatti un unico schema che può rompere questi rapporti: l’invidia o l’antipatia.
È tanto evidente come una persona di successo che risulti attaccabile (goffa, per esempio, poco brillante o affatto elegante) ben presto riceverà affronti.
Cadere in disgrazia, perdere l’oggetto amato (“perdipiede”, come coniava Alberto Moravia nei suoi Racconti romani), subire le malelingue striscianti o ardite è il contrappasso, la parentesi del dolore. È un prezzo.
E pagare questo prezzo significa isolarsi ancora di più, chiuderci nelle nostre “care cose”, cioè nella sfera di eccellenza o nei nostri pochi affetti, manie, fissazioni. È triste, ma purtroppo è l’atteggiamento più comune, perché pochi riescono a sconfiggere le loro debolezze.
Vincere i propri difetti più macroscopici, gli stessi sui quali siamo già stati già duramente attaccati e battuti, è impresa titanica. Qualcuno ce la fa, certo, ma allora forse non era così debole, o la bordata non era poi tanto violenta! E non è che ora voglia minimizzare, mi chiedo soltanto se la situazione non sia proprio questa purtroppo. Se non esista, cioè, una naturale impotenza a vincere le sconfitte, là dove le sconfitte hanno squisita origine psicologica.

 
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