V. Kalinin
Un chilogrammo di esplosivo e un vagone di cocaina
traduzione di D. Liberti, Playground, Roma 2004
(Recensione di Francesca Zucco)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 238-239
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Il libro di esordio del russo Vadim Kalinin consiste in una raccolta di racconti brevi in cui percezioni della realtà alterate e trame improbabili, che sembrano scritte sotto l'effetto di stupefacenti, si mescolano a crude descrizioni di amplessi edonistici, creando atmosfere allucinate e grottesche.
I protagonisti dei singoli racconti appaiono come vittime compiacenti ora di orge omosessuali ("Il passeggero dell'ambulanza"), ora di esistenze degradate ("Sodoma e sangue"); si ergono a eroi dell'anti-morale in racconti fantastici ("Il destino della cinese") o in nebulose parabole ("L’incredibile e triste storia di Miša Štirkov e della moglie snaturata"). La citazione di Gustav Meyrink ("Il fatto è che nessuno desidera la felicità"), con cui l'autore apre il libro, sembra riassumere il tono delle dinamiche narrative che si dipanano di pagina in pagina e si incentrano intorno al fatto che i personaggi del libro tendono alla felicità perché prossima al piacere, ma, dopo averla raggiunta, la oltrepassano senza degnarla di attenzione e tornano alle loro piccole esistenze quotidiane. Dallo stesso autore Kalinin, nel racconto "Jura e l'Aleph", prende in prestito la rielaborazione dell'immaginario fantastico ebraico del Golem, che viene volutamente dissacrato, come anche profanata è l'icona della chiesa ortodossa russa in "Sodoma e sangue", nelle fattezze di un prete corrotto nello spirito da un'anonima figura femminile. La donna, descritta nelle vesti di istigatrice, arpia o moglie snaturata, riveste sempre un ruolo essenzialmente secondario o negativo. Unica eccezione è Nadežda Pavlovna che in "Sbocciano i fiori", un racconto allegorico sull'appagamento del piacere femminile, aggiunge anche la metafora dell'elemento femminile sottomesso a un dominio maschile. Tornata a casa da una passeggiata in un parco in orgasmica fioritura, Nadežda pasteggia a petali di fiori, dono di un ammiratore, gratificando in tal modo il suo desiderio, ma non appagando la sua fame. L'appetito sarà saziato, alla fine del racconto, dalla "grassa carne" cucinatale dal marito e infilata a forza nella sua bocca, mentre la protagonista, incatenata e resa docile schiava, giacerà tra le braccia di un maschilismo non troppo celato. Il tema ricorrente dell'omosessualità, vissuta fisicamente in maniera adolescenziale e accompagnata da una sorta di insolenza, sipario di un certo disagio sociale e di una necessità di ribellione, viene utilizzata come strumento per descrivere l'universale bestialità e perversione del comportamento umano. Nella maggior parte dei racconti la descrizione di coiti si affianca al frequente utilizzo di membri maschili a scopo letterario-ornamentale; il sesso diviene un atto del vivere comune, un bisogno corporeo non più legato alla sfera intima o del piacere, ma da raccontare schiettamente come si farebbe con il fagocitare ingordo di una bistecca. Il frequente uso dell'io narrante impedisce l'insorgere di facili giudizi di condanna-compassione nel lettore che anzi lo colloca alla pari con il personaggio, carnefice o martire che sia, ricattandolo grazie a una complicità ed empatia di pensieri e sensazioni. Anche svincolandosi emotivamente non si potrebbe comunque nutrire compassione per la vittima accondiscendente verso il suo stupro, così come non si potrebbe condannare la pulsione naturale e incontenibile dello stupratore. La raccolta si conclude con una novella più lunga delle altre e intrisa di echi provenienti da un'infanzia rivissuta, grazie alle droghe, in età ormai post-adolescenziale. Le paradossali vicissitudini narrate riescono a strappare qualche sorriso durante la lettura, come ad esempio alla comparsa di una gigantesca creatura (Talpadoro) che rischia di fagocitare i due protagonisti. Nel lieto fine, il pericolo viene scampato grazie al taglio della testa di una colf cinese o forse, ma non ne sono sicuri neanche gli stessi protagonisti, grazie alla presenza di campanili delle chiese costruiti a scopo difensivo in caso di fantomatici attacchi da parte dei mastodontici animali.
In questo percorso onirico e profanatorio della realtà non mancano racconti che sollevano il lettore dal groviglio kalininiano fatto di carne e umori: "Biglietto di andata e ritorno" ad esempio, con il suo riuscito svolgersi e riavvolgersi narrativo, contiene una mini-ode alla cultura omosessuale, mentre nello "Specchio" il rincorrersi e il ritrovarsi di vittima e carnefice svela l'intima anima sado-masochista dell'umanità che popola questo libro. Più frequentemente però si ha l'impressione che l'autore si rinchiuda in un “manierismo da tossicodipendenza”, interessato soprattutto a sbalordire con storie inverosimili, specchi di realtà deformanti, grottesche e surreali, ma che rendono la scrittura troppo stilizzata e priva di freschezza e originalità. Paradossalmente proprio quando la narrazione si fa più sobria, come nei due racconti appena citati, si intravedono i risultati letterari migliori, che forniscono anche chiavi di lettura in grado di districare le linee guida e gli intenti di base di una scrittura spesso troppo oscura e fumosa.
Ci sembra di poter sintetizzare che il talento di Kalinin, se proprio ci si vuole sbilanciare con l’utilizzo di tale sostantivo, emerga soprattutto nei racconti brevi in cui il delirio da droghe pesanti costituisce solamente una blanda cornice a metafore o riflessioni sulla condizione umana e non si perde in sproloqui fantastici che rendono la lettura tediosa e la storia un rincorrersi di frasi incongruenti.

 
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