“Mio padre ha visto il primo uomo andare sulla Luna?”
Ju. Muchin, “AntiApollon”. Lunnaja afera SŠA, Jauza Eksmo, Moskva 2005.
(Recensione di Stefano Bartoni)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 110-112
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Nel mezzo della calura estiva, ritornato dall’immancabile coda di ferragosto, durante una noiosa navigazione fra vari siti ancora immersi in un sonno di mezza estate, mi risveglio dal torpore quando mi imbatto in questo titolo, che faceva bella mostra sull’homepage di Repubblica: “La Nasa perde i nastri dello sbarco sulla Luna”.
Ricordo che l’inizio dell’articolo mi aveva letteralmente folgorato, tanto da averlo trascritto nei miei appunti: “John Sarkissian è uno scienziato, ma ama le sottigliezze della lingua come un filosofo. ‘Voglio chiarire che i nastri non sono andati smarriti, perché questo significherebbe che sono stati conservati malamente e ora non avremmo nessuna possibilità di ritrovarli. Il problema è solo che non sappiamo dove sono’”.
Geniale, non c’è che dire: non li abbiamo persi noi, sono loro a non farsi trovare. Immediatamente il pensiero è corso alle innumerevoli conspiracy theories che, dagli anni Sessanta in poi (a partire dall’assassinio di JFK a Dallas), hanno goduto di una notevole forza sotterranea, lontana dai canali ufficiali, una forza che oggi è diventata meno sotterranea grazie al World Wide Web; una teoria, quella della cospirazione, che ha da sempre avuto uno dei suoi cavalli di battaglia proprio nell’“affaire luna”, la “moon hoax” che ci fa dubitare della versione ufficiale, che ci insinua il seme del dubbio: forse l’uomo, sulla Luna, non c’è mai stato.
Dopo aver letto l’articolo, mi sono ricordato di un libro che avevo letto l’estate scorsa, durante un soggiorno a Mosca, un libro che trattava la “moon hoax” dal punto di vista di chi, quella corsa alla luna, l’aveva persa. E allora ho ripreso il libro fra le mani.
Jurij Muchin è il direttore della rivista settimanale Duel´ (http://www.duel.ru) e questo suo libro, che è una sorta di collage di articoli pubblicati proprio sul giornale da lui diretto, riprende, dal punto di vista di un intellettuale (ex)sovietico, le teorie “cospirative” legate alla (presunta) impresa lunare statunitense, culminata il 20 luglio 1969 con lo storico allunaggio di Armstrong e Aldrin. L’idea base del libro di Muchin è quella che gli americani non siano mai scesi sulla luna, ma abbiano solamente mandato i propri astronauti in orbita selenocentrica e contemporaneamente ordinato a Hollywood di realizzare delle riprese “dalla luna”.
Alla base di questa ipotesi ci sono tutta una serie di elementi che sono ripresi dalle teorie sulla “bufala lunare” che sono proliferate negli Stati uniti fin dall’indomani dell’allunaggio dell’Apollo 11. In particolare, Muchin è convinto che le foto e le riprese “dalla luna” siano in realtà state girate sulla terra (da Stanley Kubrick, reduce dal grande successo di 2001. A Space Odissey, che risale ad appena un anno prima), e porta una serie di osservazioni a supporto della sua ipotesi, tra le quali:
- la bandiera americana che indubbiamente sventola (e non si tratta di oscillazioni, come asseriscono i sostenitori della verità ufficiale, perché le “oscillazioni” avvengono solo in una direzione) in un ambiente che si suppone privo di aria;
- le ombre degli oggetti e degli astronauti che sono notevolmente più corte di quanto dovrebbero essere se le riprese fossero state effettivamente girate sulla Luna;
- la famosa impronta di Armstrong che risulta essere molto più profonda di quella che sarebbe dovuta essere se fosse stata impressa sulla superficie lunare, a conferma che la forza di gravità nel luogo dove è stata effettuata la ripresa non era di certo pari a quella sulla luna (che è un sesto di quella sulla terra);
- la polvere lunare sollevata al passaggio del modulo lunare che dimostra ulteriormente la presenza di una forza di gravità indubbiamente superiore a quella lunare;
- lo stesso modulo lunare che, per dimensioni e per progetto, non ha molto senso in un ambiente a bassa gravità come quello lunare.
Oltre a queste “evidenze”, comuni a tutte le teorie cospirative sull’impresa lunare, Muchin propone anche dei dati che provengono dalla comparazione delle missioni lunari americana e sovietica, dati che riguardano principalmente l’analisi del terreno “lunare” riportato dagli americani.
Muchin osserva che ci sono differenze sostanziali nell’analisi chimica fra il materiale riportato dalle spedizioni sovietiche “Luna” (16, 20 e 24) e da quelle americane “Apollo” (dall’11 al 17, con l’eccezione del 13 che non allunò a causa di un’avaria), tanto da far pensare che i materiali provengano da due pianeti diversi. Inoltre i campioni americani non sono stati analizzati dagli scienziati sovietici, che non li hanno ricevuti: secondo i documenti, i sovietici ricevettero dagli americani circa 100 grammi di materiale lunare (in realtà ne ricevettero 30), e praticamente tutti vennero inviati all’istituto di geochimica Vernadskij di Mosca (Geochi), diretto da A.P. Vinogradov. Questa decisione, presa indubbiamente dal Comitato centrale del Pcus, di fatto tagliò fuori dalla possibilità di analizzare i campioni lunari americani la quasi totalità degli scienziati sovietici, che quindi non hanno mai visto questi campioni e nei loro articoli riportarono solo i dati forniti dagli americani (mentre, al contrario, americani ed europei descrissero in modo dettagliato i campioni ricevuti dai sovietici).
Muchin si sorprende anche del fatto che il Comitato centrale del Pcus, anche di fronte alle prime voci sul “bluff” lunare americano provenienti dagli stessi Stati uniti, non usò mai questo argomento a fini propagandistici. La risposta che l’autore fornisce al suo lettore è però poco credibile, e rientra nel campo della fantascienza letteraria, genere “storia alternativa”. Resta il dato di fatto, comunque, che il Pcus non fece nulla per utilizzare questa che avrebbe potuto essere una potentissima arma nella battaglia propagandistica contro gli Stati uniti d’America.
Ma, al di là di battaglie ideologiche ormai definitivamente passate, resta una domanda, a cui difficilmente si vorrà dare una risposta: come è possibile che quarant’anni fa l’uomo sia stato capace di mandare dei suoi simili sulla luna e oggi sia praticamente incapace di lanciare un’astronave in orbita? E a chi risponde che ciò sia dovuto al fatto che durante la guerra fredda la Nasa disponesse di fondi di cui oggi non può disporre basterebbe ricordare che la tecnologia acquisita non si dimentica.
E così, mentre rimettevo a posto il libro, influenzato dal solito tormentone musicale estivo, mi sono chiesto: “davvero mio padre ha visto il primo uomo andare sulla Luna”?

 
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