O. Tokarczuk, Che Guevara e altri racconti, a cura di S. De Fanti, Forum, Udine 2006.
(Recensione di Alessandro Amenta)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 18-22
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Amata da pubblico e critica, vincitrice di numerosi (e prestigiosi) premi letterari, tradotta in diciannove lingue, Olga Tokarczuk è sicuramente una delle maggiori voci della narrativa polacca contemporanea. Nei tredici anni trascorsi dal suo apprezzato debutto, Podróż ludzi Księgi [Il viaggio del popolo del Libro], la scrittrice è riuscita a costruire un suo percorso letterario caratterizzato da grande solidità, fervida immaginazione, indubbio talento compositivo e profonda coerenza artistica. Estranea a sperimentalismi linguistico-stilistici, come anche alle principali mode e correnti culturali degli ultimi anni, Olga Tokarczuk è una grande artigiana della prosa moderna. Fine ascoltatrice di ansie collettive e inquietudini individuali, è una delle poche promesse apparse nei confusi anni Novanta a non essere svanita come un fuoco fatuo, maturando invece di libro in libro, di anno in anno.
I suoi libri pubblicati in Italia sono accomunati da un bizzarro destino che ne ha trasformato i titoli in maniera alquanto rocambolesca: il precedente Prawiek i inne czasy [Era remota e altri tempi (dove Prawiek è anche il nome del villaggio, di evidente carattere simbolico, sulla cui storia è incentrato il romanzo)] è diventato un improbabile Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli (Roma 1999), mentre il nuovo Che Guevara e altri racconti altro non è che la raccolta Gra na wielu bębenkach [Sonata per molti tamburi]. Se nel primo caso evidente è il calco dalla traduzione francese, nel secondo sono ipotizzabili motivazioni commerciali (il richiamo a una figura di culto come Che Guevara riuscirà forse ad attirare lettori che altrimenti mai penserebbero di comprare un libro di “uno scrittore dell’est”; poco importa che del rivoluzionario sudamericano il libro non parli affatto, dal momento che qui Che Guevara è solo il soprannome dato al protagonista di uno dei migliori racconti della raccolta). Di sicuro, però, le somiglianze terminano qui, giacché il livello della nuova traduzione rende finalmente giustizia alla prosa della Tokarczuk, resa in maniera piuttosto inadeguata nella precedente pubblicazione in italiano.
Eppure i titoli hanno (spesso) un loro significato. Sintetizzano il tono, lo stile, il carattere, le tematiche affrontate, soprattutto se, come nel nostro caso, si tratta di una raccolta di racconti assai diversificati, la cui eterogeneità veniva racchiusa dalla veloce e incisiva pennellata del titolo originale, Sonata per molti tamburi. Se la letteratura è come la musica, e lo scrittore è un compositore, allora in questi racconti Olga Tokarczuk non suona un solo strumento, non attinge a un solo genere musicale, ma ricorre a registri stilistici e linguistici spesso molto distanti tra loro. Passa dal grottesco al malinconico, dal serio all’ironico, rielabora temi ricorrenti e ne affronta di nuovi, risponde alle aspettative del lettore e, allo stesso tempo, lo stupisce con virate narrative che affondano in inesplorati territori artistici, psicologici e tematici. Nello spettro ampio e multiforme dei diciannove racconti presentati in questa raccolta è comunque possibile ravvisare uno schema, una struttura portante e una suddivisione interna.
Un primo gruppo comprende quattro racconti che affrontano il rapporto tra finzione e realtà, un rapporto caratterizzato da continui sconfinamenti e sovrapposizioni, in cui vengono annullati, o momentaneamente indeboliti, i confini tra immaginario e materiale, illusorio e tangibile. Con frequenti incursioni nella metanarrazione e nell’autotematismo, la creazione artistica appare come un gesto in grado non solo di inventare nuovi mondi, ma anche di influire e confondere quello in cui viviamo. Nel racconto di apertura, Apri gli occhi, sei morto, una donna appassionata di libri gialli, annoiata dal romanzo che sta leggendo, in cui stentano a comparire assassini, indagini, vittime e colpevoli, decide di entrare nell’universo letterario per dare finalmente una svolta all’azione. Mai sazia della sua ingerenza, la protagonista del racconto continua a intromettersi nella narrazione, sostituendosi all’autore, riscrivendo il libro fino a farlo diventare di suo gradimento, ma in questo modo trasforma inconsapevolmente anche la propria vita. Sarebbe ancora poca cosa, se poi lo stesso mondo dei personaggi fittizi non decidesse di rendere la pariglia in un gioco di scatole cinesi. Come ha affermato la scrittrice, la narrativa criminale ha ormai esplorato tutti gli incastri, le soluzioni e le combinazioni possibili, eccetto quella in cui il colpevole non sia uno dei personaggi letterari, bensì lo stesso lettore. Giocando con il genere giallo, la Tokarczuk ci regala quindi una piccola perla di inventiva e creatività.
Nel racconto Il soggetto, uno scrittore si accorge con terrore dell’esistenza di un impostore che si spaccia per lui, ma le cose non stanno come sembrano e alla fine scopre di essere niente altro che un alter ego, una creazione letteraria, un io lirico inventato da quello che sembrava il suo sosia, e che invece è il vero scrittore.
L’isola è un racconto di una bellezza cupa e inquietante, ma appesantita purtroppo da un ritmo eccessivamente lento e da qualche pagina di troppo. È la storia di un uomo che racconta a una scrittrice di quando, giovane soldato scampato a un naufragio durante la guerra, era approdato su un deserto isolotto greco. Un giorno le onde del mare portano a riva una barca con dentro una donna morta e un neonato ancora vivo. Il soldato salverà il bambino: senza una spiegazione apparente, il suo corpo subirà una trasformazione, permettendogli di allattarlo.
Un secondo gruppo di racconti è incentrato sul filone mitografico/mitopoietico, divenuto col tempo la cifra narrativa della Tokarczuk. Sono quattro storie ambientate nel passato, in un universo di provincia, che spesso è la regione della Slesia, terra natale della scrittrice, culturalmente e linguisticamente a cavallo tra Polonia e Germania. Lo spunto per questi racconti viene da accadimenti storici, leggende locali, miti popolari che a volte hanno il carattere di rielaborazione e riscrittura, altre invece di vera e propria invenzione. In La conquista di Gerusalemme. Raten 1675 un aristocratico di provincia ordina ai suoi contadini di costruire una città santa in miniatura di fronte al suo castello, facendoli poi vestire da pagani e crociati, e deliziando i suoi invitati con la rappresentazione della presa di Gerusalemme. Un dispendio inutile di forze e di denaro, una filosofia del lusso superfluo e del divertimento per ricchi: “ciò che ci distingue dalle bestie è il bisogno di irrealtà. Non il nostro pensiero, non la saggezza dei libri. Dobbiamo fare cose inutili, inservibili, dalla vita breve ma sfolgorante, cose che strabiliano anche se si scordano subito. La nostra esistenza dev’essere piena di fuochi d’artificio” (p. 118). Difficile però convincere i contadini a recitare per il divertimento dei nobili, soprattutto in periodo di mietitura. Allora, con smaccato cinismo e crudele intuizione, viene elaborato un piano: “i villici hanno bisogno di un fine diverso dal fine spirituale, visto che questo non lo tengono in considerazione alcuna; devono sapere che dentro le mura posticce di Gerusalemme conquisteranno qualcosa di prezioso per loro, qualcosa che appetiscono e concupiscono più di tutto. E lui doveva darglielo. Carne, porchette arrosto, cubiti di salsicce, insaccati affumicati, trippe farcite con fegato tritato, stomaci membranosi imbottiti di sanguinaccio” (p. 122). Il racconto assume quindi toni grotteschi quando gli assediati, rischiando di mandare a monte la rappresentazione, non sembrano avere alcuna intenzione di lasciarsi conquistare, perché il bottino in ballo ha un valore ben maggiore del divertimento dei nobili… Ma dietro al tono a tratti parodistico e all’ambientazione storica emerge una sottile e sempre attuale analisi del rapporto tra le classi sociali.
La donna più brutta del mondo, uno dei racconti migliori di tutta la raccolta, è invece una riuscita rappresentazione di relazioni interpersonali piuttosto inusuali, in cui viene sapientemente evitato lo stereotipo del freak e dove nulla è davvero quello che sembra a prima vista. La scrittrice prende ispirazione dai corpi imbalsamanti di una donna e di una bambina conservati al Patologisches Museum di Vienna, attorno ai quali elabora una storia di rara intensità, dove lo spunto storico è solo un pretesto per affrontare uno dei suoi temi chiave, la complessità dell’animo umano. La donna più brutta del mondo, dal volto deforme e peloso, priva tanto di un nome quanto di una lingua madre, lavora fin dalla nascita come attrazione da circo. Ma non è certo una creatura avvilita o umiliata dalla sua situazione, perché si rende conto che a essere tristi e soli sono le persone cosiddette normali, i suoi spettatori “sono tanto fragili, tanto sole. Mi fanno pena quando stanno seduti davanti a me con sguardo su mio viso. Come se siano vuoti loro, come se devono riempirsi occhi, riempirsi di qualcosa. Qualche volta penso che mi invidiano. Io almeno ho caratteristiche. Loro invece non hanno niente eccezionale, nessuna qualità” (p. 99). Divenuta oggetto di desiderio di un uomo che la sposa in un misto di attrazione e repulsione, e che la sfrutta economicamente come fenomeno da baraccone, dà alla luce una figlia ancora più mostruosa di lei. Vittime dell’epidemia di spagnola, i loro corpi vengono venduti senza tanti scrupoli dal cinico marito a un dottore viennese, per finire poi nei sotterranei di un museo di medicina.
La terza e ultima parte del volume è sicuramente la più riuscita dell’intera raccolta, e anche la più innovativa, perlomeno nell’ottica della precedente produzione della scrittrice. Gli undici racconti che la compongono sono, a loro volta, riconducibili al filone dell’attualità storico-politica e a quello realistico-psicologico. Da un lato abbiamo quindi narrazioni in cui per la prima volta la Tokarczuk si cimenta con la contemporaneità storica, con i difficili e tormentati anni Ottanta in Polonia, con Jaruzelski e la legge marziale. Ma lo fa a modo suo, adottando sempre un punto di vista marginale, decentrato, eccentrico, quello di uno straniero (Il professor Andrews a Varsavia) o di un folle (Che Guevara). Dall’altro sono brevi schizzi in cui l’autrice riesce con notevole sottigliezza, con pennellate brevi ma incisive, con profonda perspicacia psicologica a descrivere la solitudine (Arianna a Naxos, La ballerina), l’incomunicabilità all’interno della coppia (Il cavallo, La prova generale), la triste realtà quotidiana di provincia (La zuppa), le ansie, le paranoie, le aspettative, i desideri e le frustrazioni degli individui. Qui emerge in maniera evidente il retroterra culturale della scrittrice, psicologa di formazione, che riesce nell’intento di racchiudere in poche pagine piccoli spaccati sull’animo umano, con grande intensità e acutezza. Ogni storia è solo un accenno, un rimando a qualcosa che rimane fuori della dimensione testuale, rendendo la scrittura un gesto evocativo, citazionale. Nulla viene risolto, nulla viene sviscerato fino in fondo, la porta viene solamente socchiusa, lasciando intravedere senza mai concludere, senza mai perdere il fascino del non detto. La Tokarczuk raggiunge i migliori risultati nei racconti in un cui abbandona lunghe narrazioni in favore di una sinteticità che le è maggiormente consona.
Nel racconto che dà il titolo alla raccolta italiana, la protagonista è una studentessa di psicologia che, da tirocinante, ha in cura diversi pazienti, tra cui un personaggio carnevalesco vestito in mimetica e preda di manie di persecuzione, da tutti chiamato Che Guevara. Entrando nel suo mondo interiore, ci si rende man mano conto che forse le sue ossessioni non sono sintomo di una malattia mentale e i suoi discorsi sconnessi non sono le farneticazioni di uno psicolabile: “e all’improvviso compresi che lui, Che Guevara, aveva ragione, ma come avevo fatto a non arrivarci prima? Ci stanno veramente osservando dall’albero, stanno allestendo le peggiori camere di tortura, sanno tutto di noi. […] Tengono sotto controllo ciascuno di noi. Dirigono la storia, tirano i fili, fanno pappa del nostro cervello, ci ordinano di vedere quello che vogliono loro: e noi lo vediamo. Ci mettono sotto il naso frasi già pronte: e noi le ripetiamo. Stampano giornali falsi che descrivono il mondo come piace a loro. Ci costringono a credere in ciò che non esiste e a negare ciò che è ovvio. E noi lo facciamo” (p. 143). Uscendo dall’appartamento di Che Guevara, la protagonista si rende conto che il suo paziente aveva ragione. È la mattina del tredici dicembre 1981, è appena avvenuto il colpo di stato del generale Jaruzelski: “entrai nella cabina e feci il numero più volte, ma probabilmente il telefono era guasto. Non passava nessun tram. Attraversai il ponte fino all’altra parte della città, ma nel viale Jerozolimskie vidi un corteo di autoblindo che avanzavano nel frastuono” (p. 144). Il pregio del racconto risiede soprattutto nella capacità della scrittrice di superare il cliché del folle come individuo dotato di un terzo occhio, in grado di vedere quello che le persone comuni non riescono a scorgere. Qui abbiamo piuttosto uno sconfinamento tra realtà e immaginazione, in cui le ansie collettive prendono corpo, i peggiori incubi si trasformano in realtà.
Lo stesso momento storico è al centro de Il professor Andrews a Varsavia, ma se nel racconto precedente il tono era teso, cupo, allucinato, qui è piuttosto grottesco, paradossale, assurdo. Giunto a Varsavia il giorno prima del colpo di stato, un rinomato psicologo inglese si trova improvvisamente da solo, nessuno lo viene a prendere dal suo appartamento per il suo giro di conferenze e incontri. Incapace di comprenderne il motivo, inizia a girare per la città, smarrito e disorientato, finché non si rende conto di cosa stia succedendo: “gli venne in mente l’ambasciata, perciò cominciò a ripetere balbettante quell’unica parola: ‘Embassy, British embassy’. ‘War’, gli rispose l’uomo e con entrambe le mani afferrò l’aria in modo tale che quasi si materializzò in una carabina. L’uomo si sedette vicino a lui, socchiuse gli occhi ed emise un suono che imitava una sparatoria. Sparò alle pareti piene di felci pendenti. ‘War’, ripeté” (p. 169).
In entrambi i racconti, il punto di vista sulla storia è quello di un individuo che osserva la realtà da una prospettiva esterna o marginale. Da questa posizione il protagonista o riesce a presentire, a prevedere quanto sta per avvenire, come l’allucinato ma tutt’altro che ottuso Che Guevara, oppure non ne comprende il senso, come il professor Andrews, nella cui incapacità di capire cosa stia succedendo la Tokarczuk riassume tutta l’assurdità e il grottesco insiti nella realtà polacca di quegli anni. A ogni modo, in entrambi i racconti la “Storia” è soprattutto uno sfondo (un pretesto?) per raccontare una storia individuale, e pertanto lo sguardo è focalizzato maggiormente sui turbamenti e le inquietudini personali che non sulle angosce collettive.
La raccolta si conclude con un piccolo capolavoro, Sonata per molti tamburi, un testo emblematico del filone realistico-psicologico del volume. Con chiari riferimenti autobiografici, il racconto narra della necessità di perdere la propria identità e di ricrearla senza intenti di autodefinizione conclusa e compiuta, ma sempre in una dimensione aperta a nuove possibilità. È la storia di una fuga dalla gabbia dell’io per assaporare il territorio della libertà, della continua, illimitata creazione di sé: “che sollievo diventare qualcun altro almeno per un attimo […] Non è sufficiente travestirsi, cambiare colore ai capelli o bucarsi narici e labbra con un piercing d’argento. Bisogna annullare se stessi. Addormentarsi nessuno e destarsi nessuno. I sentieri degli altri sono infinitamente lunghi e si incrociano, e dunque che cosa dovrebbe impedirci di prendere le loro sembianze? Uscire di casa come A. e fare ritorno come B. in un’altra casa” (p. 258). Anche in questo racconto, però, emerge il fascino della Tokarczuk per il mito – reale, inventato, possibile – colmo di simbolismo e seduzione immaginifica: “dalle mie parti, molto tempo fa, c’era un pazzo che dichiarò guerra al mondo intero. Riuscì anche a mettere insieme un grosso esercito, ma alla fine i nemici lo sorpresero e lo uccisero. Ma prima di morire chiese che della sua pelle fosse fatto un tamburo e che il suo rullare incitasse alla lotta i soldati rimasti” (pp. 253-254).
Con questo volume la Tokarczuk ha attuato una duplice operazione di conferma e di superamento della propria immagine, del proprio stile, della propria collocazione nel panorama letterario polacco contemporaneo. Da un lato l’autrice ha confermato il suo talento narrativo con racconti che rispondono alle aspettative dei lettori che da tempo la seguono e la apprezzano, senza scadere nell’autoplagio come diversi autori della sua generazione (si veda il caso di Andrzej Stasiuk, ormai imprigionato nella propria poetica di mitizzazione della realtà idillica e marginale delle province dell’est); dall’altro ha invece dato dimostrazione di saper oltrepassare se stessa – la propria propensione alla mitografia e le tematiche ricorrenti nella sua narrativa – utilizzando il genere del racconto come territorio per nuove esplorazioni, senza d’altronde farne luogo per esercizi di stile o sperimentalismi linguistici. La penna di Olga Tokarczuk permane fredda, asciutta, essenziale, senza cedere alla tentazione del melodramma o dell’emozione.
Come tutte le raccolte, anche questa è certamente diseguale: a racconti assai ben riusciti (Che Guevara, Apri gli occhi, sei morto, Sonata per molti tamburi, La donna più brutta del mondo) se ne affiancano altri mediocri o anonimi (Il presepe di Bardo, Il glicine); il linguaggio calcolato e rigoroso talvolta cede a lungaggini descrittive e perdite di compattezza e linearità. Di sicuro, però, il bilancio finale è decisamente positivo e Olga Tokarczuk dimostra di essere una grande scrittrice capace di mettersi in discussione e di rischiare (con moderazione). Una curiosità: nel 2003 dal racconto La zuppa è stato tratto l’omonimo film di Ryszard Brylski, con un’ottima interpretazione di Katarzyna Figura, che le è valso il premio come migliore attrice al Festival del cinema di Varsavia.

 
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