«Dall’Impero del male alla Repubblica della banane del male. La storia della Russia attraverso Omon Ra, Babylon e Il nono sogno di Vera Pavlovna di Viktor Pelevin»
(Recensione di Michele Tosolini)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 488-491
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Lo stile è quello di Sergey Shnurov, che da Mtv intona le canzoni dei Leningrad. Più fedeli alla montatura 80s, sopraggiunta in Russia con dieci anni di ritardo, gli occhiali da sole di Viktor Pelevin favoriscono un autore dagli atteggiamenti pubblici anti-pop. Eppure Pelevin è considerato il cronista indiscusso del trapasso dell’Urss alla Russia d’oggi. Tutta la sua produzione letteraria parla del viaggio della sua nazione dalla vigilia della rivoluzione all’Unione sovietica, dalla perestrojka al successivo colpo di stato, alla successiva democratizzazione, all’era Putin.
Il suo primo romanzo sembra consacrarlo proprio a cantore della Russia e dei suoi cambiamenti, Omon Ra è tanto l’ultimo romanzo sovietico, quanto abbastanza distante dalla storia sovietica per poterla raccontare da un punto di vista esterno e disincantato. Dall’avventura spaziale di Omon ai viaggi acidi e catodici della “generazione pepsi”, la produzione peleviniana ricorda il grande affresco gogoliano dipinto nelle peregrinazioni del protagonista delle Anime morte di Gogol', Čičikov. Tuttavia “le cronache pelevinane – afferma Mauro Martini – non si limitano alla satira grottesca dell’esistente” (M. Martini, L’utopia spodestata, Torino 2005, p. 74). Il racconto della Russia non si limita alla semplice messa a nudo dell’insensatezza del progetto dell’Urss, dei peccatucci della rivoluzione o degli effetti collaterali della perestrojka; Pelevin analizza le realtà con il distacco ascetico di chi conosce o intuisce il disegno di fondo. Oltre il piano diegetico, di indubbia soddisfazione per il lettore, la considerazione peleviniana si rivolge a un principio che muove la storia; in proposito la Dialettica del periodo di transizione da nessun luogo a nessun luogo [V. Pelevin, DPP(NN). Dialektika Perechodnogo Perioda (iz Niotkuda v Nikuda), Moskva 2003 (tr. it. La freccia gialla, Milano 2005)], “dà piena ed esauriente formulazione a un caposaldo di ogni immaginazione che si voglia coerentemente progressiva con un punto d’inizio e una conclusione predeterminata” (M. Martini, L’utopia spodestata, op. cit., p. 74). La costruzione letteraria de Il mignolo di Buddha [V. Pelevin, Čapàev i Pustotà, 1996 (tr. it. Il mignolo di Buddha, Milano, 2001)] lavora incessantemente sullo scambio temporale e geografico, da un manicomio moscovita degli anni Novanta ai primi anni della rivoluzione russa. Le vicende in Babylon [V. Pelevin, Generation π, 1999 (tr. it. Babylon, Milano 2000)] e Omon Ra [V. Pelevin, Omon Ra, 1992 (tr. it. Omon Ra, Milano 1999)] prendono vita dal passaggio dei protagonisti da uno stato di coscienza a un altro e nella narrazione la metafora del viaggio di coscienza frantuma ogni identità predefinita, come quello spaziale e temporale spezza ogni legge lineare di realtà.
I. L’impero del male: la Russia sovietica e il lato oscuro della luna
Omon Ra è l’ultimo romanzo scritto nell’Unione sovietica. La caduta dell’Urss trova nelle righe di questo libro una motivazione storica e una giustificazione al crollo del suo sistema sociale. Omon Krizomazov – il protagonista – sogna di andare sulla luna. L’Unione sovietica sogna di andare sulla luna. Sono gli anni della guerra fredda, in cui la Russia trova nelle canzoni popolari e militaresche i propri Pink Floyd, negli eroi del socialismo le sue star hollywoodiane, e nella luna l’obiettivo per vincere gli Usa nella corsa alla tecnologia.
La convinzione alla base del progetto sovietico è il movimento dialettico del Tutto. La necessità di questi aspetti dinamici porterà il comunismo a trionfare. La guerra con gli Stati uniti si misura in tecnologia e proprio lo sbarco sovietico sulla luna per conquistarne il lato oscuro determinerà la vittoria del socialismo sul capitalismo, innescando una rivoluzione comunista non soltanto “internazionale”, ma “interplanetaria”. Il primo passo è inviare un cosmonauta sulla luna, come già hanno fatto gli americani piantando la loro bandiera sul lato visibile. L’Urss, per mano di Omon Krizomazov, istallerà sul Dark side of the moon un’antenna che propagherà un segnale radio nello spazio: Lenin. Urss. Pace.
Il sogno di Omon Krizomazov fanciullo, la luna, rimarrà sempre una meta effimera. Sul triciclo lunare ritroverà se stesso bambino che con la sua bicicletta esplorava un mondo fatto di foreste, spiagge e falò. Il bambino che diceva di voler diventare da grande un astronauta, diceva semplicemente di voler diventare grande. L’Unione sovietica si rivolge alla luna, sperando nella rivoluzione cosmica, ma con questo dice soprattutto di voler velocizzare la vittoria dialettica del socialismo marxista. Nel romanzo viene spiegata la teoria marxista delle cinque lune: “la terra aveva cinque lune, ed è per questo che il simbolo della nostra nazione ha cinque punte. La caduta di ciascuna luna si accompagnò a rivolgimenti e catastrofi sociali […] Le grandi catastrofi non influenzano il livello di sviluppo delle forze produttive […] ma favoriscono la formazione dei presupposti soggettivi della rivoluzione. La caduta della luna attuale, la luna numero cinque, ultima superstite, deve portare alla vittoria assoluta del comunismo in tutto il sistema solare” (V. Pelevin, Omon Ra, op. cit., pp. 80-81). In virtù di questa teoria il sogno sovietico della luna è l’avvento (quasi messianico) della rivoluzione cosmica e il raggiungimento della luna è considerato la strada per lo scopo rivoluzionario, in attesa del compimento della profezia.
La teoria della “rivoluzione in un solo paese”, imperante dopo gli anni ‘50, sembra scansata da una filosofia più autentica che rivaluta la dialettica marxiana, recuperando così una versione dinamica della storia sociale. La persuasione di ciò è il leitmotiv del romanzo, e, sebbene Pelevin non consideri la coscienza umana come prodotto della realtà (sociale), la dialettica viene considerata una delle vie reali per la produzione della realtà.
La critica di costume passa in secondo piano rispetto all’esigenza peleviniana di esprimere una concezione ben più costruttiva. L’ironia dell’autore mostra come la Russia sovietica insegua il mito dell’automatismo tecnologico – immagine tecnica del movimento dialettico della realtà sociale – perdendosi nell’arretratezza della tecnologia spaziale made in Urss. Il modulo lunare su cui Omon esplora la “falda Lenin” della luna, oltre ad avere problemi di energia elettrica, manca completamente di retromarcia, essendo costruito sul modello delle vecchie biciclette sovietiche. La concezione del progresso dialettico viene così tradita e la critica alla staticità del modello sociale investe non già l’occidente, ma la letargica transizione in cui la storia dell’Urss si è arenata. Il dito accusatore di Pelevin si scaglia sull’impotenza del sistema sovietico e sulla risibilità del suo progetto (sociale in primis). La dialettica del progetto dell’Urss è fatta di parole pronunciate da chi ha i piedi immobili completamente coperti dal fango.
II. L’odore della perestrojka
I cambiamenti dell’Unione sovietica dell’epoca della perestrojka vengono descritti nel racconto “Il nono sogno di Vera Pavlovna” [contenuto in V. Pelevin, Problema vervolka v srednej polose, 1994 (tr. it. Un problema di lupi mannari nella Russia centrale, Milano, 2000)]. La struttura di questa breve composizione riflette la struttura dei romanzi più complessi di Viktor Pelevin. L’autore affronta tematiche a lui care: gli epocali cambiamenti della sua nazione, qui, investono la microsituazione lavorativa di un’addetta alla pulizia dei gabinetti pubblici. La perestrojka irrompe nella vita di Vera Pavlovna in molteplici vie. Tutte le mutazioni, dall’ambiente esterno, all’individualità della protagonista, ai rapporti interpersonali sono lo specchio di quelle nazionali. La ridefinizione politica del paese nell’epoca di Gorbačev e le riforme economico-sociali nei gabinetti pubblici di via Tverskaja si manifestano simultaneamente in molteplici direzioni: “i clienti cominciarono a starsene seduti sulla tazza più a lungo, rimandando il momento di separarsi dalla nuova audacia che trovavano nei brandelli del giornale” (Ivi, p. 47); “Vera apprese che ormai lavorava in una cooperativa. I suoi compiti rimasero più o meno quelli di prima, ma ogni cosa intorno a lei cambiò vistosamente” (Ivi, p. 53). La perestrojka porta alla direzione dei servizi pubblici un nuovo padrone (la società che gestisce tutte le latrine di Mosca), carta igienica frusciante, un nuovo ripostiglio, saponette, cassette per asciugamani, tende all’entrata e un quadro sulla parete all’ingresso. A Vera Pavlovna vengono assegnati un aumento di cento rubli al mese e una nuova divisa da lavoro.
La vicenda acquista un tratto grottesco: le monete nei piattini che tintinnano vengono paragonate a escrementi. Il grande vento di innovazione, che inarrestabile porterà in seguito a mutare i gabinetti pubblici in un negozio di articoli usati, è tanto una presa di coscienza per Vera, quanto la consapevolezza di uno sprofondare della realtà. La perestrojka cambia la realtà, cambia l’individualità di Vera – tutto il racconto si gioca sulla rappresentazione quasi solipsistica della realtà da parte di un individuo – e cambiano i rapporti interpersonali con clienti e colleghe di lavoro. Il vento nuovo che soffia in Russia sembra portare con sé l’odore che mai prima Vera aveva sentito nei gabinetti pubblici: “tutto si sarebbe rivelato meraviglioso se non fosse per una stranezza – all’inizio la si notava a stento, sembrava quasi un’allucinazione” (Ivi, p. 58). Il fetore di gabinetto che Vera sente si protrae, aumentando, anche quando alle latrine si sostituisce il negozio. Tutto piano piano sembra, agli occhi di Vera, trasformarsi in merda, i vestiti dei clienti, i prodotti del negozio, la stessa Tverskaja diventa un “fetido torrente marrone scuro, che sciabordava già contro le finestre dei secondi e terzi piani” (Ivi, p. 67).
Il lento trasformarsi del tutto in escrementi rispecchia il lento impazzire di Vera – un punto di riferimento possibile potrebbe essere ancora una volta Gogol’, o il protagonista del Sosia di Dostoevskij Goljadkin – ma anche la sua graduale presa di coscienza del cambiamento. Il racconto sposta l’attenzione del lettore verso un ambiente sempre più ampio, il gabinetto pubblico, via Tverskaja, Mosca, la Russia (Ivi, pp. 67-70). Pelevin descrive una sorta di fenomenologia delle mutazioni psichiche della protagonista che ci permettono di non trovare più distinzione tra la realtà e la realtà rappresentata di Vera. Tutto assume le tinte fecali di chi, come si legge dalle prime pagine, conosce il mistero dell’esistenza.
Il tema della realtà e della sua rappresentazione individuale rinvia tanto al tema della coscienza (caro a Pelevin), quanto alle tematiche del cambiamento. La dialettica tra realtà sociale e coscienza individuale acquista così un valore privilegiato, “siamo noi a creare il mondo circostante e chi troviamo in una latrina per la nostra stessa anima” (Ivi, pp. 58-59). L’odore viene quindi considerato un’esteriorizzazione dell’anima individuale e significativo è che tutte le modificazioni della realtà sociale successive all’avvento della puzza non eliminino ma accrescano questa esperienza olfattiva, rendendola materiale. Una volta faccia a faccia con il mistero dell’esistenza l’incognita urlata da Vera Pavlovna richiama a una necessità pratica. Che fare?, Viktor Pelevin richiama Černyševskij, ma al lettore sembra più indirizzato verso Lenin.
III. I simulacri dell’inconscio collettivo
La situazione russa [raccontata in Babylon è quella di uno stato non dislocato, senza una sua collocazione politica, culturale e sociale precisa. La situazione politica prevede che ci siano tre candidati al trono della nuova democrazia: un candidato orale, uno anale e un candidato dislocatorio. Quest’ultimo è necessario data l’impossibilità russa di avere una situazione di bipolarismo all’americana. Dall’America si copia tutto, ma la Russia non è pronta ai modelli di vita, ai consumi, ai marchi e al linguaggio pubblicitario occidentale. Il passaggio dal socialismo (l’individuo è zero, il collettivo è tutto) al libero mercato (l’immagine è zero, la sete è tutto) stravolge la vita del protagonista Vavilen Tatarskij, che, lanciato nel mercato libero, è un copyrighter (V. Pelevin, Generation π, op. cit., p. 132). Il suo compito è quello di codificare i prodotti americani, tradurre le marche, imporre i consumi del capitalismo, far accettare i modelli di vita occidentali al popolo russo. Il romanzo si snoda attorno all’idea che la Russia post-comunista appena entrata nell’economia di mercato, non possa uscire dal capitalismo primitivo. Il lavoro di copyrighter di Vavilen si tramuterà nel suo opposto; dalla propaganda per le masse alla necessità di “fottere il cervello del committente”. La critica ai nuovi personaggi che popolano la Russia in Babylon si sposta dalla schiera borghese della classe media (attaccata e spietatamente analizzata nel Mignolo di Buddha), alla nuova classe media dei “futuri putiniani” (imprenditori, criminali, agenti per la sicurezza dello stato), idealisti improvvisati del post-socialismo (si veda l’analisi di Dialettica del periodo di transizione da nessun luogo a nessun luogo proposta da M. Martini, L’utopia spodestata, op. cit. pp. 72-78).
La considerazione di Pelevin richiama alla riconciliazione con la Grande via e l’alienazione dell’uomo assoggettato dalla realtà occidentale. Il compito del protagonista si fa etico; in un tempo fisico immobile e innanzi alla stagnazione della realtà, Vavilen Tatarkij elabora nuovi concept pubblicitari filtrando non solo il linguaggio occidentale, ma riposizionando significati nei nuovi slogan. Vavilen viaggia in un tempo interiore in cammino verso passati gloriosi cui sottrarre i simulacri. In questo, si crea una nuova coscienza sociale nella quale, sotto le serrate leggi del marketing, si ripone l’identità culturale del paese, attaccato dalla feroce logica occidentale del profitto.

 
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