R. Medvedev, Jurij Andropov: neizvestnoe ob izvestnom, Vremja, Moskva 2004.
(Recensione di Stefano Bartoni)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 107-108
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Negli ultimi anni la figura di Jurij Vladimirovič Andropov, capo del Kgb dal maggio 1967 al maggio 1982 e segretario generale del Partito comunista dell’Unione sovietica dal novembre 1982 fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio 1984, ha conosciuto un forse inatteso boom di popolarità all’interno di vari settori della società russa.
Gli storici, dopo l’esplosione di biografie a lui dedicate registrata nei 15 mesi della sua permanenza come segretario generale e fino al 1985 circa (l’elezione di Gorbačev e l’avvio della perestrojka catalizzarono subito l’attenzione di tutti i sovietologi, facendo cadere nel dimenticatoio il segretario venuto dalla Lubjanka), hanno iniziato nuovamente a concentrare la propria attenzione su Andropov perché è stato proprio lui che, come capo del Kgb, ha preparato e formato un’intera generazione di uomini che adesso occupano le più alte sfere del potere, primo fra tutti l’attuale presidente della Federazione russa, Vladimir Putin. Da parte sua, il cittadino medio russo, che ha assistito in questi ultimi anni a una costante riduzione del proprio tenore di vita e a un progressivo aumento della violenza da parte della criminalità, organizzata e non, ha incoronato, in base a dati di sondaggi condotti nel periodo 1998-2002 e riportati da Medvedev, Jurij Vladimirovič Andropov come il leader più apprezzato di tutta la storia sovietica.
A questo dato apparentemente paradossale (sono bastati 15 mesi di conduzione del paese per farlo diventare il miglior leader dell’Urss nel giudizio dei suoi concittadini?), la stampa “liberale” ha cercato di fornire un’interpretazione più o meno riassumibile in questo slogan: “la mancanza di informazioni è la condizione per la nascita del mito”. Il libro di Medvedev cerca invece di dare una risposta meno prigioniera dei pregiudizi, e la sua testimonianza risulta essere ancora più significativa in quanto proveniente da un intellettuale dissidente che non ha avuto certo rapporti idilliaci con il Kgb diretto da Andropov (l’autore dedica un paragrafo del libro al rapporto fra Kgb andropoviano e i fratelli Žores e Roj Medvedev).
In questa sua biografia del terzultimo segretario del Pcus, Medvedev cerca di contrapporsi al mito che vede in Andropov un grigio membro della nomenclatura sovietica, un perfido e ignorante carrierista che odiava i dissidenti e chiunque si frapponesse fra lui e il potere, un uomo capace di tutto pur di raggiungere i propri obiettivi, un politico cinico e freddo, che occupa un posto nella storia soltanto perché in occidente è da molti ritenuto responsabile dell’abbattimento di un aereo di linea coreano che aveva violato lo spazio aereo russo (1 settembre 1983); contemporaneamente, l’autore è ben lungi dall’aderire al mito opposto, in auge presso alcuni ambienti occidentali, che vede in Andropov un fine intellettuale, che leggeva in lingua originale i gialli americani, che collezionava dischi di musica jazz americana e quadri degli astrattisti sovietici, un asceta liberale che amava invitare a casa propria illustri intellettuali e anche dissidenti.
Medvedev segue Andropov durante tutta la sua vita politica, dagli inizi come segretario dell’obkom del Komsomol di Jaroslavl´, attraverso il ruolo di ambasciatore sovietico in Ungheria (proprio negli anni della “rivoluzione” ungherese, nella cui repressione Andropov giocò un ruolo non secondario, ma nemmeno sanguinario) e di direttore del Kgb negli anni del fiorire della dissidenza, fino alla sua elezione a segretario generale del Pcus come successore di Leonid Brežnev, e ci mostra un uomo in costante lotta contro la corruzione della sua epoca, un uomo che, proprio in virtù della sua posizione di capo del Kgb, conosceva in tutto e per tutto i vizi e la tendenza alla corruzione che caratterizzavano quasi tutti i membri dell’oligarchia brežneviana, ma che solo raramente si è servito di questa conoscenza a fini di vantaggio personale mentre, il più delle volte, ha riposto i dossier nel proprio cassetto in attesa di tempi migliori: non a caso, i primi provvedimenti presi come segretario generale del Pcus riguardarono proprio la lotta alla corruzione e alla malavita organizzata e il ripristino della disciplina lavorativa.
I quindici mesi passati da Andropov come segretario generale naturalmente costituiscono il nucleo centrale del libro. Medvedev analizza con dovizia di particolari le sue iniziative principali: la già menzionata lotta alla corruzione, che si esplicò in tutta una serie di arresti di quadri dirigenziali della burocrazia economica sovietica colpevoli di appropriazione indebita e di vero e proprio furto di patrimonio statale (come nel caso di Jurij Sokolov, direttore del negozio di generi alimentari numero 1 di Mosca, arrestato il 30 ottobre 1982) e, soprattutto, di coloro che avrebbero dovuto controllare e vigilare affinché questi furti non accadessero, primo fra tutti Nikolaj Ščelokov, l’onnipotente ministro degli Interni fin dal 1966. Tutto ciò portò a un netto ridimensionamento della cricca mafiosa che aveva prosperato durante l’epoca brežneviana e che aveva notevolmente impoverito l’economia sovietica. Fra le misure principali adottate dal nuovo segretario del Pcus, Medvedev evidenzia l'incoraggiamento di una nuova classe dirigente, capace di sostituire quella, incapace e corrotta, che si era formata negli anni di Brežnev (fu proprio Andropov a favorire l’introduzione nelle sfere di comando di Nikolaj Ryžkov, Egor Lichačev e Michail Gorbačev, cioè di coloro che pochissimi anni dopo avrebbero dato vita alla perestrojka), e l'introduzione di alcune piccole, timide riforme economiche che portarono, insieme al miglioramento della disciplina lavorativa, a una leggera crescita economica e, soprattutto, a un miglioramento del tenore di vita della popolazione sovietica (furono varate molte risoluzioni per migliorare la situazione abitativa e la qualità dei prodotti che giungevano al consumatore).
Un capitolo a parte viene dedicato da Medvedev alla politica estera di Andropov, caratterizzata dall’inasprimento dello scontro con gli Stati uniti di Ronald Reagan, che solo un anno prima aveva definito l’Unione sovietica “l’impero del male”. Medvedev si concentra soprattutto sull’episodio del Boeing 747 della compagnia di bandiera sud-coreana che nella notte del 1 settembre 1983 violò ripetutamente lo spazio aereo sovietico e venne abbattuto da un caccia della contraerea sovietica causando la morte di 269 persone, un episodio che la comunità internazionale bollò come un “crimine contro l’umanità” compiuto dall’Unione sovietica. Lo storico russo non condivide questa interpretazione: anche se non ritiene le autorità sovietiche esenti da colpe, la responsabilità maggiore grava sulle coscienze dei piloti dell’aereo di linea coreano, che, senza nessuna comunicazione e senza rispondere agli avvertimenti, avevano notevolmente modificato la rotta abituale del volo New York-Anchorage-Seul e avevano varcato la frontiera sovietica. L’errore delle autorità sovietiche, secondo Medvedev, fu quello di non esporre apertamente la successione degli eventi di fronte all’opinione pubblica internazionale, ma è innegabile che la campagna scatenata dai media occidentali contro l’Unione sovietica sia stata assolutamente pretestuosa.
Dopo aver finito di leggere il libro di Medvedev, il lettore rimane con un dubbio, una questione aperta: che cosa sarebbe successo se Andropov avesse guidato l’Urss più a lungo? Sarebbe riuscito a riformarla senza farla crollare? Ma questo, come nel caso di Lenin, è un what if buono soltanto per speculazioni da tempo libero o per un qualche romanzo di storia alternativa. Forse, invece, si capisce un po’ di più perché Andropov sia così rimpianto dai suoi concittadini della Russia del primo decennio del XXI secolo.

 
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