P. Kohout
L’assassino delle vedove
traduzione di L. Kostner, Fazi Editore, Roma 2003
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 191-193
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Febbraio 1945; nel Protettorato di Boemia e Moravia, ossia pressappoco nella odierna Repubblica Ceca occupata dai nazisti, si avverte che la capitolazione del Reich è ormai questione di mesi, tanto peggio si sopporta l'arroganza degli occupanti tedeschi, ma non è chiaro quando verrà il momento in cui scatenare le sopite forze della rivolta patriottica. La collaborazione forzata delle istituzioni pubbliche è una delle viscide superfici sulle quali il puro dovere amministrativo può oscillare fra il servile collaborazionismo e la tempratura degli animi onesti, in un pericoloso esame quotidiano che mette alla prova ogni giorno in modo diverso la dignità e la morale umana, costringendo i "buoni'' ad interrogarsi sul giudizio storico che valuterà le loro azioni condizionate dal terrore e dalle minacce, e lasciando gli approfittatori a godere di una impunità che ha ormai i giorni contati. Si aggiunga che nel bel mezzo di questa polveriera, in un bailamme di segnali contrastanti e di continui rischi bellici per il cittadino comune (Praga è bombardata, non si sa se i tedeschi risparmieranno la città...) esplode la furia omicida, tutta personale, per niente "storica'', del serial killer di turno, che si ispira ad una tela religiosa per martirizzare le proprie vittime e neutralizzare i propri irrisolti conflitti con il sesso femminile.
Sono questi, rispettivamente, lo sfondo reale e la vicenda fittizia su cui Pavel Kohout (Praga, 1928) fa muovere i suoi poliziotti, i suoi investigatori e i vari bruti delle SS e della Gestapo, tutti coalizzati contro un ulteriore mostro, un unico nemico, che, paradossalmente, viene a sua volta riconosciuto anche dai tedeschi come incarnazione del male assoluto. L'assassino delle vedove, l'omicida rituale che dà il titolo alla buona traduzione italiana di Letizia Kostner (l'originale ceco suona come "il momento magico degli assassini''), è l'imprevisto elemento impazzito che si staglia sullo sfondo storico degli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale e costringe ad una laboriosa, diffidente collaborazione il poliziotto ceco Jan Morava e il suo corrispondente tedesco Erwin Buback, finito nelle fila della Gestapo perché incantato "in buona fede'' dalle idee megalomani del suo Führer, sebbene anch'egli abbia origini ceche. L'avvicinamento fra i due, che avviene sulla base delle comuni origini e delle comuni sventure, è una delle linee principali del racconto, ma ha un'impronta fondamentalmente buonista e appare forzato.
L'autore, Pavel Kohout, è una delle figure più interessanti e sintomatiche dell'ultimo cinquantennio ceco: dopo essere stato fervente comunista, si "ravvede'' e passa nelle file dell'opposizione al dogmatismo prima, in quelle della dissidenza legata a Václav Havel ed a Charta 77 poi. Come tanti uomini di cultura importanti è stato coinvolto in polemiche politico-culturali, come tanti costretto a vivere all'estero durante la cosiddetta "normalizzazione'', come tanti tornato in patria dopo l'89... come tanti, verrebbe da dire, è ora costretto a scrivere lunghi, interminabili romanzi per sbarcare il lunario.
Da questa nostra affermazione si sarà capito che questa storia a sfondo poliziesco con velleità sociologiche non ci ha propriamente entusiasmato. Non possiamo esimerci dall'intavolare una seppur superficiale discussione (ne siamo consapevoli: quanto poco originale, quanto trita!) sull'appartenenza di tale libro alla produzione di genere o alla narrativa "d'autore'', servendoci di qualche parallelo cinematografico. Sugli scaffali delle librerie italiane (sulle quali raramente compaiono nuove traduzioni dal ceco, e dalle quali latitano ancora decine di romanzi dai valori molto meno controversi) lo si trova fra i thriller, accanto ai bestseller americani o allo čtivo teutonico: la mole spropositata di pagine che da un certo punto in poi stancano per l'esaurirsi dei temi che vengono inutilmente trascinati oltre la loro autonomia temporale, l'eccesso di descrizione psicologica che sfocia in una deleteria volontà di spiegazione di ogni minimo gesto dei personaggi, la qualità non eccelsa di molti dialoghi, che sfiorano a volte il sentimentale o il kitsch amoroso, o ancora il gusto evidente per i colpi di scena e per l'orrore cinematografico, "visibile'', la troppo schematica suddivisione in buoni e cattivi e la rapida trasformazione psichica dei protagonisti nel momento decisivo, uno scioglimento rimandato all'infinito e poi raggiunto con imbarazzante facilità alleggeriscono non poco il peso specifico del libro. Che poi Kohout tenti di trasfigurare la sua vicenda criminalistica riallacciandola a temi impegnativi come l'odsun (la cacciata di gran parte dei tedeschi dalle terre ceche successiva alla sconfitta del Reich), la successiva caduta della Repubblica Cecoslovacca in un regime stalinista, o addirittura la metafisica e sfuggente analisi della "cattiveria'' del popolo tedesco durante il nazismo conduce in parte l'autore (ed il lettore) ad ulteriori impasse logici.
Come in un discreto film da sabato sera, la narrazione si dipana agevolmente senza scossoni e soprattutto senza rischi interpretativi. Ed è forse proprio questo il punto dolente, Kohout non lascia nulla al caso, non rischia mai di lasciare il suo lettore senza l'attesa esplicazione di moventi, turbe psichiche, slanci emotivi, si perde in prolissi flashback che permettono un inquadramento fin troppo univoco nel casellario dei tipi psicologici e degli stereotipi narrativi: una eccessiva presenza materna trasforma un poveraccio in un assassino di "puttane'', una tremenda tragedia familiare spinge il duro investigatore tedesco alla ricerca del grande amore e al rifiuto del nazismo, un colpo altrettanto duro trasforma il puro ed ingenuo Morava in un perfetto, gelido segugio, il tutto condito dalle prevedibili angherie dei nazisti e dalla sostanziale bontà dei personaggi cechi, che diventano negativi solo nel caso che siano psichicamente deviati o esasperati dall'odio per gli invasori.
Va tuttavia riconosciuto che tutto ciò è in realtà raccontato con una interessante alternanza di focalizzazioni (che rischia però di diventare anch'essa schematica e prevedibile), con begli spunti di discorso interiore e non senza avvincere (almeno per le prime centinaia di pagine) un lettore che pretenda solo di essere intrattenuto con una vicenda complicata quanto basta, ma che non gli faccia doler troppo la testa. Kohout qui sembra non riconoscere diritto di cittadinanza al non-detto, al suggerito, all'ellissi, alla doppia possibilità interpretativa, all'intervento ispirato del lettore: sembra dire "B è causato da A, a questo segue naturalmente quello, così ho scritto, e così, mio caro lettore, devi capirla''. Sintomatico di questo approccio è il trattamento della figura-chiave, quella dell'assassino, il cui passato traumatico l'autore si premura di spiegarci fin nei minimi particolari e ripetutamente, come avviene nei film d'azione in cui balenano dei flashback esplicativi che rammentino allo spettatore assopito chi sia il dato personaggio o cosa lo abbia portato a trovarsi lì nel dato momento.
E proprio quando magari stiamo per riconsiderare in positivo il nostro giudizio complessivo sull'opera perché se ne apprezza l'alternanza virtuosa nella gestione dei gruppi di personaggi, o la riuscita commistione di sfondo storico e vicende private spuntano frasi {\em cheap} come quella del tedesco "convertito'' Buback: "Sempre che un individuo possa porgere le scuse a nome di un intero popolo, ecco le mie'', quello stesso Buback che, illuminato (con ritardo) sulla via di Damasco "reprimeva la propria identità di tedesco a vantaggio della propria identità di essere umano'', o la straziante confessione della sua amante: "Questo è successo: tu col tuo sesso mi hai toccato l'anima''. Sono frasi massimaliste, momenti in cui l'autore vuole strafare, cadute di stile che, nel loro voler essere segno di una veduta ampia e non preconcetta (verso i tedeschi, non tutti "cattivi'') o dimostrazione della forza rigenerante di sesso e amore purtroppo suonano come rubate alla letteratura d'appendice.
Confessiamo in chiusura di non essere affatto esperti dell'opera di Pavel Kohout; è certo però che (per tornare alle contrapposizioni cui accennavamo sopra) lo spessore di un grande romanziere che domina il genere o lo trascende, di un autore non pacificato, si misura anche per quello che riesce a tenere nascosto al suo pubblico, per le domande che lascia senza risposta, per gli stimoli di ricerca e connessione fra le parti che la struttura-romanzo dovrebbe lasciare nel campo del potenziale, e non sminuire costringendoli nella feriale chiarezza del realizzato.

 
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