Ž. Medvedev – R. Medvedev, Stalin sconosciuto, Feltrinelli, Milano 2006.
(Recensione di Stefano Bartoni)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 108-110
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Roj Medvedev torna nuovamente sull’argomento che nei primi anni Settanta provocò la sua espulsione dal Partito comunista dell’Unione sovietica e, contemporaneamente, lo rese popolarissimo in occidente e lo inserì, abbastanza impropriamente, tra le personalità di rilievo della dissidenza sovietica.
Questa volta, insieme al fratello Žores, illustre biochimico, lo storico russo cerca di analizzare gli aspetti della personalità politica di Stalin che sono stati meno studiati: il titolo, Stalin sconosciuto, allude proprio a questo, mentre il sottotitolo, “alla luce degli archivi segreti sovietici” è solo un’aggiunta dell’edizione italiana che non ha riscontro nel corpo del libro e che, evidentemente, ha un mero scopo di marketing editoriale, una boutade per incuriosire e irretire il lettore. L’edizione italiana risulta però inadeguata perché si tratta di una traduzione dall’inglese (The Unknown Stalin, London 2003) e non dall’originale russo (Neizvestnyj Stalin, Moskva 2002): non si capisce perché una casa editrice solida e prestigiosa come Feltrinelli non possa ricorrere ai servizi di un traduttore dal russo quando intende pubblicare un libro di autori russi.
Nonostante le dimenticanze e le trascuratezze (molti sono gli errori di traslitterazione dal russo nelle note), il libro dei gemelli Medvedev risulta molto interessante, anche se, come è nello stile dei due fratelli, si appoggia molto sui ricordi personali e di testimoni diretti dell’epoca, e meno sulle fonti storiche vere e proprie. L’opera si articola in cinque parti, ognuna divisa in alcuni capitoli, che riguardano aspetti diversi della personalità e della vita politica del dittatore georgiano.
La prima parte, intitolata “Dopo la morte”, è costituita da quattro capitoli, in cui i fratelli Medvedev si occupano di questioni che da anni costituiscono terreno privilegiato di analisi da parte di storici e di biografi di Stalin, a cui cercano di fornire qualche elemento di novità e di originalità.
Il primo capitolo (“Enigmi sulla morte di Stalin”) affronta l’eterna ipotesi dell’avvelenamento di Stalin da parte della cerchia più ristretta dei suoi collaboratori: gli autori sono consapevoli dell’impossibilità di arrivare ad una verità storica; chiara è invece la cronologia dei fatti: il complotto fu successivo al colpo apoplettico fatale a Stalin, quando i Berja, i Malenkov e i Chruščev, compresero, soprattutto dopo il XIX congresso del Partito (autunno 1952), che Stalin stava preparando la loro estromissione (fisica e/o politica) dalla gestione del potere e si fecero gestori del periodo di transizione e, autonominandosi “esecutori testamentari” di Stalin, si adoperarono affinché tutto tornasse a come era prima del XIX congresso.
Il secondo capitolo (“L’erede segreto di Stalin”) è incentrato sull’identificazione di quello che Stalin, la cui salute andava sempre peggiorando, poteva aver individuato come suo erede al timone dell’Urss. Žores Medvedev crede di riconoscere questo delfino in Michail Andreevič Suslov, scelto direttamente da Stalin come successore di Andrej Ždanov a capo del Comitato centrale per l’ideologia, presunto capofila di quella generazione che avrebbe dovuto guidare il partito dopo il XIX congresso e che, invece, la morte di Stalin fece ripiombare nelle retrovie del potere. Medvedev conclude che nessuno seppe che Suslov fosse il successore a cui Stalin aveva pensato di affidare il comando dell’Urss, e questa fu anche la sua salvezza nei mesi successivi alla morte del dittatore georgiano: Suslov riuscì a sopravvivere e, sotto Brežnev, divenne il più fedele custode dell’ideologia comunista di stampo staliniano.
Il terzo capitolo (“L’archivio segreto di Stalin: nascosto o distrutto? Fatti e teorie”) richiama direttamente il primo. Dopo il complotto successivo alla scoperta della morte di Stalin, i due fratelli ritengono fondata la probabilità che i suoi più stretti collaboratori (Berija, Malenkov, Chruščev) abbiano distrutto l’archivio di Stalin per cancellare le tracce delle proprie responsabilità, e per assicurarsi di non subire sorprese nel caso di rinvenimento di un possibile “testamento” del generalissimo.
Nel quarto capitolo (“Il XX congresso del partito: prima e dopo”) Roj Medvedev si sofferma sulle reazioni che il XX congresso e la denuncia dei crimini di Stalin provocarono in Unione sovietica, demolendo il mito che tutto si sia svolto in un clima di segretezza assoluta.
La seconda parte, intitolata “Stalin e le armi nucleari”, è interessantissima: nei suoi tre capitoli lo scienziato Žores Medvedev sviscera i rapporti fra Stalin e le nuove, terribili armi di distruzione di massa che fecero il loro ingresso nella storia proprio negli anni in cui si trovò a formare e guidare una superpotenza come l’Urss. Nonostante la sua innegabile tendenza accentratrice, in campi così specializzati come la fisica nucleare le possibilità di Stalin erano molto limitate, ed egli si trovò costretto, più che in altri settori, a delegare: la sua attività riguardò soprattutto la creazione di quel gulag atomico che in pochissimi anni permise all’Unione sovietica, insieme alle informazioni raccolte dall’intelligence negli Stati uniti e in Gran Bretagna, di fabbricare la sua prima bomba atomica (1949) e di colmare il gap abissale che solo pochi anni prima, alla fine della guerra, la divideva dagli Stati uniti d’America.
La terza parte (“Stalin e la scienza”) è dedicata a un’analisi più generale dei rapporti tra Stalin e la scienza. Oltre a due capitoli che raccontano in pratica due aneddoti legati rispettivamente alla scienza militare (le traduzioni di Clausewitz fatte dal colonnello Evgenij Razin, “Il generalissimo Stalin, il generale Clausewitz e il colonnello Razin”) e alla linguistica (le lotte fra i seguaci di Nikolaj Marr e i più eminenti studiosi sovietici di linguistica, “Stalin e la linguistica: un episodio della storia della scienza sovietica”), il piatto forte di questa sezione risiede nel saggio scritto da Žores Medvedev dedicato al rapporto fra il dittatore e lo pseudo-scienziato Trofim Denisovič Lysenko (“Stalin e Lysenko”), interessante soprattutto perché testimonia l’enorme interesse nutrito da Stalin nei confronti della biologia e tratteggia un ritratto del generalissimo come inflessibile lamarckiano, assolutamente convinto della possibilità di trasformare la natura.
La quarta sezione (“Stalin e la guerra”) è forse quella centrale dell’intero libro e analizza il comportamento tenuto da Stalin in occasione dell’inizio dell’operazione Barbarossa e dell’invasione tedesca dell’Urss. I due fratelli qui si impegnano a sfatare numerosi miti che da sempre caratterizzano la storiografia dedicata a questo argomento, primo fra tutti quello che Stalin abbia commesso un grave errore nel non concentrare l’armata rossa lungo il confine: visto il poderoso sforzo compiuto dai nazisti nel tentativo di portare a termine vittoriosamente il loro progetto di Blitzkrieg, convengono i due fratelli, “la decisione tattica di mantenere il grosso dell’esercito sovietico a duecento-trecento chilometri dal confine era assolutamente corretta” (p. 272). Con uguale forza essi confutano la tesi che la firma del trattato Molotov-Ribbentrop sia stato un tragico errore commesso da Stalin, in quanto i territori occupati dall’Urss svolsero il ruolo di zona cuscinetto e rallentarono di molto l’avanzata nazista, permettendo all’armata rossa di guadagnare giorni preziosi per difendere le proprie postazioni e condannando al fallimento il Blitzkrieg tedesco. Infine, dimostrano in maniera inequivocabile che la versione dei fatti per cui Stalin abbandonò la leadership dell’Unione sovietica durante la prima settimana di guerra (perché traumatizzato dall’invasione tedesca) è solamente una favola priva di fondamento: il registro dei visitatori del Cremlino testimonia invece un’attività frenetica, Stalin riceve una moltitudine di persone fin dalla primissima mattina del 22 giugno lavorando incessantemente, e anzi, la guerra gli permette di accentuare ulteriormente la sua tendenza accentratrice.
La quinta, e ultima, sezione (“Stalin sconosciuto”) è probabilmente anche quella meno interessante, perché si occupa di aspetti più privati della vita del dittatore, ma è comunque degna di nota: soprattutto il primo capitolo (“Stalin nazionalista russo”), alla luce del crollo dell’Unione sovietica, in un certo senso rende giustizia a Stalin e al suo modello di stato federale, uno e indivisibile, contrapposto a quello leninista che voleva che la futura unione fosse basata esclusivamente sulla “solidarietà dei lavoratori”.
Dopo aver concluso la lettura del libro (che contiene anche una postfazione a cura di Andrea Panaccione), non si può fare a meno di pensare che le leggende da sfatare su Stalin siano ancora molte.

 
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