D.S. Baldaev, Tatuirovki zaključennych, Limbus Press, Sankt-Peterburg 20062
(Recensione di Chiara Caccialanza)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 119-120
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Il volume Tatuirovki zaključennych [I tatuaggi dei detenuti] di Dancig Baldaev è stato presentato al pubblico russo come “il libro che la Russia ancora non aveva visto”. Infatti, un’analisi così dettagliata di un fenomeno fino a poco tempo fa considerato tabù, come quello dei tatuaggi dei detenuti, si può considerare senza precedenti anche in un mercato librario ricco quale quello russo attuale.
Il maggiore Baldaev per anni, in virtù della sua carica, ha avuto l’opportunità di osservare e classificare i tatuaggi appartenenti ai carcerati e ai prigionieri dei campi di lavoro. La raccolta, uscita nel 2001 presso la Limbus Press di San Pietroburgo, costituisce l’ampliamento di un precedente lavoro pubblicato dallo stesso Baldaev in appendice allo Slovar´ tjuremno-lagerno-blatnogo žargona [Vocabolario del gergo delle carceri, dei campi di lavoro, della malavita] di D.S. Baldaev, V.K. Belko, I.M. Isupov (Moskva 1992, 19962).
Il libro, che vanta una ricchissima selezione di disegni, accompagnati da fotografie in bianco e nero, consta di due sezioni principali (tatuaggi maschili e femminili) che si articolano a loro volta in numerose sottocategorie comprendenti le più svariate tipologie di tatuaggi. Si tratta di un excursus, che abbraccia più di un cinquantennio (dal 1948 al 2000), di una forma espressiva, il tatuaggio, propria degli ambienti di detenzione, che viene qui presentata e analizzata non solo e non tanto nella sua valenza figurativa, quanto nella sua primaria funzione semantica. Infatti, come rilevato da studiosi quali Aleksej Plucer-Sarno, il tatuaggio, pur rappresentando soggetti in apparenza a tutti noti, nel microcosmo della prigione assume in realtà significati peculiari, propri, che lo slegano dall’ambito dell’universalmente conosciuto per farlo assurgere al rango di vero e proprio codice comunicativo dei detenuti. Ne consegue una presentazione tipologico-semantica dei tatuaggi di più frequente riscontro nell’ambito carcerario.
Fondamentale, per un corretto inquadramento dei disegni e del loro significato, è una minima conoscenza dei termini gergali che denotano lo status del detenuto, la considerazione di cui gode nell’ambiente carcerario, il modo in cui si rapporta alle istituzioni e all’amministrazione del luogo di detenzione: si va dal vor v zakone [ladro nella legge], indiscussa autorità, con l’opinione della quale ogni altro detenuto deve fare i conti, all’otricala, che si distingue per la sua condotta antisociale, per la costante trasgressione delle regole del carcere, per l’insanabile conflitto che lo oppone all’autorità in generale; all’opuščennyj, degradato dalla stessa comunità dei detenuti al rango più infimo della scala sociale, costretto a subire atti di violenza e ad attendere alle mansioni più umilianti.
Per i “ladri nella legge” sono tipici i tatuaggi raffiguranti teste di predatori, teschi, il gatto (simbolo di agilità, di abilità e di buon esito del furto), nonché oberegi (termine quasi intraducibile ma assimilabile ai nostri “santini” protettori, indica disegni aventi la funzione di proteggere colui che li porta e di far sì che le forze dell’aldilà interagiscano con il mondo terreno condizionandone gli eventi) quali riproduzioni di personaggi sacri e di chiese le cui cupole, il più delle volte, simboleggiano gli anni di detenzione comminati oppure il totale delle condanne seguite dall’invio in un luogo di detenzione (chodka). Non mancano, nel repertorio dei “ladri nella legge”, anche i tatuaggi cosiddetti “ghigno al potere” (oskal na vlast´), che, però, per antonomasia, distinguono gli otricala: questa categoria, com’è facile immaginare, abbonda di raffigurazioni di personaggi politici spesso rappresentati nelle sembianze di asini, diavoli, caproni, cui spesso si abbinano scritte poco lusinghiere, quando non apertamente ostili, nei confronti del sistema vigente e, nella maggior parte dei casi, del regime comunista. Ma è qui importante rilevare che i detenuti considerano qualsiasi potere costituito, indipendentemente dal suo orientamento ideologico, il nemico per eccellenza, e i suoi rappresentanti, siano essi Stalin, Brežnev o Gorbačev, vengono recepiti alla stregua di boss (pachany) di formazioni criminali rivali. Ciò perché l’universo dei detenuti non riconosce alcuna autorità al di là della propria, nessuna legge al di là di quella che esso stesso si è imposta. Un codice spietato, del quale i tatuaggi sono una componente fondamentale, emanazione e al tempo stesso principio costitutivo del corpus di rigide norme di convivenza sociale che il detenuto, che lo voglia o no, è tenuto a rispettare. Ed è questa, forse, la differenza fondamentale che intercorre fra i tatuaggi delle persone libere e quelli dei carcerati: semplice ornamento, in genere, per le prime, essi sono invece, nei luoghi di detenzione, il mezzo irrinunciabile attraverso il quale si costituiscono e si determinano le relazioni sociali, si comunicano il proprio status, la propria “specializzazione”, la propria biografia. Il “frac con le decorazioni” (frak s ordenami), ossia il corpo tatuato, oltre che informare di sé e imporre un ben preciso ordinamento a tutta la comunità, è prima di tutto un libro aperto, un documento d’identità, un narratore diretto della storia del detenuto. Esso assume, quindi, un ruolo quasi sacrale, magico, alla pari degli oberegi, e il trasgressore, colui che si attribuisce un tatuaggio che corrisponde a un rango superiore al suo, viene costretto a eliminarlo in modo cruento e diviene così un paria, un opuščennyj, un intoccabile. Fra i tatuaggi di forte connotazione biografica, i più interessanti e significativi sono forse quelli che vengono effettuati sulle dita delle mani, i cosiddetti perstni, che, insieme ai semi delle carte, comunicano l’identità professionale e la “casta” di appartenenza del criminale (ad esempio, una chiave sul dito indica lo svaligiatore di appartamenti, il teschio l’assassino, picche e fiori designano il detenuto che gode di particolare autorità e così via). Anche in questa classe di tatuaggi, come in altre, sono frequenti giochi di parole e acrostici: Bog [Dio] (Budu opjat´ grabit´ (Farò ancora rapine)], Vor [Ladro] (ma anche sigla di Vožd´ oktjabr´skoj revoljucii [Capo della rivoluzione d’ottobre], sotto il ritratto di Lenin), Mir [Pace] (Menja ispravit rasstrel [Mi correggerà la fucilazione]), Kot [Gatto] (Korennoj obitatel´ tjur´my [Abitante indigeno della prigione]), Limon [Limone] (Ljublju i mečtaju o nem [Lo amo e lo sogno]), affiancati a semplici sequenze di lettere che formano parole di nessun significato. Particolarmente insoliti sono invece i tatuaggi sulle dita dei piedi, caratteristici degli otricala, di solito costituiti da testi di dieci lettere.
Il volume di Dancig Baldaev, che ha il merito di aprire uno spiraglio su un mondo poco conosciuto ai più, quello della vita quotidiana dei detenuti, è di indubbio interesse per i russisti; non a caso, Mario Caramitti gli ha dedicato un capitolo in Schegge di Russia. Nuove avanguardie letterarie (2002) sancendo così l’importanza e la dignità di una forma d’arte, il tatuaggio, che può essere accostata a quelle tradizionali e che, tanto efficacemente quanto queste, contribuisce a disegnare il ritratto di un paese come la Russia. Non è infatti eccessivo affermare che parte della storia russa scorre e si dipana interamente sul corpo di questi suoi figli che ne osservano gli sconvolgimenti e i cambiamenti da un’angolazione del tutto particolare.
Corredano la raccolta, oltre a un’introduzione dello stesso Baldaev, un brillante saggio di Aleksej Plucer-Sarno e un piccolo glossario delle parole e delle espressioni gergali più utilizzate nel mondo criminale.

 
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