Jiří Pernes
Dějiny Československa očima Dikobrazu
Barrister & Principal – Studio, Brno 2003
(Recensione di Andrea Trovesi)
eSamizdat 2003 (I), p. 235-240
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Il libro Dějiny Československa očima Dikobrazu [La storia della Cecoslovacchia attraverso gli occhi di Dikobraz] di Jiří Pernes è il tentativo di raccontare la storia della Cecoslovacchia dalla fine della II guerra mondiale fino alla caduta del regime comunista nel 1990 attraverso i disegni, le vignette, le filastrocche umoristiche pubblicate sulla più famosa rivista satirica illustrata ceca. Dikobraz, l'istrice in italiano, inizia le pubblicazioni immediatamente dopo la fine del conflitto (il primo numero è del 25 luglio 1945) e su modello del periodico satirico Krokodil, edito in Unione sovietica fin dal 1921, si propone, insieme ad altri mezzi di informazione legati a partiti di ispirazione socialista, di contribuire alla ricostruzione del paese su basi veramente nuove e di diffondere l'immagine dell'“uomo nuovo, progressista e socialista” in conformità alle linee enunciate dal marxismo-leninismo. Pur proclamandosi programmaticamente apartitica, la rivista è dipendente fin dagli inizi dal Partito comunista cecoslovacco e costituisce un esplicito mezzo di propaganda a sostegno della sua politica. Consapevole dunque di quest'impostazione, Jiří Pernes si avvicina alla pagine della rivista con l'obiettivo di trasmettere ai lettori, soprattutto giovani, che di quegli anni sanno ben poco, non tanto i contenuti storici, di cui il commento di accompagnamento alle immagini è peraltro molto ricco, quanto piuttosto la percezione dei valori e dei giudizi sostenuti in quegli anni dai centri di potere e fondamentalmente poi in parte assimilati dalla popolazione. Più in generale l'intenzione di Pernes è di riprodurre l'atmosfera politica e sociale di quel periodo che, così difficilmente afferrabile in altro modo, traspare invece in maniera molto chiara dall'intreccio di immagini e parole qui offerto. Il commento dell'autore si rivela spesso indispensabile non solo per dare l'inquadramento delle coordinate storiche contemporanee, ma soprattutto per sciogliere i codici di messaggi che non sono più a disposizione del lettore moderno. Questo libro si inserisce a pieno titolo in quella corrente di ricerca sviluppatasi soprattutto negli ultimi anni che ha riscoperto come fonte di informazione storica strumenti non convenzionali, come le testimonianze orali dei protagonisti, l'uso delle immagini: film, riviste o di altri aspetti considerati secondari, compresi appunto la satira e l'umorismo.
Si tratta di una historia sui generis, come nota l'autore del libro (p. 6), ma tanto più interessante se si pensa al ruolo particolare della satira e dell'umorismo, che per definizione dovrebbero vivere e svilupparsi in un contesto di piena libertà di espressione, e alla funzione che essi invece occupano, e conseguentemente della loro manipolazione, in un sistema politico oppressivo e dittatoriale. Dikobraz risente profondamente dei mutamenti delle condizioni politiche del paese: un alleggerimento del controllo e dell'imposizione ideologica fanno immediatamente registrare una maggiore libertà e minore prudenza nella critica umoristica al sistema, un giro di vite della censura si riflette invece in una satira poco decisa e del tutto inoffensiva. Osservando le immagini di Dikobraz sembra di poter cogliere delle fluttuazioni nell'atteggiamento dei suoi curatori nei confronti della realtà politica contemporanea ed è forse interpretabile come riflesso della vera partecipazione del paese alla politica del governo. Negli anni '50 pur vivendo in condizioni di profondo regime dittatoriale e persino di terrore, la fiducia e le speranze che una buona parte della popolazione nutriva nella politica del partito si mostrano anche nell'atteggiamento apparentemente sincero e nelle migliori trovate umoristiche della rivista che con convinzione difende le decisioni del governo, anche le più crudeli. Il caso più esemplare è quello dei processi, montati sul modello delle purghe staliniane contro funzionari del partito stesso accusati di tradimento nei confronti dello stato, che culminarono con diverse condanne a morte. Pernes scrive:
Nell'interesse dell'obiettività bisogna dire che non era solo Dikobraz e gli altri mezzi di comunicazione a richiedere la pena di morte per gli accusati. I lavoratori di tutta la repubblica mandarono al tribunale così tante lettere e richieste nelle quali si chiedeva la pena capitale che fu necessario trasportarli in ceste per la biancheria! E solo pochi dei membri ordinari del Partito comunista cecoslovacco dubitarono della correttezza del tribunale e della sentenza; lo confermano oggi molti di coloro che dopo anni hanno preso le distanze dall'ideologia comunista. (p. 76)
Negli anni Sessanta l'euforia per l'esperimento del “socialismo dal volto umano” intrapreso in Cecoslovacchia, la fiducia nel nuovo ordine in via di costituzione, che non per ultimo permetterà nel 1968 di eliminare definitivamente la censura, non possono che trovare immediato riscontro anche sulle pagine di Dikobraz. Il numero di aprile del 1968 si apre addirittura con un'introduzione stile autodafé in cui si critica l'atteggiamento servile tenuto dalla rivista negli anni precedenti, auspicando al contrario per il futuro una satira politica a tutti gli effetti libera e degna di questo nome (pp. 131-132).
La rinnovata morsa della dittatura che seguì l'intervento dei paesi del Patto di Varsavia per riportare la Cecoslovacchia alla normalità (la cosiddetta normalizzazione appunto) trasforma (di nuovo) tuttavia la rivista in una tribuna delle posizioni del partito: ritornano i nemici di sempre, Stati Uniti e Germania occidentale, accenni critici al partito o all'Unione Sovietica non sono più tollerati e così via. Nei numeri usciti negli anni Settanta e Ottanta è evidente l'assenza di originalità e di ispirazione delle vignette umoristiche a cui manca persino lo spirito “costruttivo” degli anni Cinquanta. In questo senso illuminante è la sorte di Pavel Kohout (1928), uno dei maggior esponenti della letteratura ceca contemporanea, convinto comunista e caporedattore di Dikobraz tra il 1951-1952, deciso oppositore del sistema e fondatore del documento di critica e opposizione al governo socialista chiamato “Charta 77” negli anni Settanta.
Passeremo ora in rassegna in maniera più puntuale i vari capitoli del libro presentando le immagini e i momenti più significativi e interessanti.
Molto utili per capire lo spirito della rivista Dikobraz sono le informazioni che l'autore fornisce ai lettori nel primo capitolo del libro descrivendo le condizioni politiche e i vincoli editoriali nella Cecoslovacchia degli anni immediatamente successivi alla guerra. Nel '45 fu vietata la pubblicazione di quotidiani o riviste usciti durante gli anni del protettorato, gesto che doveva coincidere con una rottura totale con il passato e permettere di gettare le basi per una nuova Cecoslovacchia. Nell'interesse del paese rinato i giornali non possono essere pubblicati da privati, ma le redazioni devono essere legate ad organizzazioni, a partiti o a sindacati. Dikobraz, l'unica rivista satirica del dopoguerra si propone esplicitamente fin dagli inizi come rivista umoristica impregnata di spirito socialista, i cui curatori sono aperti sostenitori della “rivoluzione nazionale e democratica”, termine con cui veniva indicata la ricostruzione su basi nuove dello stato cecoslovacco. La dichiarazione programmatica apparsa sul primo numero in cui si spiegano i motivi della scelta della figura dell'istrice, si rivolge comunque ai sostenitori dei partiti politici permessi dopo la fine della guerra (comunisti, socialisti democratici, popolari), lasciando intendere quindi l'intento di volere essere una rivista di satira equilibrata e non di parte:
Perché proprio l'istrice? Non punge, non ferisce? Non morde? E sì caro lettore, il maldestro si pungerà, lo stupido magari si ferirà e il cauto avrà sicuramente paura, cari compagni, amici, fratelli, vi mandiamo l'istrice appunto perché ha denti forti e gli aculei più lunghi di qualsiasi altro essere vivente (p. 10).
Il primo capitolo dal titolo Gli anni delle grandi attese tratta degli anni 1945-1948 in cui la ricostituzione di uno stato basato sui principi del socialismo richiede la necessità di individuare con chiarezza modelli positivi da seguire e modelli negativi da combattere. Le vignette selezionate per raccontare la storia della Cecoslovacchia in questi anni ripropongono in tutta la sua disperazione e asprezza il sentimento antitedesco della Cecoslovacchia postbellica. La germanofobia è così totale che qualunque cosa sia tedesca viene respinta, così la musica, per esempio, sia Mozart che Beethoven sono rappresentati come due cavalli di Troia zeppi di militari tedeschi. Oltre alla Germania, ovviamente quella occidentale, che d'ora in avanti sarà per la propaganda comunista uno dei nemici principali, si va lentamente delineando un altro avversario, pericoloso e infido: gli Stati Uniti. Malgrado la generale propensione a partiti di ispirazione socialista e comunista, la Cecoslovacchia era rimasta dopo il 1945, forse più di altri paesi dell'Europa orientale, legata agli Stati Uniti, ma la contrapposizione sempre più netta tra URSS e USA e l'imposizione della politica di Mosca ai paesi entrati nella sua orbita, impedisce la partecipazione al piano Marshall, favorendo al contrario la nazionalizzazione della risorse e dei mezzi di produzione: l'America, uno zio Tom paffuto e ben vestito mostra all'Europa affamata e in stracci un mucchio di pacchi e di merci, e dice in tono imperioso: “Tutto questo ti darò Europa se ti piegherai in ginocchio ai miei piedi e non nazionalizzerai” (p. 29). Diversamente invece l'Unione Sovietica è una mamma premurosa che serve la pappa ai cinque gemelli slavi affamati: la Cecoslovacchia, la Polonia, la Bulgaria, la Jugoslavia e la Lusazia (p. 32): una rivisitazione insomma dello spirito panslavista che riflette comunque le effettive simpatie dei cechi e degli slovacchi in questo periodo. Sul fronte interno i nemici invece sono i cosiddetti collaboranti, coloro cioè che hanno favorito in qualche modo il nazionalsocialismo tedesco e, in ottica prettamente comunista, possidenti terrieri, i nobili, la ricca borghesia in genere: uno di questi con anelli e orologi d'oro visibilmente luccicanti nella notte recita una versione alquanto anomala della tradizionale preghiera a San Venceslao, il patrono della Boemia: “San Venceslao, patrono delle terre di Boemia proteggi noi e i nostri posteri dalla nazionalizzazione” invece che “San Vencesalo, patrono delle terre di Boemia, proteggi noi e i nostri posteri dalla scomparsa” (p. 30).
Il capitolo successivo è intitolato Avanti verso radiosi giorni futuri (1948-1953), motto socialista molto diffuso, utilizzato anche recentemente come titolo dell'opera di Gian Piero Piretto sui miti e le mitologie del periodo sovietico (Il radioso avvenire. Mitologie culturali sovietiche, Einaudi, Torino 2001): sono gli anni in cui le speranze di una rivoluzione profonda e radicale della società in senso socialista sono molto sentite presso ampie fasce della popolazione. La salita al potere del Partito comunista in Cecoslovacchia non avviene con un colpo di stato nel vero senso della parola, infatti il partito che era uscito vincitore dalle elezioni democratiche del 1946, diventa legittimamente partito di governo. Le tendenze antidemocratiche che si fanno però presto sentire nella sua amministrazione, generano la reazione degli altri partiti, in particolare dei socialisti nazionali e dei popolari. Il complotto organizzato per destabilizzare il governo presentando le dimissioni dei ministri non comunisti, non indebolisce affatto il Partito comunista, che anzi con grande prontezza occupa i posti lasciati vuoti con personaggi di provata fedeltà, permettendo così di consolidare una volta per tutte la dittatura del partito unico. In maniera decisamente ironica Dikobraz descrive questo rivolgimento politico con una vignetta in cui su di un palcoscenico i ministri non comunisti dimissionari precipitano in un botola e il testo recita: “Fine del primo atto ovvero Chi la fa, l'aspetti” (p. 45). Da questo momento si scatena la caccia a tutto ciò che non è allineato alle direttive del partito, a tutto ciò che nella terminologia socialista non è “progressista” e che al contrario viene marchiato come “reazionario”; ecco l'immagine di una sfilata di operai e contadini che reggono un pupazzo da bruciare con la scritta “reazione”: “gli usi antico cechi rinascono: il rogo della strega” (p. 47). Nei primi anni Cinquanta cadono vittime di questa caccia alle streghe gli stessi funzionari del partito, condannati a pene severissime: anche qui è utilizzato il motivo del cavallo di Troia dal quale i traditori vengono stanati (p. 67); coloro che per sfuggire alla persecuzione preferiscono invece l'emigrazione sono bollati come traditori della patria e disegnati come ricchi, grassi borghesi ricoperti di croci uncinate che sputano dall'Europa occidentale sull'Europa orientale: “chi sputa più lontano guadagna cinque dollari” (pp. 58-59).
L'Occidente identificato con l'avamposto del “capitalismo internazionale” è sempre più il nemico numero uno. La Guerra fredda vista con gli occhi della Cecoslovacchia comunista è brillantemente illustrata da una vignetta in cui un soldato dell'Armata rossa protegge con il suo cappotto una ragazza vestita di chiaro che stringe in mano un ramoscello d'ulivo mentre dall'alto cade la neve rovesciata dai sacchi “Patto atlantico” e “Piano Marshall”: “Un cappotto impermeabile e caldissimo contro la più fredda delle guerre” (p. 64). Il messaggio è chiarissimo.
Gli anni delle speranze perse (1953-1957) o meglio gli anni del Tentativo di superare la crisi del regime comunista sono segnati all'inizio da poesie e filastrocche che commemorano la morte sia di Stalin che di Gottwald: “Stalin non è più con voi, siate stalinisti, Gottwald non è più con voi, siate gottwaldiani” (p. 84), ma il nuovo corso politico iniziato da Chruščev in Unione Sovietica non tarda a far sentire i suoi effetti anche in Cecoslovacchia. La critica al culto della personalità determina in generale un approccio più critico al periodo appena trascorso. Inizialmente Dikobraz mostra un certa perplessità nei confronti di tale revisionismo, probabilmente posizione condivisa dai quadri del partito, come trapela dall'ironia con cui viene motteggiato invece l'atteggiamento estremamente autocritico emerso al Congresso degli scrittori cecoslovacchi: sullo sfondo uno scrittore si versa cenere sul capo, mentre un collega al telefono dice: “Qui congresso degli scrittori cecoslovacchi. Mandateci ancora due bidoni di cenere” (p. 100). La critica come procedimento viene però poi accolta anche dagli ambienti del partito e così ecco due ragazze che si tengono per mano “l'autocritica dall'alto”, “la critica dal basso” che incedono verso la Conferenza nazionale del Partito comunista cecoslovacco: “Prego venite - voi due potete entrare anche senza invito della delegazione” (p. 102). E ancora: in un ufficio pieno di plichi e pratiche il direttore esclama: “Giulia, dobbiamo smetterla con i segreti. Per utilizzare meglio gli scaffali da oggi vi metta le lamentele pervenute per gli sbagli dei funzionari nelle procedure” (p. 101).
Il capitolo successivo Dal disgelo cecoslovacco alla disfatta della Primavera di Praga - Dall'indurimento del regime comunista fino alla liberalizzazione 1958-1969 è in gran parte dedicato agli avvenimenti del 1968. A partire dai primi anni Sessanta la necessità di correggere la politica economica della Cecoslovacchia allentando le maglie dell'economia regolata attraverso i cosiddetti “principi per il perfezionamento della gestione regolata dell'economia nazionale” generò una serie di cambiamenti anche dal punto di vista politico e sociale, ci si avvia verso l'elaborazione del “socialismo dal volto umano”. Di questi cambiamenti Dikobraz fu un barometro sensibile e così se all'inizio degli anni Sessanta Dikobraz è ancora fedele alle linee del partito e festeggia i risultati della società socialista, come la nuova costituzione d'impianto prettamente comunista e il nuovo battesimo della Cecoslovacchia come Repubblica socialista cecoslovacca (ČSSR), a partire dal 1963 l'allentamento della censura permette al periodico di fare della vera satira politica svolgendo così il ruolo fondamentalmente dissacratorio di una rivista umoristica. La satira inizia ad essere rivolta alla politica e ai suoi esponenti, denunciando apertamente gli strumenti antidemocratici utilizzati dal potere, salutando al contrario la liberalizzazione e i cambiamenti in corso, innanzitutto la riabilitazione degli oppositori politici - un funzionario rotondetto rimprovera con area paternalistica un più che mai annichilito collega: “È questo il modo di ringraziarmi, saresti stato riabilitato se non ti avessi fatto chiudere in gattabuia?” (p. 129); la riconquistata libertà di parola - due amici in osteria davanti ad un boccale di birra: “Non c'è nulla di cui parlare. È già tutto sui giornali” (p. 132); poi il nuovo orientamento dell'economia nazionale - una barca che sta per incagliarsi tra gli scogli “Cambiare rotta!” (p. 139); e infine le libere elezioni - due vecchietti sul lungofiume di Praga: “Voto segreto: è assurdo. Dobbiamo pur sapere quando si deve andare a votare” (p. 139). Ma forse i disegni che meglio rappresentano l'atmosfera di questo periodo sono le vignette di Vladimír Renčin, in particolare quella in cui grigi funzionari abbattono il busto innalzato su una colonna di un non meglio identificato personaggio politico che sorpreso esclama: “Anche tu Bruto” (p. 125).
L'invasione dei paesi del patto di Varsavia nell'agosto del 1968 pone fine a questo periodo ricco di fermento e speranze. Dikobraz riesce ancora per un certo tempo a far fronte alle spinte normalizzatrici e opera al contrario come strumento di resistenza all'invasione e ai suoi obiettivi dittatoriali. Dikobraz mostra come le informazioni vengano manipolate dai sostenitori della reazione (due loschi figuri estraggono a caso dai giornali con una pinza delle frasi: “Strappiamo qualcosa e ecco qui una bella citazione antisocialista”, p. 149), reagisce con nero umorismo alla traduzione in ceco del libro di propaganda K sobitijam v Čechoslovakiji, chiamato libro bianco per il colore della copertina, che cercava di dare una versione distorta e piegata alle intenzioni degli invasori dei fatti accaduti in Cecoslovacchia nel 1968: “il libro è bianco ma quando lo leggi diventi alternativamente blu, rosso e viola” (p. 153), fa vedere come si riaffaccino di nuovo le paure che sembravano essere state cancellate per sempre, come per la libertà di parola e di opinione - un giornalista: “Che cosa si augura per l'anno nuovo? [si tratta del 1969], risposta dell'intervistato: “Di poterlo dire” (p. 156), oppure: una moglie implorante davanti al marito che regge deciso un cartello con un punto di domanda: “Sei impazzito a voler uscire con quello! Non dimenticare che hai una famiglia!” (p. 157). La vignetta più amaramente emblematica e, come cita l'autore stesso del libro, di una preveggenza che ha quasi dell'incredibile, è quella apparsa nel primo numero del 1969 in cui due signori si augurano Buon natale, ma per l'anno 1989:
Le persone iniziavano a farsi impadronire da pessimismo e delusione. Iniziavano a capire che la libertà era stata di nuovo persa per molto tempo (p. 154).
Gli anni successivi al 1969 sono segnati da una situazione di stagnazione e immobilità che domina nel paese fino alla fine degli anni Ottanta. Il titolo del penultimo capitolo del libro che va dal 1969 al 1989 descrive l'atmosfera di questi anni così:
allegramente come al cimitero
. Questo periodo è segnato dalla figura di Gustav Husák, divenuto segretario generale del Partito comunista cecoslovacco e poi presidente della Repubblica, il cui obiettivo è quello di riportare il paese alle condizioni politiche non solo degli anni precedenti la Primavera di Praga ma addirittura a quelle degli anni Cinquanta. Impressionante la vignetta che dovrebbe descrivere la forza e la decisione di Husák e del suo governo e che invece, almeno per gli occhi di oggi, lascia ben intendere quanto fosse dispotico il suo potere: come in un mosaico, mani chiuse a pugno stringono un fucile, macchinari industriali, sacchi di prodotti alimentari e un mazzo di fiori (p. 192) che rispettivamente rappresentano il controllo sulle armi, sui mezzi di produzione, sulle risorse alimentari verso i traguardi della “pax socialista”. Naturalmente pochi mesi dopo l'invasione della truppe del Patto di Varsavia viene ripristinata la censura preventiva. Per Dikobraz ciò significa che caricature o critiche a personaggi politici vicini al partito o in qualche modo riferiti all'Unione Sovietica sono del tutto impensabili. Di nuovo tornano vignette contro l'imperialismo americano, mentre si sottolinea l'“amicizia” con l'URSS. Interessante notare che dal punto di vista della rappresentazione iconografica il rapporto tra ČSSR e URSS viene nuovamente descritto in termini di chiara subordinazione dell'una all'altra. Così, come già visto sopra, nel dopoguerra la Cecoslovacchia è un'esile fanciulla protetta da un possente soldato sovietico, nel 1985 sulla copertina della rivista una delle torri del Cremlino abbraccia dall'alto e saldamente intorno alle spalle la torre d'ingresso al ponte Carlo. Torna anche il motivo del cavallo di Troia che sotto le spoglie di slogan come neutralità, lotta al totalitarismo, socialismo dal volto umano cela borghesi e capitalisti, mentre il fiero operaio scoperto l'inganno commenta con un gioco di parole: “Non siete passati né nel '48 né nel '68. Siete solo scivolati via” (p. 178). Dikobraz in questi anni cessa di essere un giornale satirico e diviene sempre più tribuna ideologica ripetitiva, segnato da un umorismo sterile con vignette e barzellette senza originalità intorno ai problemi e ai fatti della vita di tutti i giorni. Verso la fine degli anni '70 Václav Havel, Pavel Kohout e Zdeněk Mlynář sottoscrivono il celebre documento di critica al regime socialista e alla repressione politica in Cecoslovacchia, “Charta 77”. Dikobraz insieme agli altri mezzi di informazione si prodiga per screditare il movimento nato da questa iniziativa: sotto una lente d'ingrandimento “Charta 77” si legge come “Parta 68”, ovvero il gruppo del '68 (p. 183).
Con l'arrivo di Gorbačev a capo del Partito comunista dell'Unione Sovietica e con l'avvio delle riforme in senso democratico, la situazione prende rapidamente a modificarsi anche nei paesi satelliti. In Cecoslovacchia il nuovo corso è accolto inizialmente con imbarazzo e le prime vignette sulle pagine di Dikobraz che fanno riferimento a questi nuovi avvenimenti lasciano trapelare solamente una velata ironia: due operai alla porta di casa di un collega “Signora Nováková, potrebbe lasciar venire Karel fuori con noi a giocare alla perestroika” (p. 211), negli anni che seguono invece con il processo di democratizzazione divenuto ormai inarrestabile, la satira si fa più tagliente: un professore ad uno studente “Pensare in maniera nuova”, risposta dello studente “e me lo dice proprio Lei che mi ha insegnato a non pensare del tutto” (p. 214). Con la caduta della dittatura anche Dikobraz ritrova una vena satirica più convincente - due sciatori nel bosco incappano in un cumulo di schede della polizia segrete parzialmente in cenere: “le persone così sincere sono quelle che preferisco: tutto quello che veramente pensano sta scritto sulle schede del Ministero degli Interni” (p. 217).
Ma la fine del socialismo reale travolge con sé anche Dikobraz che esce per l'ultima volta nell'aprile del 1990. Il libro Dějiny Československa očima Dikobrazu costituisce una lettura piacevole ed istruttiva. È necessario sottolineare che non si tratta di un libro di storia nel vero senso della parola, il racconto storico è perlopiù un commento alle vignette riportate e non ha quindi come obiettivo una rigorosa dissertazione sui fatti storici e sulle loro motivazioni. Proprio per questo motivo l'esposizione non risulta sempre lineare e le diverse parti sono a volte collegate in maniera poco organica, risentendo al contrario di una certa frammentarietà. Ma un'esposizione argomentativa della storia non è interesse dell'autore e tantomeno ciò che il lettore deve ricercare in questo libro. Dal punto di vista dei contenuti non è chiaro se sia stata una scelta dell'autore o se invece effettivamente nella rivista non è dato spazio alla Slovacchia e al sul suo latente separatismo che ha giocato un ruolo decisivo in tutti i momenti chiave della storia della Cecoslovacchia. In conclusione bisogna ricordare che l'opera è corredata di un indice dei nomi e, al fine di permettere eventuali lavori di approfondimento e ricerca, anche dell'indicazione precisa dell'anno, del numero e della pagina su cui sono apparse le vignette riportate nel testo.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli