«Avventure, amicizie e amori di un eterno adolescente»
E.V. Limonov
Eddy-baby ti amo
traduzione di M. Falcucci, Salani Editore, Milano 2005;
E.V. Limonov
Libro dell’acqua
traduzione di M. Caramitti, ALET, Padova 2004
(Recensione di Marina Sorina)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 482-485
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Da quest’anno possiamo finalmente affermare che Eduard Limonov non è più uno sconosciuto in Italia. Decenni di ritardo sono stati recuperati nel giro di pochi anni. Della sua esistenza si sono accorti prima i giornalisti, che hanno dedicato vari articoli alle sue attività politiche, e ora anche l’editoria. Siamo ancora ben lontani dal poter leggere in italiano tutta l’opera di Limonov, che include decine di romanzi e centinaia di racconti, eppure i tre libri presenti sul mercato nazionale rappresentano bene i diversi periodi della sua cospicua produzione. Il primo dei tre romanzi che hanno segnato la scoperta dell’autore russo, Diario di un fallito, è stato recensito da Milly Berrone (eSamizdat 2004, 2, pp. 297-299), pertanto ci soffermiamo sui due libri restanti.
L’ultimo a essere pubblicato in Italia e il primo dei due libri a essere scritto è composto in un periodo di relativa calma, quando Limonov, già affermatosi come scrittore grazie al successo non facile di Eto ja, Edička, [Sono io, Edička, 1976], si trasferisce in Francia e rivolge lo sguardo al suo passato remoto. Nell’arco degli anni Ottanta crea una trilogia che descrive passo-passo la cronistoria della sua crescita, seguendo la tradizionale tripartizione tolstoiana: dell’adolescenza sceglie due giorni, il 7 e 8 novembre del 1958 (Podrostok Savenko [L’adolescente Savenko, 1983]), della gioventù un mese, l’agosto del 1967 (Molodoj negodiaj [Un giovane farabutto, 1986]), mentre l’infanzia dura di più e include gli anni dal 1947 al 1950 (U nas byla velikaja epocha, [Abbiamo avuto una grande epoca, 1988]). In questi libri, parlando di sé, dei suoi amici, della città di Char’kov e in particolare della vita di quartiere, Limonov crea un affresco ricco di dettagli, d’informazioni, d’annotazioni quasi antropologiche, che fissano su carta i modi di dire, i soprannomi, i vestiti e le pietanze che si consumavano in quegli anni in quell’angolo di Unione sovietica. Come afferma l’autore, “nei libri di questa trilogia è importante non tanto il protagonista stesso quanto il suo ambiente, il tempo, l’epoca”. Della trilogia possiamo ora leggere in italiano la parte dedicata all’adolescenza, tradotta da Matteo Falcucci per i tipi di Salani Editore con il titolo trasformato in Eddy-baby ti amo.
L’intera azione del libro si svolge nel giro di due giornate particolarmente intense, ma grazie alle continue digressioni e alla precisione realistica delle descrizioni ci restituisce una vivida e completa immagine della vita quotidiana di un sobborgo operaio come lo era, ed è ancora oggi, Saltovka. A distanza di trentacinque anni dagli eventi narrati, l’autore s’immedesima con se stesso quindicenne, un ragazzino che, per magia, acquista la capacità di parlarci, superando la distanza spazio-temporale, confidandoci tutti i suoi problemi. Primo su tutti: la mancanza di denaro che serve per portare a una festicciola la sua ragazza del momento. Questo è in realtà l’unico movente del protagonista, ma la ricerca del denaro presuppone sottili conversazioni diplomatiche con gli amici più abbienti, furti immaginati o realizzati, un amaro rancore verso i genitori, e infine un’improvvisata partecipazione a un concorso di poesia in piazza. Strada facendo, spostandosi da un punto vendita di alcolici all’altro, il ragazzino-narratore ci presenta i personaggi che incontra: nel loro mondo, le amicizie nascono dalle risse, dalle fughe, dai furti, per poi forgiarsi nella comune resistenza ai poliziotti e alla massa grigia degli operai, soprannominati “la tribù dei caproni”, a cui i giovani teppisti cercano di non assomigliare. Per distinguersi basta indossare un giubbotto giallo o passare una notte in gattabuia. In questo mondo saldamente gerarchico, dove ogni casa, ogni strada, ogni quartiere, sono rigidamente marcati, diventa ribellione anche il semplice atto di spostarsi dai quartieri di periferia in centro, e bastano poche fermate di tram per approdare in un mondo totalmente diverso.
Il mondo del dopoguerra sovietico, apparentemente basato sull’uguaglianza, è attraversato invece da una rete invisibile di demarcazioni sociali, che lega le persone e coordina l’interazione fra i gruppi. Il merito di Limonov sta proprio nel saper cogliere e riprodurre questo spirito. Scopriamo, ad esempio, che i ragazzi di Saltovka sono figli di operai, che il loro futuro è quello di sgobbare in fabbrica per pochi soldi e abitare in baracche condivise, mentre i loro coetanei che vivono al di là dello stagno sono figli di contadini che guadagnano bene coltivando gli ortaggi da vendere al mercato e hanno una casa con giardino. I due gruppi si rispettano, ma si tengono a distanza, mentre i ragazzi di due quartieri proletari ugualmente disagiati, Tjurenka e Ivanovka, mal si sopportano. Nel creare queste frontiere invisibili sono tanti i fattori che contano: l’etnia, l’estrazione sociale, l’alloggio occupato, la marca di sigarette fumate.
Ogni zona ha le proprie regole, i propri codici di comportamento, il proprio linguaggio. In traduzione è pressoché impossibile riprodurre questo slang, questo misto colorito e particolare di russo e ucraino, che già nei quartieri centrali della città non sarebbe compreso. Se Pasolini, da buon lungimirante, completava i suoi romanzi sui ragazzi di strada con un vocabolarietto dello slang romano, Limonov sceglie di spiegare l’origine e il significato di alcune parole gergali direttamente nel testo, in linea con il suo ruolo di guida, sempre pronta a spiegarci che cosa si nasconde dietro i singoli elementi della realtà riprodotta (siano essi oggetti, persone o modi di dire).
Se i quartieri confinanti sono percepiti come nemici o neutrali, tutti gli spazi esterni (sia i quartieri centrali, “puliti” della città, che le zone “comuni”, come la stazione centrale o il teatro) sono mitizzati, al pari delle città lontane come Vladivostok o Tallinn. Un ucraino che viene dal centro non è percepito come un uomo di Saltovka, così come non sono percepiti come uomini gli azeri che trafficano al mercato rionale.
Saltovka è in sostanza un villaggio inglobato dalla città in rapida espansione, e del villaggio conserva la visione comunitaria del mondo, basata sulla dicotomia noi/loro. A questo strato arcaico si sovrappone nel romanzo lo sguardo di un bambino solitario, perso fra libri e mappe, un bambino tenace che ricopia a mano i resoconti delle esplorazioni esotiche, sognando di evadere da quel mondo. Questi sogni sembrano futili a lui stesso, quando, all’età di undici anni, viene preso a botte da un coetaneo, ma, in futuro, i suoi compagni di classe rimarranno ad abitare a Saltovka, al massimo trasferendosi dalle baracche di compensato ai palazzoni di cemento, mentre il nostro autore ne farà di strada... Ancora oggi al mercatino di libri usati di Char’kov si trova qualche personaggio che afferma di aver conosciuto Edička, di aver bevuto e vissuto a suo fianco; e intanto ha tra le mani uno degli ultimi bestseller di Limonov e cerca di vendervelo a caro prezzo.
Questa duplicità di rozzezza e lirismo, dovuta all’essere “occhialuto” e “deboluccio” in mezzo a teppisti con il pugno o il coltello sempre pronto, lascia un segno su tutta la produzione migliore di Limonov, che risulta convincente proprio perché non è mai solo brutale: per quanto tenti di mettere la violenza al centro del testo, l’autore non può infatti fare a meno dei brani lirici. Così, in Eddy-baby troviamo ad esempio la descrizione di una festa di Pasqua passata a casa di un amico, un ricordo solare e felice di ospitalità contadina e di interazione con degli sconosciuti. Con loro si mangia, si beve, si balla senza pudori, e la descrizione di questa allegria richiama alla memoria la famosa danza di Nataša in Guerra e pace. Poco dopo segue però una brutalissima descrizione di violenza di gruppo, a cui lo stesso Eddy partecipa con entusiasmo. Il lettore, cullato dalla successione abbastanza omogenea di bevute, ricordi d’infanzia, arrabbiature con gli adulti e cotte per le coetanee, resta colpito da questa improvvisa esplosione violenta, dove le persone vengono ridotte in brandelli di carne tiepida per il capriccio di un capobanda assettato di avventure. Il passaggio potrebbe essere interpretato come un espediente inserito da Limonov per scioccare il lettore, se non fosse probabile che tali situazioni avvenissero davvero in quella città. I racconti di combattimenti a sangue fra quartieri rivali appartengono infatti alla memoria storica di chi è stato giovane a Char’kov fino almeno agli anni Sessanta. Nel non escludere dalla narrazione questo episodio l’autore resta dunque fedele all’obbligo di cronista oggettivo che si è assunto.
Il Libro dell’acqua, tradotto da Mario Caramitti per Alet Edizioni, appartiene a un periodo completamente diverso dell’opera dell’autore. Limonov si trova in prigione, come detenuto comune, ma con carta e penna in pugno. I suoi sostenitori sono fuori attendendo di ricevere una nuova porzione di manoscritto e gli editori sono pronti a pubblicare tutto quello che produrrà. Limonov coglie l’occasione di questa tregua per riordinare la propria memoria, ovvero gli aspetti che fino a quel momento non erano stati sfruttati. Come sempre, Limonov trova una struttura e poi riempie le caselle: in questo caso, sceglie un tema (l’acqua in tutte le sue forme) e sforna il Libro dell’acqua. Pozze, saune, piogge, laghi, fontane, fiumi, mari, oceani, offrono un vasto repertorio di storie nelle quali l’acqua a volte è solo un pretesto (“lo so che bisogna scrivere dell’Atlantico, ora ci arrivo”) per raccontare un aneddoto, una storia romantica o infame, per lodare o compromettere una persona, e, in ultima analisi, per fornire ulteriore materiale ai futuri studiosi della vita di Limonov. Non per caso spesso si rivolge al lettore con osservazioni che dovrebbero ricollegare un certo episodio narrato con un altro episodio menzionato nei suoi libri precedenti.
Privato della possibilità reale di spostarsi, Limonov viaggia ora con la mente, passando in rassegna città e continenti, da Char’kov a New York, dal Dnestr al Tevere, dal Mediterraneo al Pacifico. L’autore non lascia le briglie alla fantasia: anche in questo caso lui ha solo vissuto, con l’impegno di farlo sempre intensamente, e ora il semplice racconto dei suoi trascorsi basta per catturare l’attenzione del lettore. Non a caso la casa editrice ha inserito il libro nella collana autografie e nella copertina fa un uso massiccio di immagini d’archivio e dei volantini del partito, che fanno pensare a un strampalato album di famiglia. Peccato che fra la “Preghiera del Nazionalbolscevico” e i brani tratti dalla scheda di lettura, l’editore si lasci sfuggire un errore grave nella biografia dell’autore, quando veniamo informati che Limonov sarebbe nato in Ucraina, mentre lui stesso nel libro dice che “grazie al cielo almeno non ci sono nato, a Char’kov”. Sorprende anche la traduzione di uno degli slogan del Partito nazionalbolscevico, dove ублюдок [bastardo], diventa “puttana”, cambiando completamente il senso dello slogan. In ogni caso, non c’è dubbio che proprio per l’esuberanza di stimoli questa copertina piacerà a Limonov.
“Se vuoi fare l’eccentrico, bisogna andare fino in fondo”, dichiara infatti nel Libro dell’acqua. Una volta esaurito il repertorio delle eccentricità quotidiane (sesso, droga e crimini vari), Limonov arriva alla voglia di agire e influire direttamente sugli eventi tramite la politica. Raccontandoci varie facezie del passato non perde l’occasione di menzionare il suo partito e di sfoggiare le amicizie con i potenti o presunti tali, si tratti di guerriglieri serbi o di nostalgici della Repubblica sovietica di Transdnestr.
La politica viene infilata nelle pieghe della narrazione come la pubblicità in una rivista rispettabile, annacquandone la densità; ma è così il Limonov degli ultimi decenni. Si porta pazienza, si saltano le pagine e si va a vedere dove lo porterà il suo cuore ribelle...
Eddy-baby ti amo descrive il punto di partenza di questo lungo tragitto, Il libro dell’acqua ne traccia il seguito non lineare. Man mano che l’esperienza si accumula, l’elaborazione letteraria si assottiglia, per diventare infine quasi superflua. Esaurita la memoria, Limonov s’immerge nelle acque del “qui e ora”, preferendo sempre più l’azione alla descrizione della stessa. Ciò che lo mantiene nel novero degli scrittori contemporanei più prolifici sono l’inesauribile narcisismo e la necessità di guadagnarsi da vivere, ma il suo contributo alla storia della letteratura russa moderna è in ogni caso indiscutibile. E per il lettore italiano questo contributo è ancora tutto da scoprire e da gustare.

 
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