Luigi Marinelli
Quo vadis? Traducibilità e tradimento
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 129-139
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[Dall'incipit dell'articolo]

Venti anni dopo, oggi, 25 ottobre 2004, mi ritrovo a parlare di Quo vadis? col mio figlioccio polacco Teodor, detto Fiedkin, che mi è venuto a trovare questa settimana coi suoi genitori e lo sta leggendo per la scuola (frequenta la seconda classe ginnasiale e ha ormai quindici anni), ma stranamente per lui, pigro ragazzino “multimediatico” e poco lettore come tanti altri, si sta appassionando alla trama e alla storia di Roma antica, pagana e cristiana. Non s’immaginava del resto neanche lontanamente che il suo padrino di battesimo avesse scritto tanto su Quo vadis? : quello che viene qui ripresentato per la cortesia dei Redattori di eSamizdat è infatti il primo di una serie di miei articoli sul “romanzo dei tempi di Nerone”, pubblicato allora grazie a Mario Capaldo, alla sua onnivora curiosità intellettuale, cortesia e straordinaria disponibilità all’incontro e al dialogo perfino con uno sconosciutissimo neolaureato. L’ultimo è uscito poco tempo fa in un libro di rara bellezza grafica e dove ben più illustri di me son stati i partecipanti: Od Rzymu do Rzymu, a cura di Jerzy Axer con la collaboraz. di Maria Bokszczanin, OBTA/Verum, Warszawa 2002. Il titolo del mio contributo in questo libro (“Dwuznaczność Quo vadis ”, ossia “Ambiguità di Quo vadis”, alle pp. 201-213) riprendeva in qualche modo quello dell’articolo del 1984 su Europa Orientalis, al quale evidentemente sono rimasto fino ad oggi affezionato, continuando a interrogarmi per tutto questo tempo sulle ragioni per cui proprio questo romanzo polacco avesse riscosso e in fondo continuasse a riscuotere tanto favore del pubblico in tutto il mondo (nel frattempo sono stati prodotti tra l’altro il brutto film di Jerzy Kawalerowicz, quasi un capolavoro del Kitsch; un’opera rock polacca tratta dal romanzo; le agende Quo vadis vanno a ruba e così via). Ma in effetti mi è bastato parlarne stamani col quindicenne Teodor detto Fiedkin che, da appartenente alla minoranza polacca ortodossa qual è (ma ero io l’unico a conoscere qualche canto slavo ecclesiastico al suo battesimo nella cerkiew di Wola a Varsavia), non è interessato a cogliere l’elemento apologetico cattolico fortemente presente nel romanzo di Sienkiewicz, ma ne coglie appieno il lato avventuroso, la trama amorosa (identificandosi evidentemente col baldo Vinicio), la netta divisione del mondo dei buoni da quello dei cattivi (tranne nel caso del “letterato” Petronio, che infatti, come personaggio, gli rimane ancora un po’ ostico). Ecco. Gli occhi e la testa di Fiedkin, liberi ancora dai condizionamenti dell’”età matura”, mi spiegano forse meglio di ogni altro ragionamento e dotta elucubrazione, i motivi più profondi dell’enorme e persistente successo di Quo vadis? E forse per questo il grande, ma invido Gombrowicz - che per tutta la vita s’interrogò sulle costrizioni e i condizionamente sociali imposti nella “chiesa interumana” dalle varie “forme” della “maturità” - ce l’ebbe tanto col povero Sienkiewicz: perché davvero sa smuovere e parlare direttamente al cuore umano, sa confortarlo. E vi pare poco?

Luigi Marinelli

L’ipotesi escarpitiana del “tradimento creativo” come chiave per la letteratura si adatta assai bene a opere di non grande valore, ma di enorme successo come Quo vadis? (1896) di Henryk Sienkiewicz. La fortuna che questo testo ha continuato a riscuotere non è paragonabile a quella di altre opere, pure di vasta Risonanza (come, ad esempio, Ben Hur (1880) di Lewis Wallace, da cui Sienkiewicz trasse dichiaratamente ampia ispirazione), non solo in campo editoriale per le centinaia di edizioni e traduzioni, ma anche per le decine di trasposizioni filmiche, teatrali e di altro genere, perfino per l’autonomizzarsi di personaggi usciti da sue isole narrative: il gigante buono Ursus nei suoi pseudomitici confronti coi vari Ercole, Maciste e così via dei kolossal cinematografici in costume; la pascoliana Pomponia Graecina (1909), nata proprio dal “quovadismo” dei primi anni del nostro secolo in Italia ; la tragica figura di Nerone fra avanspettacolo e teatro della crudeltà, come la ritroviamo anche in un capolavoro interpretativo di Petrolini, fino a certa attuale pornofumettistica.



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