D. Hodrova
Visioni di Praga
traduzione e note di L. Fiorica, fotografie di J. Reich, Forum Editrice, Udine 2005
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 501-503
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Aprite il libro in questione. Guardate la prima immagine: una donna (un angelo stanco?) si è accostata un istante a una tomba nel cimitero più grande di Praga e, colta da un sonno insano e traditore, si è pietrificata, quasi si fosse volta a guardare dove non doveva, quasi avesse scorto la bellezza terribile di una città riemersa. Prigioniera da sempre della muffa dei secoli, impossibilitata a proseguire il suo cammino da ebrea errante e da passante della storia, questo donna-angelo si risveglia, muove un passo e inizia il viaggio, o dà il via all’iniziazione
Che Praga sia un luogo che si offre con particolare vulnerabilità al vagabondaggio e al divagare letterario è cosa risaputa. A partire dall’imprescindibile Praga magica di Angelo Maria Ripellino è quasi lapalissiano che a ogni angolo topografico della capitale boema siano legati una superficie visibile urbana, poi un sostrato invisibile di stratificazioni storico-letterarie e magari un ulteriore livello profondo, ipotetico, immaginabile e attraente per la sua stessa vaghezza, intessuto di leggende, supposizioni, cialtronerie ubriache passate per fatti storici, arditi link fra epoche e personaggi che forse son davvero passati di lì. Daniela Hodrová cerca la soglia coperta di licheni fra visibile e invisibile, prova a sfondare dolcemente quella botola che la (e ci) catapulta in un’altra Praga. Una Praga che non stia solo in un altro tempo, ma che sia intrappolata nella ragnatela di tutti i tempi insieme.
L’autrice, rappresentante della migliore tradizione della prosa ceca dotta, ha detto la sua sul macro-argomento Praga in diverse occasioni, una di queste (l’originale ceco è del 1992) è legata al suo saggio-romanzo peripatetico Město vidím…, che vede ora la sua traduzione e l’uscita sul mercato italiano per i tipi della Forum, col titolo “esplicativo” Visioni di Praga. La Hodrová, prima di essere autrice letteraria, è studiosa di orientamento strutturalista e teorica che si occupa delle forme del romanzo. E si sente. Non aspettatevi una “storia” da questo libro. Non limitatevi a una storia. Non cercate una trama e i personaggi classici. O almeno non cercateli dove essi si trovano di solito nella letteratura “tradizionale”: cioè in luoghi comuni letterari fatti di conglomerati di caratteri fittizi, parvenze psicologiche e luoghi più o meno strumentali a uno sviluppo narrativo. Nei suoi testi letterari la Hodrová semantizza un nucleo ricco e coerente di ispirazioni che fanno trasparire il momento teorico e riflessivo della sua attività: una concezione trasversale dei fatti storici, per la quale si possono intersecare sullo stesso piano eventi e personaggi lontani cronologicamente; la personificazione di certi simboli che emergono dalla narrazione, quasi per forza intrinseca di evocazione; l’utilizzo delle “location” reali della sua Praga a fini mitopoietici; il concetto di mascheramento della realtà e della sua tragicità intrinseca; il tutto si inscrive in un processo di autoconoscenza e di iniziazione dell’autrice-narratrice.
Ma cos’è questo Visioni di Praga: un romanzo aperto, un romanzo-dialogo, un romanzo teorico? Un po’ di tutto ciò, e ancora una “guida turistica” che non suggeriremmo di usare al peggiore nemico. O forse al contrario, la consiglieremmo a tutti coloro che non vogliono cadere nel cliché di Praga, pittoresca città-mordi-e-fuggi, e preferiscono precipitare nel fossato dell’incertezza e nei trucchi scenografici di un’esplorazione dove le mappe sono quadridimensionali (c’è anche la coordinata tempo) e le fermate hanno il servizio del “teletrasporto letterario” (incontrerete scrittori-guida e sedicenti tali).
E se non volete cadere nel cliché…dovete usarli davvero tutti. Forse questa è la chiave di volta della passeggiata enigmatica lungo la quale ci conduce l’autrice. Ma ciò vale tanto più se siamo stanchi del cancro turistico della normalizzazione urbana. Seguendo la Hodrová si scoprono angoli nuovi e vecchi segreti di Pulcinella, cose tanto risapute che le abbiamo dimenticate: Kafka ha davvero soggiornato nella famosa stradina degli alchimisti, la Viuzza d’Oro? E in quella stradina c’è mai stato un alchimista che sia uno? Si è realmente verificato l’evento epocale passato alla storia come la “Rivoluzione di velluto” o era tutta una recita per vendere souvenir storiografici e godere di nuove, cocenti delusioni?
Visioni di Praga, si diceva… E, come da titolo, appunto di visioni si tratta: non sono semplicemente un aiuto figurativo, un’appendice superflua, ma diventano pressoché indispensabili le foto che della amata Praga ha scattato il fotografo Jan Reich e che nella versione italiana ritroviamo inframmezzate al testo. Una ventina abbondante di scatti, o piuttosto di ritratti immobili di una città deserta. Ché di labili visioni si tratta: di un labirintico immaginare-inventare, di un amoroso e tormentato slalom fra le concrezioni di secoli di storia ed esseri umani-revenant.
Ma le visioni della Hodrová non sono mai, volontariamente, nitide: più che chiare rappresentazioni e descrizioni topografiche le sue pagine sono agglomerati di parvenze, di fantasmi, di ex-cose o forse di “cose ex”; monumenti, vie, cimiteri, eventi storici che avevano un nome, ora ne hanno un altro. Cose che cambiano e che spariscono. Erano rivoluzione, sono diventate inganno; erano sinagoghe ebraiche, ora sono vuoti di memoria; erano immagine di un luogo, ora sono crateri della visione; erano siti archeologici, ora sono vuoti di storia. Un fantasma di città questa sua Praga, dove si aggira un doppio dell’autrice alla ricerca di punti fermi; purtroppo essa troverà solo trabocchetti, coulisse, sipari, tende che nascondono le vere essenze. Praga si cela sotto un velo (quello della Veronica forse), sotto più drappi e coperture che ce ne fanno sfuggire il senso e il colore.
Parafrasando Kundera: “Praha je jinde”, Praga è altrove. In questo pellegrinaggio smarrito la città di santi ostinati, geni ubriachi e di re pazzi è “in un altro tempo”, vive di connessioni temporali, di quegli agganci e lacci di tempo che la Hodrová ama, e che ci fanno baluginare davanti personaggi catapultati fin dalle profonde segrete della storia boema.
La profondità è un altro tema portante, un perno strutturale che raddoppia l’inafferrabilità di una capitale di spettacoli “doppi”. Se dietro una facciata, dietro un forse-avvenimento si cela un sipario e un’altra mezza verità, anche sotto c’è un altrove: meandro sotterraneo ininterrotto, canalizzazione dei ricordi e delle esperienze, Praga si nasconde nelle fogne, negli scavi, nelle cantine della memoria. L’autrice e il suo doppio la seguono anche là, novelli turisti-parvenze che si nutrono avidi di profezie mal avverate e di stragi di santi. Ma c’è anche il sopra, la visione dall’alto, la profezia lungimirante e la vertigine di chi guarda dalla orrenda torre della televisione, falsa dominante a amanita pronta a essere conquistata dai neonati neri rampicanti che ci hanno incollato.
Vero è che a tratti ci perdiamo in fumisterie alchimistiche dalle quali la nostra accompagnatrice si fa incantare volentieri, o siamo costretti a seguire degli sfoggi storico-topografici compiaciuti anzi che no.
Ma tant’è, questa quasi-storia che la Hodrová ci ha voluto raccontare, questo abbozzo di viaggio incompiuto, questo romanzo autobiografico in germe è un salto nel vuoto, e la sua vita è come una sceneggiatura in fieri, un tableau vivant in cui siamo costretti a inquadrarci, per diventare pezzi di pietra appisolati come la statua della prima foto, volenti o nolenti.

 
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