J. Mikołajewski, Tè per un cammello. Ovvero i casi e i casini dell’investigatore McCoy, traduzione di S. De Fanti, prefazione di A. Camilleri, Forum, Udine 2005
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 33-35
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Finora lo conoscevamo come eccellente poeta, giornalista e traduttore di letteratura italiana (da Dante a Pasolini, da Petrarca a Ungaretti). Con Tè per un cammello, gustosissimo poliziesco che è allo stesso tempo parodia di un genere narrativo e omaggio alla letteratura nel suo complesso, Jarosław Mikołajewski rivela anche un inedito talento di romanziere.
Curiosa la storia del libro, nato come giocosa mistificazione. Quando la Gazeta Wyborcza, con la quale collabora stabilmente, gli chiede un romanzo “americano”, Mikołajewski propone la traduzione di un giallo del fantomatico scrittore statunitense Jeffrey Tarter. Nel 2002-2003 le avventure dell’investigatore McCoy escono a puntate su Duży Format, supplemento settimanale del quotidiano. Chissà se la divertente e divertita falsificazione sarebbe stata svelata se non fossero emerse questioni meramente pratiche, come la richiesta delle coordinate bancarie dello scrittore americano per il versamento del compenso dovuto... Nel 2004 i racconti di Jeffrey Tarter alias Jarosław Mikołajewski escono in Polonia sotto forma di romanzo che, a un anno di distanza, Silvano De Fanti presenta al lettore italiano in una bella e spigliata traduzione.
Tè per un cammello si presenta apparentemente come un classico romanzo poliziesco, di cui possiede tutti gli elementi fondamentali, cliché compresi. Abbiamo un investigatore privato (Steven McCoy), ovviamente con un passato da alcolizzato e un enigma doloroso alle spalle (l’omicidio insoluto della moglie), una collaboratrice quindicenne al seguito (la figlia Marta), e complicati casi da risolvere (tra cui quello della pericolosa setta dei Canottieri Preraffaelliti). Ma, come afferma Andrea Camilleri nella prefazione al libro, “questo giallo, Tè per un cammello, non è stravagante solo nel titolo. È fuori da ogni regola questo romanzo poliziesco, è fuori da quelli che sono i parametri, i connotati precipui del poliziesco odierno” (p. 5). Se trama, ritmo e struttura sono mutuati direttamente dal genere giallo, a una attenta lettura questo si rivela essere soprattutto un oggetto di manipolazione letteraria, un territorio per incursioni intertestuali, un gioco con le convenzioni narrative, un pretesto per ludiche sfide alla cultura del lettore. In una parola, una parodia o, se vogliamo, un romanzo postmoderno. Anche in questo caso abbiamo tutti gli elementi necessari: lo studio di McCoy è una ricchissima biblioteca (Borges? Eco?) nella quale si trovano libri che forniscono la chiave per risolvere complicati rompicapi investigativi (Sotto il vulcano di Lowry, la Divina commedia, la Bibbia); McCoy è anche il nome di un noto giallista americano, il suo ex-capo si chiama Follett e la moglie, assassinata anni addietro, nientemeno che Beatrix. Frequente è il richiamo criptocitazionale a opere e autori: “c’è un romanzo su un bibliotecario che assassinava i monaci perché non voleva che scoprissero un libro molto importante” (p. 16); “McCoy ricordò all’improvviso dove aveva già visto il nome del cognac che stava sullo scaffale proprio all’altezza dello sguardo. Era il nome dell’autore di un libro che sua figlia stava leggendo, un libro su un tale in una bettola di Amsterdam” (p. 11). Il nome della rosa, Albert Camus...
Eppure, neanche il postmodernismo sembra una chiave di lettura esauriente, perché caratterizza solo il livello superficiale del romanzo, costituendo soprattutto un insieme di stratagemmi narrativi e delineando un certo tipo di rapporto col lettore (quel double coding che consente una duplice lettura, come romanzo di genere fruibile da tutti e come opera erudita ricca di allusioni decodificabili solo da un lettore colto e competente). Se quindi Tè per un cammello è un gioco col genere poliziesco, non è però un gioco postmoderno. E cos’è allora? Ironia, sembra proprio un gioco con un approccio postmoderno al testo. Con una strizzatina d’occhio al lettore e una fugace incursione metanarrativa, Mikołajewski fa dire ai suoi personaggi:
Adesso gli scrittori sono quasi tutti postmoderni, possono farti fuori anche nel terzo capitolo.
Però gli assassini non lo sanno. Loro leggono romanzi tradizionali, quelli con meno di trecento pagine non li toccano nemmeno (p. 14)
Se scaviamo ancora più a fondo troviamo qualcosa che però non è né gioco né parodia, ma inizia a farsi serio: lo spessore psicologico dei personaggi, il rapporto padre-figlia, la ricerca di una chiave di comprensione dei problemi esistenziali, le ossessioni personali di McCoy (il dolore per la morte della moglie, il cui assassino non è mai stato trovato), la lotta contro la dipendenza (l’alcolismo), la memoria che svanisce e lascia inquietanti squarci aperti sul passato, il tentativo di ritornare a galla e rimettere in piedi un’esistenza disintegrata. In una parola, la frammentazione del soggetto postmoderno lascia il posto alla ricerca di un’unità e un’armonia che restituisca senso e significato alla vita. L’autore sembra confermarlo quando afferma che si tratta della storia “di uno che non sa cosa è successo nella propria vita perché è un alcolista e a volte ha dei vuoti di memoria ai quali, quando viene restituito alla realtà, cerca di dare una risposta. Il problema che si pone è cosa significa avere rimorsi senza avere la memoria dei peccati commessi. Un tema che non è postmoderno, ma modernissimo” .
Su tutto domina un sentito e affettuoso omaggio alla letteratura, ai libri, alla cultura, al contempo fonte di divertimento e di salvezza. Come afferma uno dei personaggi, lo scrittore Ferrucci, “le parole che leggerà in questa biblioteca... se le prenda a cuore, profondamente. Perché tutto quello che lascio qui è grande letteratura, scritta per una profonda necessità... Lei deve pensare che quelle parole saranno rivolte solo e soltanto a lei, e che la potranno non solo incuriosire o divertire, ma anche salvare. Perché a ogni passo la vita ha bisogno di aiuto...” (p. 16). Se qui Ferrucci vuole comunicare sibillinamente a McCoy che un aiuto concreto alla soluzione dei suoi casi può venirgli proprio dalla lettura dei libri della sua biblioteca, è vero anche che queste parole gli servono a sottolineare come la letteratura costituisca soprattutto un valore irrinunciabile in se stessa.
E dunque con cosa abbiamo a che fare? Con un poliziesco? Con un gioco tutto postmoderno col genere giallo? Con una parodia dello stesso gioco postmoderno? Con un romanzo che lancia domande, cerca risposte, prova a restituire un senso alla letteratura e alla vita? Tè per un cammello è tutto questo insieme, una struttura a scatole cinesi, un romanzo multistratificato, fruibile secondo diverse modalità di lettura. Un romanzo sicuramente riuscito.

 
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