L'immaginazione
2001 (XVIII), 179 [Fascicolo monografico dedicato alla letteratura ceca a cura di A. Catalano];
L'immaginazione
2004 (XXI), 208 [Fascicolo monografico dedicato alla recente narrativa ceca a cura di Idem]
(Recensione di Massimo Tria)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 264-265
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero [545 Kb]
La letteratura ceca, questa sconosciuta... Indubbiamente in Italia non si traduce molto di letteratura ceca. Di conseguenza poca se ne legge. E sentiamo già le voci ghignanti dei lettori, scattanti e tese a ricordarci che nel nostro paese ci sono problemi ben maggiori… Concordiamo.
Ciò nonostante, il “problema” succitato sarebbe trascurabile solo nel caso che non esistesse una letteratura ceca. Visto che qualcosa da dire i nostri neo-coinquilini europei ce l’hanno, sarà forse il caso di ascoltarli? Lo stesso discorso a nostro avviso vale per la letteratura polacca contemporanea o per alcune letterature della ex-Jugoslavia o degli stati e staterelli post-sovietici. La letteratura c’è, questi paesi sono a noi più vicini di altri per tradizioni e interessi geopolitici, ma al momento in cui scriviamo in testa alle classifiche ci sono non uno, bensì due romanzi di uno stesso autore. Inutile ricordare da quale esportatore di massa di “cultura” egli provenga. E poi “autore?”, “romanzi”? Che il lettore italiano (chi scrive si addossa per primo questa colpa) sia pigro e tv-centrico è triste realtà. Ma che sia così pecorone da assestarsi beato sulla linea Maginot gastro-erotico-esoterica della letteratura mordi-e-fuggi (e vomita) non ci lascia tranquilli. Se i pochi italici lettori attivi che si avventurano in libreria si accattano biografie di modelle e faraoni egizi, ricettari di monache e cuochi bavosi o pastoni antistorici a stelle e strisce, uno dei modi più “sicuri” perché acquistino qualcosa d’altro è per sbaglio.
Crediamo che la situazione accennata in queste righe non sia casuale, ma senza voler sproloquiare sulla potenza politica e di immagine di certi paesi o sulla maggiore accessibilità al nostro mercato di testi in inglese o spagnolo, non possiamo che condividere un’opinione estrema espressa da Alessandro Catalano nell’introduzione alla prima antologia di scrittori cechi da lui curata per la rivista L’immaginazione: “un libro scritto in ceco è di fatto un libro morto”.
Ma appunto a dimostrare che è presto per un funerale e che, nonostante le ben più urgenti questioni quotidiane del nostro paese, la letteratura ceca esiste, ci sono due agili fascicoli della rivista edita dal leccese Piero Manni: il numero 179, uscito nell’estate del 2001 e il più recente 208 (settembre 2004), che per comodità recensiamo congiuntamente. Qual è l’impressione che deriva dai racconti, estratti di romanzi, poesie della trentina di autori rappresentati? Una sana e promettente varietà, prima di tutto: una gamma di voci che non si sono esaurite negli ultimi decenni e offrono dunque uno speranzoso ponte fra i grandi dei Sessanta e i nuovi talenti. Sia il primo che il secondo dei volumetti mischiano volontariamente classici degli anni d’oro con autori giovani (ma mancano ancora i giovanissimi), uniscono autori già in diverse misure tradotti in italiano a possibili novità sulle quali gli editori del Belpaese potrebbero scommettere (invece che sul 53). E se sono presenti l’imprescindibile Hrabal, ancora fresco di santificazione nell’ottimo Meridiano del 2003, o uno dei pochi autori della generazione media già rintracciabile sugli scaffali delle nostre librerie (l’interessante e combattivo Michal Viewegh), si fanno evidenti alcuni paradossi non trascurabili, che pensiamo si debbano e si possano risolvere al più tardi nel prossimo lustro. Parliamo di piacevoli, a volte profondi, comunque “esportabili” quarantenni o giù di lì, quali Jáchym Topol e Miloš Urban, o addirittura del sessantenne “postmodernista” Jiří Kratochvil, che se proprio di postmoderno slavo dobbiamo morire, meriterebbe almeno la versione di qualche racconto nell’idioma di Dante.
Ma se per i primi due romanzieri, l’Urban che ragiona in modo audace sulla cultura boema (si legga l’estratto dalle Sette chiese, nel fascicolo numero 179, pp. 3-6) o “l’underground” Topol (Ho fatto un sogno, 179, pp. 6-7) siamo ancora in zona Cesarini per una scoperta sincronica, rimane uno degli enigmi della trasmissione interculturale l’unico racconto disponibile in italiano fino a pochi anni fa di Arnošt Lustig, classico a tutti gli effetti del periodo d’oro della cultura ceca dei Sessanta, qui presente con Il bianco (208, pp. 20-24). All’assenza sui nostri scaffali dei tre o quattro autori testé citati a nostro modestissimo parere si dovrebbe porre rimedio. Paradossalmente, non motiveremo questo nostro invito a forza di elogi letterari (sebbene la qualità dei loro testi ci sia, eccome), ma anche sulla base di una più dignitosa conoscenza dei paesi con cui avremo a che fare nei prossimi anni in modo ormai organico e regolare. Come osservato ancora nell’introduzione alla seconda antologia, la Repubblica ceca è un paese noto all’italico cittadino più che altro per calciatori e modelle. Beh, se l’italiota medio si è accorto dell’esistenza di un paese di decine di milioni di abitanti come l’Ucraina grazie a un Pallone d’oro (en passant: esiste pure una ricca letteratura ucraina), era comprensibile che una “città dell’est” come Praga (molto più vicina di quanto non si pensi, e meno “a oriente”, per esempio, di Taranto) dovesse venire scoperta per i meriti delle Tette d’oro del Wonderbra. Siamo qui a ricordare invece che in quel paesino si legge ancora molto, e si scrive, e cose diverse pure.
Anche per noi è una scoperta, per esempio, la varietà di voci della letteratura femminile: si va dalle poesie filosofiche di Sylvie Richterová, che gioca con le parole e i loro significati e che la sua profondità l’ha dimostrata anche nei suoi saggi e nel suo romanzo Topografia (tradotto in italiano nell’86) alla crudezza di vite femminili sprecate di Lenka Hašková (bello il suo racconto Una giornata è fatta di 360 badilate, 208, pp. 42-44), o alla scrittura dotta di Daniela Hodrová, o ancora a Milada Součková, accostata nelle note alla più famosa russa Nina Berberova.
Vero, è difficile farsi un’idea anche minimamente attendibile di un dato autore finora sconosciuto leggendone solo quattro pagine di estratto, ma la scelta delle “esche” che dovrebbero invogliare il lettore e (soprattutto) l’editore italiano medio ci sembra azzeccata: si veda il “racconto storico libero” di Patrik Ouředník, che nella sua Europeana. Breve storia del ventesimo secolo riesce a compattare sarcasticamente in poche pagine qualche decennio di vicende continentali (208, pp. 4-10), o l’estratto da Viewegh (La sauna, 208, pp. 25-29) che incuriosisce sul senso complessivo della storia da cui è tratto, o ancora la letteratura alta dei classici Weil (Verde e rosso, 179, pp. 24-25), Hrabal, Lustig, Klíma cui bastano davvero tre pagine per invogliare un portatore di encefalogramma non piatto a leggere le rispettive opere nella loro integrità.
Ora, leninianamente: “che fare?”. Innanzitutto ordinare questi fascicoli dal modico prezzo e di perfetta digeribilità all’editore (per informazioni si consultino le pagine < www.esamizdat.it/tribu/limmaginazione1.htm> e <www.esamizdat.it/tribu/limmaginazione2.htm>), poi scegliere i tre-quattro autori preferiti e andarli a cercare nelle librerie. Sono due passi facili facili per avere Praga ancora più vicina. Chissà che poi non si incontrino Nedvěd o la Hercigová a cena: almeno avrete di che parlare… Altrimenti no: parlateci di Leonardo da Vinci.



 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli