A. Catalano
Sole rosso su Praga. La letteratura ceca tra socialismo e underground (1945-1959). Un’interpretazione
Bulzoni, Roma 2004
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 315-317
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Un’ottima guida storico-letteraria questo Sole rosso su Praga di Alessandro Catalano. Il sottotitolo (La letteratura ceca fra socialismo e underground) coglie i due termini estremi del suo raggio d’azione: il lato più ufficiale e forzosamente codificato, quello del realismo socialista di declinazione cecoslovacca, e il lato quasi privato, senza limiti imposti e senza ben definiti bacini di pubblico, sfacciato e provocatorio, “totale”, dell’underground anni ’50. In mezzo i prodromi di una delle letterature, quella ceca dei sessanta, fra le più interessanti in Europa.
L’arco temporale preso in esame, dalla liberazione del 1945 al 1959, non era uno dei più chiari e studiati nella bibliografia italiana, dove le avanguardie storiche fra le due guerre sono quasi sufficientemente rappresentate, alcuni grandi classici (Čapek Hrabal Kundera) sono tradotti in misura soddisfacente, esiste materiale abbondante sul mitologizzato ‘68, ma forse poco si sa e si parla di come a questi “soliti noti” e a tali eventi storici “mitici” si sia giunti. Gli anni cinquanta cechi “godono” di un poco invidiabile, enorme, emblematico scompenso fra ciò che si scriveva, creava e pensava e quello che poi poteva effettivamente uscire alla luce del sole delle pubblicazioni ufficiali, delle riviste ora meno ora più libere, dei quasi sempre ingessati incontri e convegni letterari. Per fare l’esempio forse più eclatante, anche in Repubblica Ceca non è da moltissimo che si è riusciti a riordinare la cronologia e la maturazione poetica di Bohumil Hrabal (ne sono testimonianza innegabile e ricchissima le opere complete uscite negli anni Novanta), e anche in Italia è finalmente uscito il prezioso volume dei Meridiani Mondadori dedicato all’autore di Treni strettamente sorvegliati. Sono questi fra i frutti dello scarto creazione-pubblicazione di cui sopra e delle generalizzazioni interpretative di cui gli anni Cinquanta sono spesso stati vittime, per cui a volte si è teso a fare di tutte le erbe un fascio, a ridurre più del dovuto il significato e gli impulsi di un decennio che ha visto maturare (sebbene allora quasi invisibili) figure significative come Josef Škvorecký, il primo Kundera (allora comunista non dogmatico), Zbyněk Havlíček, Hrabal stesso. Il presente volume si situa validamente a metà fra una storia della letteratura generalista e la raccolta di saggi monografici, e ha l’innegabile vantaggio della chiarezza di intenti (riordinare e motivare un decennio complesso) e della ricchezza non caotica di informazioni e di spunti.
Altro merito non secondario, dovuto alla particolarità del periodo studiato e alle sue non evidenti triangolazioni fra politica culturale, creazione artistica e effettive pubblicazioni è, soprattutto nei primi capitoli di impostazione generale e storico-culturale, quello di aver spiegato l’evoluzione, la ricezione, i destini di autori colti dal regime stalinista in una data fase del proprio sviluppo e costretti dall’imposizione delle direttive esterne e limitanti a salti mortali, compromessi e adeguamenti di traiettoria. In questo modo, non limitandosi a una astorica interpretazione estetica delle opere e degli autori, Catalano colloca queste ingerenze della politica culturale del partito salito al potere nel ’48 nello sviluppo intrinseco delle diverse poetiche, apportando una serie di informazioni e delucidazioni mai oziose o gratuite che illustrino l’intervento della violenza di tutto un sistema culturologico imposto dall’alto nella vita, prima che nelle pagine, dei vari Seifert, Kolář o Zahradníček. Sotto quest’ottica risultano particolarmente interessanti i capitoli centrali (“Tra avanguardia e realismo socialista”, “Alla ricerca del presente perduto”), in cui, senza sentimentalismi o prese di posizione estreme, l’autore ricostruisce il lato umano della letteratura, i retroscena che pesarono così pesantemente su autori finiti in carcere o zittiti per un decennio, retroscena senza i quali quella fetta di letteratura ceca non si comprenderebbe affatto.
Ciò vale comunque per il libro nella sua interezza: anche le prime sezioni forniscono uno sfondo chiaro e particolareggiato, mai disordinato, della scena sociale su cui le lettere ceche andavano ad adagiarsi, secondo il chiaro presupposto che le componenti extra-artistiche di una lotta per la libertà d’espressione sono parte integrante dell’analisi non solo storiografica, bensì in certi casi letteraria tout court. Il primo capitolo (“Mitologie socialiste”) disegna dunque lo sfondo esistenziale della produzione culturale del periodo, con interessanti sconfinamenti nel cinema del realismo socialista, negli incroci fra urbanistica deprimente e slancio produttivo stacanovista, nell’antropologia forzatamente entusiastica delle direttive staliniste.
Le quattro parti seguenti descrivono in modo documentato ma non prolisso la nascita, lo sviluppo, la “morte” del realismo socialista, nonché i rappresentanti cechi di tale inafferrabile etichetta, volontaristica, più che artistica. In essi seguiamo le polemiche e gli scontri di correnti sulle riviste, alle conferenze dell’Unione degli Scrittori e perfino ai Congressi di Partito, tutti eventi indispensabili, come si diceva, per un’epoca dove le direttive per la letteratura si scrivevano in buona parte “nei corridoi” delle conferenze, più che in un aperto dibattito pubblico. Tutte queste incursioni al di fuori dal cartaceo dei libri effettivamente usciti all’epoca fanno di queste trecento pagine di Sole rosso una compatta storia della cultura di un decennio, seppur tematicamente delimitata. Ciò significa da un lato che non sempre vi si deve cercare l’accademico approfondimento didattico sulla data opera, dall’altro che viene a volte suggerito un di più, e che sta al lettore (soprattutto se boemista alle prime armi) approfondire col recupero di spunti e riferimenti bibliografici.
A questo punto si pone infatti la questione delle fonti primarie e del destinatario tipo del libro, il che ci porta a un altro grappolo di considerazioni in merito all’opera recensita. Di quanti dei romanzi o delle raccolte poetiche menzionate il lettore può farsi un’idea diretta, se non ha conoscenze adeguate di ceco (si pensi agli studenti giovani, ai non boemisti interessati alla materia, agli slavisti eclettici)? Se da un lato fra gli autori trattati almeno Hrabal e Škvorecký (e in misura minima Hostovský, Otčenášek e Weil) sono tradotti e studiati in italiano, per la stragrande maggioranza dei protagonisti del periodo non c’è altro modo che attingere agli originali e alla saggistica ceca. Per questo da un lato ci sentiamo di chiamare a una massiccia “campagna” traduttoria che colmi almeno le lacune più grosse e alla riproposizione su riviste come questa di vecchie traduzioni ora difficilmente accessibili, dall’altro non possiamo che lodare chi, come lo stesso Catalano, presenta al pubblico italiano autori meritevoli di esser conosciuti, quali Skácel, Kolář o Zbyněk Havlíček (ma non possono essere taciuti i meriti di S. Richterová e A. Cosentino in queste attività di mediazione). Sotto quest’ottica ci sembra azzeccato il metodo espositivo usato dall’autore in alcuni casi (Egon Bondy, lo stesso Havlíček), quando alla descrizione di una data fase poetica fa seguire puntuali e ben incastonate traduzioni di brani o di poesie integrali. L’approccio semi-antologico che sistemi una scelta di testi in fondo al libro rimarrebbe in questo caso lettera morta e mal si collegherebbe al vivo fluire dell’analisi testuale. Meglio questo metodo eterogeneo che un’appendice inutilizzata. È cosi che vengono presentati in modo compatto al lettore italiano alcuni fenomeni di indiscussa originalità della letteratura boema: l’underground sguaiato e tragicomico di Egon Bondy (qualcosa era già uscito da noi nel 1993, per merito di A. Ferrario), il secondo (o terzo, quarto...?) surrealismo, ultrametaforico e antistalinista di Havlíček (ma si veda anche il lavoro pionieristico di A. Cosentino in una raccolta per Bulzoni del 1998), le cose più intense dello sfortunato poeta di ispirazione spirituale Jan Zahradníček.
Un analogo principio di “presentazione diretta” dell’opera ha invece purtroppo risultati opposti nel campo della prosa: in particolare nel capitolo dedicato all’esponente di spicco dell’emigrazione del secondo dopoguerra (che nel suo complesso viene presentata con notevole chiarezza), Egon Hostovský, non si condivide la scelta di Catalano di soffermarsi eccessivamente sulle vicende della trama nei diversi romanzi analizzati. Non si pone in dubbio l’importanza dello scrittore, né tanto meno la necessità di guidare il lettore a digiuno di Hostovský (tra cui il compilatore di queste righe) nella molteplicità dei suoi lavori. Notiamo soltanto che nel resto del lavoro la capacità di sintesi è a livelli decisamente maggiori.
Non staremo a questionare sui giudizi di merito con cui potremmo non concordare o sull’importanza conferita ai singoli (Catalano non trincia comunque giudizi anche nel caso di fenomeni letterari che lo vedono più distaccato o critico), né tanto meno perderemo tempo a rimproverargli alcune imprecisioni fattografiche che sono ben spiegabili, e scusabili in una massa così imponente e ben strutturata di dati.
Ci piace invece terminare citando le parti che consideriamo più riuscite o utili, e che ci sentiamo di raccomandare: il capitolo dedicato a un autore spesso ingiustamente semplificato e non facilmente comprensibile nella sua complessità, come Bohumil Hrabal, ha il vantaggio di essere una ottima e chiara introduzione al fenomeno Hrabal, ricomponendo i tasselli e ricostruendo cronologicamente i suoi inizi non notissimi e ritrovando nel dialogo fruttuoso con le cosiddette “neoavanguardie” gli stimoli che diedero vita alla sua poetica. Si offre così come ideale introduzione al corposo tomo appena licenziato da Mondadori. O ancora le pagine dei capitoli introduttivi in cui dialogano gli aspetti extraletterari del periodo con le esigenze intrinseche dei creatori di letteratura, e infine il piacevole, seppur serio, modo di presentare la combriccola della letteratura sotterranea giostrante intorno a Bondy e Vodsed’álek e alle loro uscite patafisiche.
In definitiva un’analisi sentita e non superficiale di un periodo che abbisognava di una sistemata fattologica ed esegetica, senza la quale non si accede con il necessario armamentario nei “favolosi” anni sessanta. Ora sta agli studiosi ritornare anche su questa “età d’oro” della cultura boema e analizzarla in modo multiforme e non prevenuto.

 
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