A. Stasiuk, Jadąc do Babagad, Wydawnictwo Czarne, Wołowiec 2004
(Recensione di Alessandro Ajres)
eSamizdat 2006 (IV), pp. 55-57
Scarica il Pdf completo di eSamizdat 2006 (IV)
Sul finire del 2005, Andrzej Stasiuk ottiene con Jadąc do Babagad [Andando a Babagad] il prestigioso premio letterario Nike istituito dal quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. L’opera supera la concorrenza dei versi di Tadeusz Różewicz, Wyjście [Uscita], quella del romanzo di Hanna Krall, Wyjątkowo długa linia [Una linea eccezionalmente lunga], ma soprattutto quella di Kapuściński e del suo Podróże z Herodotem [In viaggio con Erodoto, traduzione di V. Verdiani, Milano 2005]. Il testa a testa finale tra il libro di Stasiuk e quello di Kapuściński testimonia una volta di più quanto la letteratura di viaggio rivesta un ruolo di primo piano in Polonia (e non solo). Dimostra, inoltre, la peculiarità e la forza dell’opera di Stasiuk, capace di superare il maestro del reportage giornalistico sul suo stesso terreno.
Podróże ze Stasiukiem czy z Kapuścińskim? [In viaggio con Stasiuk o con Kapuściński?], si domanda la redazione della Gazeta Wyborcza il giorno dell’assegnazione del premio. Chi scelga di viaggiare con il primo verrà riscaldato da una prosa personale e poetica, che parte dal cuore e vi arriva diretta. Laddove Kapuściński rammenta i propri esordi giornalistici, Stasiuk parla di se stesso oggi; laddove Kapuściński affida alle citazioni di Erodoto il suo pensiero, Stasiuk si apre senza il bisogno di alcuna intermediazione. Laddove Kapuściński muove alla volta dell’est asiatico, Stasiuk penetra all’interno dei Balcani. Lì batte il cuore della sua Europa: “amo il caos dei Balcani, quello ungherese, slovacco e polacco, quella magnifica gravitazione della materia, l’incantata sonnolenza, l’indifferenza dei fatti, quella tranquilla, costante ubriachezza a mezzogiorno e quegli sguardi offuscati che attraverseranno la realtà senza sforzo per affacciarsi senza terrore al cospetto del nulla. Non posso fare altrimenti” (pp. 279-280).
Mentre gli eserciti, compreso quello del suo paese, puntano verso Baghdad, Stasiuk sceglie Babagad come meta ideale del proprio viaggio, confessata a partire dal titolo. Lì vede per la prima volta nella vita un minareto: “mi sentivo al confine di un continente, ne sentivo il respiro affannato mentre si liberava dei propri obblighi” (p. 187). La cittadina rumena riveste enorme importanza per lui, sebbene vi sosti due volte per soli dieci minuti: “il mondo si compone di questi frammenti, di briciole di sonno caldo, di allucinazioni, di febbre maligna” (p. 271), scrive a proposito delle sue visite a Babagad. A partire dall’assonanza dei nomi, il legame con la capitale irachena risulta evidente. Stasiuk si reca in una terra che gli appare già oriente, degradata, annichilita dalla povertà e dalla guerra recente, eppure ancora nel pieno dell’Europa. Lo vive come un ritorno alla sua personale terra primigenia; allo stesso modo, molti hanno evidenziato le varie spedizioni irachene come ricongiungimento dell’uomo con l’origine della propria civiltà. L’autore si sforza di andare oltre le apparenze di una realtà decadente per cogliere lo spirito dei territori che attraversa, con cui si sente in profonda comunione. Egli ne ama la stanchezza, la solitudine, la tristezza:
i dintorni della Gare du Sud a Costanza sono la tristezza dei Balcani: uno scuro intrico di tensione elettrica sulle strade, caos e sporcizia, clacson, cani, mosche, cataste di cibo mischiato sulle bancarelle, scintillio di lamiere, fiammiferi, cellophane, spazzatura, un vortice di materiale non riciclabile, odore di grasso bruciato, fumo, uniformi, balordi senza occupazione ma in movimento continuo, catene d’oro, ciabatte di plastica su piedi nudi, una fondina per pistola su qualche civile nascosta appena da una camicia, bucce di cocomeri, tinte sgargianti, tacchi alti dieci centimetri, trucco nero, un formicaio, un mercato e un accampamento. Ne resta solo un elenco poiché una descrizione è impotente: qui non c’è niente di stabile al di là della stanchezza e dello sfacelo, dello sfinimento delle forze, dello sforzo frenetico sotto un cielo sbiadito dall’afa (pp. 271-272).
La molla che spinge Stasiuk ad intraprendere questo viaggio nei Balcani, e dentro di sé, ha una motivazione bellica all’origine: “tutto ha avuto inizio con la guerra nei Balcani. Da noi tutto incomincia o termina con una guerra, dunque non c’è nulla di strano in questo. Semplicemente, volevo vedere a cosa mira l’artiglieria e cosa vedono i piloti degli aerei” (p. 15). La riscoperta delle proprie origini in direzione di Babagad avviene malgrado le macerie e la povertà che lo circondano, così come un giorno potrà avvenire sulla strada per Baghdad. Stasiuk attraversa Albania, Moldavia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Ucraina, Ungheria descrivendo meticolosamente mezzi di trasporto, paesaggi, monete, persone, ricostruendo i dialoghi con molte di esse; approfondisce le realtà di minoranze come quella tedesca nei territori compresi tra Romania e Ungheria, quella dei Gagausi, della nazione di Nadnistria; ricostruisce la storia recente dell’Albania, dell’ex-Jugoslavia, della Romania; fa estesi richiami ad autori come Cioran, Esterházi, Kadaré, Kiš. Lentamente, ma inesorabilmente, viene fuori il legame che lo stringe al petto dei Balcani. La passione che prova nei confronti di questi territori travalica le loro condizioni economiche attuali; il ricongiungimento avviene con il loro carattere più intimo, di cui si sente permeato. Lungo la strada per Babagad, tra aneddoti e descrizioni, viene apertamente confessata l’attrazione per il mondo degli zingari: “sì, gli zingari sono la mia ossessione”, oppure “dovrei scrivere la storia dell’eternità degli zingari, poiché in qualche modo ho l’impressione che sia più saggia e durevole di quella dei nostri stati e delle nostre città e di tutto il nostro mondo, che trema di fronte alla possibilità di un annientamento” (p. 266). Sull’esempio degli zingari (“una volta fu chiesto a un vecchio zingaro perché gli zingari non avessero un proprio stato e lui rispose: ‘Se lo stato fosse una buona cosa, certamente gli zingari ce l’avrebbero’”, p. 264) e del modo di vivere nei Balcani, Stasiuk finisce per sognare lo stato ideale: “uno stato senza confini fissi, uno stato inconsapevole di esistere come tale, uno stato cui non importa che qualcuno lo insulti e qualcuno vi si introduca. Uno stato assonnato con una politica poco chiara e una storia come sabbie mobili, un presente come ghiaccio friabile e una cultura come i palazzi degli zingari nella città di Soroc” (p. 281). Il viaggio verso le proprie origini fa sì che Stasiuk riscopra passioni e voglia di costruire, voglia di esempi positivi per lo spirito. Come a dire che, sotto le macerie siano esse belliche, politiche o economiche, continua a battere il carattere del luogo. Speriamo che, al più presto, anche il pubblico italiano possa decidere se partire in viaggio con Stasiuk o con Kapuściński. Ne varrà la pena soprattutto per quelli che si sentono inesorabilmente attratti dall’area balcanica e non riescono a darsene ragione: “Andando a Babagad” troveranno le parole giuste.

 
© eSamizdat 2003-2011, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli