I. Stogoff, mASIAfucker, traduzione dal russo di M.A. Curletto, Isbn Edizioni, Milano 2006.
(Recensione di Stefano Bartoni)
eSamizdat 2006 (IV), p. 44
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Dopo la pubblicazione di Boys Don’t Cry (2005), la casa editrice milanese Isbn ha deciso di rendere accessibile al lettore italiano un altro romanzo di Il´ja Stogoff, mASIAfucker. Bene, penso, quando hai tra le mani un libro di Stogoff sai già cosa aspettarti: alcool a fiumi, sballo anfetaminico, immancabili scazzottate, vita on the road, sesso duro e puro, e un’immancabile spruzzatina di moralismo in salsa cristiana. Tutto ormai trito e ritrito, mi dico, però è pur sempre un modo per rinverdire le atmosfere alcoliche russe (alzi la mano chi non si è mai ubriacato e/o sballato a Mosca e/o San Pietroburgo) e, anche, mi suggerisce il filologo che si ostina a convivere nella mia testa, una possibilità per valutare la traduzione italiana, dato che ricordavo benissimo di aver acquistato e letto mASIAfucker in originale durante uno dei miei soggiorni moscoviti.
Prendo in mano il libro bianco e rosso dalla bella e originale veste grafica, faccio appena in tempo a sfogliare la copertina e subito rimango perplesso: la seconda di copertina afferma perentoriamente che il romanzo di Stogoff è stato pubblicato nel 2004. Mah, mi sembrava di ricordare diversamente, nel 2004 le mie scorribande moscovite si erano già di molto diradate, ma comunque potrei sbagliarmi: nessun problema, l’originale russo fa bella mostra su uno scaffale della mia libreria, basta alzarsi in piedi e allungare una mano. Non faccio nemmeno in tempo a prendere il libro fra le mani che i miei timori si materializzano: sulla copertina, appena sotto il nome dell’autore, troneggia la scritta “Romanzo dell’anno 2002”. Mi chiedo come sia possibile una simile inesattezza: forse il traduttore aveva una copia del 2004 e ha pensato che fosse la prima edizione del libro? Oppure la copertina dell’edizione del 2002 (dove, per inciso, due dromedari in stile sigarette Camel si dilettano nell’attività più vecchia del mondo) è stata ritenuta troppo indecente per poter essere pubblicata? (Anche se, sempre per inciso, la copertina dell’edizione del 2004, con il faccione ammiccante dello scrittore pietroburghese, non mi sembra meno pornografica, anzi). Sono esterrefatto, sarei quasi tentato di chiudere il libro con il codice a barre in copertina e occuparmi di altro, ma decido comunque di andare avanti.
Il mio sforzo viene parzialmente ripagato: la traduzione è sostanzialmente buona, rende in maniera più che discreta il tono canzonatorio e provocatorio di Stogoff, ma non mancano, purtroppo, delle cadute: il meraviglioso parco-museo di Pavlovsk diventa, chissà perché, Pavlovšk, e non si tratta di un refuso, visto che il segno diacritico viene ripetuto fino all’ossessione; al contrario, invece, lavaš diventa lavas (forse i segni diacritici in dotazione erano esauriti?). E pazienza se alcuni giochi di parole vadano inesorabilmente perduti nella traduzione, colpisce invece il fatto che alcuni fatti vengano dati per scontati: per un vecchio fan della meravigliosa voce di Žanna Aguzarova è un peccato mortale che l’insistenza di Stogoff sui botinki nel capitolo (il secondo) in cui racconta i concerti dei Bravo venga assolutamente trascurata, e che non si ricordi nemmeno con una noticina a margine che i botinki (più precisamente gialli) erano i protagonisti indiscussi della canzone-icona del gruppo moscovita.
Ma forse adesso è il filologo che sta parlando. E che si scorda che qui si sta scrivendo soltanto di un romanzo senza infamia e senza lode.

 
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