M. Viewegh
Il caso dell’infedele Klára
traduzione di A. Catalano, Instar libri, Torino 2005
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 486-488
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Vi è mai capitato di vedere un film in cui la parte più intrigante ed esteticamente più riuscita fosse… un episodio tratto da un altro film? Un inserto rubato a un’altra storia e infilato per montaggio nella trama principale? O di fare un viaggio in cui una deviazione occasionale superasse per interesse la meta agognata? Tipo: vado in auto a Roma e mi perdo dalle parti di San Galgano (direte: facile, non c’è confronto…). O di partecipare a una conferenza in cui l’episodio più succoso fosse la citazione di un passaggio preso in prestito da un altro autore? Tipo: un politico che cita il discorso di un suo avversario o che chiama in causa, che so io, Pascal o Socrate? (Direte: facile, non c’era confronto…). Andate a teatro: entra un personaggio secondario e vi rapisce con un aneddoto di tre minuti che vi porterete nel cuore con più gioia che la pièce intera.
O per finire, avete mai letto un romanzo in cui un breve racconto fatto da un personaggio superasse per concisione, tensione e fascino narrativi tutto il testo che gli sta “intorno”? Intendo: fino quasi a usurpare l’attenzione del lettore, a rubare la scena alla cornice del testo in cui si trova? È un procedimento nient’affatto nuovo e in certi casi (come in questo scaltro romanzo di Michal Viewegh) riesce ad avere un paradossale doppio effetto di “lumeggiamento”: mettere in ombra il contesto di cui dovrebbe essere solo un misero spezzone occasionale, ma anche gettare luce sul racconto-padre, quello all’interno del quale è stato, per volontà del narratore in vena di scherzi, partorito, aperto, chiuso e gettato via.
Beh, a me è appena successo con questo curioso e “piacevolmente” irritante Il caso dell’infedele Klára. A un certo punto uno dei protagonisti, Norbert Černý, che di mestiere fa lo “scrittore famoso”, declama a una lettura pubblica un suo raccontino su un caso di gelosia morbosa, dal titolo “La sauna”. Ebbene, questo tipico “racconto nel racconto” è pressoché perfetto. Si snoda per una decina di pagine, non ha fronzoli, ha un crescendo scaltro e un personaggio che da solo regge il gioco; in più ha un finale aperto ed è chiaramente auto-ironico. Al quadrato. Sì, perché lo “scrittore famoso” Norbert con questa sua operina prende in giro se stesso, quarantenne fobicamente geloso della giovane studentessa che ama e che fa pedinare, ma allo steso tempo lo stesso Michal Viewegh prende in fondo a pernacchie se stesso; è questa sua infatti una parodia smitizzante dell’autore di successo che funziona doppiamente, in una mise en abyme efficace quanto primitiva.
Perché, ci si chiede, questo gioco spudorato e aperto sui cliché dell’autore “commerciale”? Viewegh è senza dubbio un autore di successo. Viewegh è, almeno in patria, un autore famoso. Viewegh è un autore tradotto in “dodici lingue”, come dice una delle sue ipostasi autobiografiche, mentre si masturba al telefono. Ergo: Viewegh è un autore commerciale? Il suo è un caso strano: riesce a essere leggibile e “non-impegnativo” pur usando dei procedimenti non proprio elementari. Questo Caso dell’infedele Klára non è una semplice vicenda di pedinamenti e di adulteri, veri o sospettati: è una struttura postmoderna costruita su una storia di genere. Potremmo esagerare e semplificare rozzamente: è un testo di “sperimentazione” scritto attorno a una storia di corna. Viewegh cita, menziona, si riferisce ai classici (Salinger, Graham Greene, Kundera, Coleridge… Stephen King) o a se stesso, si prende in giro e ci prende per il naso. Accenna perfino un paio di colpi da saccente teorico: “sarebbe stupido se l’autore cercasse di convincere il lettore che i suoi personaggi sono realmente esistiti” (p. 3), o ancora: “la paradossalità del comportamento dei personaggi è una delle grandi scoperte del romanzo” (p. 85).
E il resto del libro di cui stiamo parlando? Sembra diviso in due: prima e dopo “La sauna” (come a dire prima e dopo la “purificazione” dalle scorie letterarie). Un libro “di genere”. Un giallo poliziesco? Se vogliamo un inseguimento perpetrato di nascosto alle spalle di uno scrittore, Viewegh stesso, che si pedina per vedere quanto seriamente riesce a prendersi in giro. Un tentativo simpatico di meta-narrazione che, purtroppo però si inceppa a metà. Un paio di personaggi che si ribellano alla figura dello scrittore… o uno scrittore che si ribella alla sua figura di “cosiddetto scrittore famoso”?
Michal Viewegh è uno dei pochi scrittori cechi tradotti quasi in contemporanea (prima da Mondadori: chi non l’ha letto vada a recuperare Quei favolosi anni da cani) ora da Instar libri. È una figura anche troppo presente e conosciuta in patria, che, al di là di un indiscutibile valore di narratore ironico e brillante, ha attirato l’attenzione della scena artistica per le sue polemiche senza peli sulla lingua con i critici letterari o per le presenze sui mezzi di comunicazione. Oltre a romanzi e racconti Viewegh è autore di parodie e considerazioni filosofiche e letterarie (leggasi “feuilleton”), che sanno sempre un po’ di sociologico, senza mai diventare pesanti trattati scientifici. Qualcuno in patria gliene ha fatto una colpa, come è una “colpa” che dai tuoi libri traggano tre film di successo, o delitto ancor più grave, che i tuoi libri vendano e siano letti pur non portando la firma di Kundera o Hrabal. Ma, e qualcuno se n’è accorto, dietro la superficie di un Viewegh abile e facile affabulatore c’è anche un tentativo di conciliazione fra istanze letterarie alte e il legittimo desiderio di essere letti.
Dire dunque che questo Il caso dell’infedele Klára sia semplicemente il suo tentativo di fare un giallo è riduttivo. Sì, è vero: c’è un detective privato, c’è il sospetto di un’infedeltà, ci sono appostamenti, bugie, considerazioni peregrine che fanno tanto cliché della detective story. Ma il “classico” disilluso investigatore cinquantenne, le “classiche” emancipate donne praghesi e le “classiche” figure dell’intellettuale avanti con l’età e della sua giovane fiamma non si inscrivono poi in una trama “classica”. Che Viewegh flirti con il postmoderno non è una novità, che (come si è scritto sopra) faccia di citazione e plagio due compagni di viaggio con cui ci accompagna volentieri a braccetto non è neanche questo un segreto. Qui la capacità di intessere una trama che esige il “classico” scioglimento va di pari passo con il suo tentativo (riuscito a metà) di nascondere e poi far emergere un di più, che elevi il suo libro dalla media. Viewegh ci riesce in parte, non solo perché il lettore di oggi (soprattutto quello ceco, per noi il discorso è un po’ diverso) lo conosce già e ha imparato a giocare con le sue creazioni, ma anche perché forse anche lui a un certo punto si stanca dei suoi giochi al gatto e al topo col lettore e decide di mettere le carte in tavola. Gli rimane un ultimo colpo di coda, da postmoderno metanarrativo autoreferenziale (il che non va inteso come una critica): al lettore rimane un dubbio di fondo, per non esser riuscito a capire se si tratta di alta letteratura, che si camuffa da scorrevole testo di genere, o di una detective story, che prova timidamente a farsi teoria del romanzo.
Consigliamo in ogni caso di decidere da soli, smontando il libro e rimontandolo secondo la ricetta seguente: leggete il racconto La sauna (pp. 67-78). Se vi piace (e vi piacerà) cominciate dall’inizio. Poi salpate “purificati” e senza pregiudizi: il giro di boa è a pagina 97. Buon viaggio…

 
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