T. Olszański, E adesso mio fratello t’ammazzerà. Reportage e riflessioni sulla guerra in Jugoslavia 1990-1994, traduzione di A. Fonseca, Zane editrice, Melendugno (LE) 2003
(Recensione di Alessandra Andolfo)
eSamizdat 2006 (IV), p. 103
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Tadeusz Olszański è nato nel 1929 a Stanisławów, allora Polonia, oggi Ucraina. Pubblicista, autore di numerose pubblicazioni, soprattutto di argomento sportivo, apprezzato traduttore dall’ungherese (molti i titoli tradotti, da I ragazzi della via Paal di F. Molnár a Sono stato l’assistente del dottor Mengele di M. Nyiszli), vive a Varsavia, dove scrive per il settimanale Polityka.
Pubblicato in patria nel 1995, E adesso mio fratello ti ammazzerà, nasce dall’esigenza di riunire le riflessioni del “dopo”, agli anni di esperienza come corrispondente per conto della radiotelevisione polacca in Jugoslavia, dal giugno del 1990 al settembre 1994. Osservatore del conflitto che dissolse la federazione jugoslava, l’autore ne ripercorre le tappe fondamentali e i luoghi simbolo, come Vukovar, Mostar, Sarajevo, Bihać (Srebrenica verrà nell’estate del 1995, mentre Olszański stava lavorando alla stesura del libro).
Accanto ai luoghi, troviamo i Protagonisti, come titola l’ultima parte del volume che li raccoglie in un compendio dall’ordine strettamente alfabetico, dalla Bosnia alla Slovenia. E insieme ai protagonisti incontriamo naturalmente i fatti, quelli che già oggi portano il velo della storia e a tutti noti, ma che allora si potevano ancora consegnare con il suono forte della denuncia.
La sua testimonianza a volte è uno stare esattamente dentro la notizia: partito dalla sua sede permanente di Budapest cinque giorni prima della proclamazione d’indipendenza di Croazia e Slovenia, con un salvacondotto valido per l’intero territorio jugoslavo – alla fine del suo mandato si ritroverà con sei differenti autorizzazioni di accreditamento più un permesso speciale rilasciato nientemeno che da Arkan, valido per i territori controllati dalle sue “tigri” – l’autore incorse nella “irripetibile circostanza” di trovarsi a Zagabria proprio quel fatidico 25 giugno1991 alle ore 18,20. Come egli stesso annota, quel giorno concluse il servizio per la radio polacca con le parole: “da Zagabria, capitale del nuovo stato indipendente di Croazia, Tadeusz Olszański”.
La sua cronaca, quando innervata da considerazioni di carattere storico, si fa più attraente laddove offre alcune vicende della storia ungherese in connessione con quelle della storia di Jugoslavia, operazione affatto scontata che Olszański, di madre ungherese, bilingue ungherese/polacco, compie spontaneamente. Le sue riflessioni hanno il pregio di seguire la via dell’obiettività, anche se talvolta scivola nelle strettoie del tema dell’odio atavico. Pur proponendo il conflitto in ex Jugoslavia nel suo complesso, l’autore focalizza l’attenzione sulle premesse, come evidenzia nell’introduzione anche il traduttore e curatore dell’edizione italiana, per meglio comprendere il fenomeno guerra e lo fa con il sufficiente necessario distacco, il che non esclude pagine di decisa partecipazione emotiva, specie quando l’intervista cede il passo all’incontro con l’uomo, soldato o civile che sia.
Una guerra raccontata tante volte, che è sempre la stessa, eppure diversa, perché sempre aggiunge qualcosa il singolo contributo, un sentimento, un’idea, un’immagine, un dettaglio. Alla guerra di Olszański basterebbe quella carica/mattanza di cavalli lipizzani lanciati in preda al terrore tra le due linee di fuoco nemico, serbo e croato, poi ricomposti in singole bare e seppelliti con tutti gli onori dalla britannica “Società Reale di Equitazione”, per stilizzarne le efferatezze e l’assoluta insensatezza.

 
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