«Tradimento straordinario, ovvero l'autoritratto di una coscienza».
D.E. Galkovskij
Beskonečnyj tupik
Samizdat, Moskva 1998;
Utkoreč. Antologija sovetskoj poezii
Pskovskaja oblastnaja tipografija, Pskov 2002;
Propaganda
Pskovskaja oblastnaja tipografija, Pskov 2003;
Magnit
Pskovskaja oblastnaja tipografija, Pskov 2004;
(Recensione di Marina Sorina)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 248-252
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Quando si tratta di letteratura russa contemporanea, in Italia la selezione dei titoli tradotti è piuttosto casuale e priva di una direzione precisa: capita quindi di trovare in libreria un giovane alle prime armi, mentre sono assenti autori di primaria importanza. I criteri di scelta sono a volte basati sul contenuto "tipicamente russo" del libro, a volte su una radicale innovazione della forma, e spesso sono condizionati dal contatto diretto dei traduttori con gli autori o con i gruppi di cui essi fanno parte. A volte gli editori italiani propongono titoli che hanno avuto grande successo finanziario per i loro colleghi russi, ma che in Italia si trovano scontati e invenduti solo pochi anni dopo. La possibilità di essere notati e tradotti è ancora più scarsa per chi si schiera con un gruppo politico particolare, che è difficilmente riconducibile alla struttura politica italiana. Un caso del genere era rappresentato, fino a poco fa, da Eduard Limonov, rimasto nella zona d’ombra fra sinistra e destra estreme e oggi fortunatamente riscoperto dall’editoria per il suo indiscutibile valore letterario, unito alla volontà dell’autore di diffondere il suo “verbo” nel modo più ampio possibile.
Ma prendiamo invece il caso di uno scrittore meritevole eppure privo di questa “angoscia di influenzare” gli altri, estraneo a qualsiasi cerchia politica e letteraria, rifiutato dall’editoria, antipatico agli arbitri del gusto in grado di influenzare chi pubblica. Uno scrittore del genere molto probabilmente sfuggirebbe all’attenzione critica. E se invece fosse proprio lui l’anello di raccordo con la grande tradizione del romanzo russo, che sembra decisamente affievolirsi negli ultimi decenni, caratterizzati dalla frantumazione dei generi e dei linguaggi tradizionali?
Si dà il caso che in Russia un personaggio del genere esista e meriti un’analisi dettagliata. Per ora ci limitiamo a fornire solo alcuni cenni biografici e bibliografici che possano servire da premessa per una eventuale lettura approfondita, dando così voce a uno scrittore che difficilmente intraprenderebbe un'iniziativa del genere. Preferisce infatti che sia il lettore a cercarlo: a lui basta aver analizzato la propria persona nei propri testi.
Lo scrittore in questione si chiama Dmitrij Galkovskij, è nato nel 1960 e abita a Mosca (e fin qui nulla di strano). I sui primi vent’anni, descritti nel saggio autobiografico Tragičeskij racionalist [Un razionalista tragico, 1994], raccolgono tutte le brutture della stagnazione: la sua famiglia appartiene all’intelligencija, ma vive in un quartiere proletario, il che comporta, per un ragazzo goffo e assorto nei propri pensieri come Dmitrij, da parte dei compagni di classe continue vessazioni che vanno dalle percosse alle umiliazioni psicologiche. A contatto con questo ambiente si chiude sempre di più e si rifugia nel mondo delle letture. Nemmeno a casa c’è pace. Il padre beve e si ammala di tumore. Quando egli muore Dmitrij ha 17 anni e resta a vivere con la madre e la sorella che lo spingono a lasciare gli studi e a cominciare a lavorare. Finita la scuola, va in fabbrica, e poi, per evitare il servizio di leva, finge l’infermità mentale e per entrare all’Università Statale di Mosca è costretto a pagare una mazzetta. Entrambe le strategie sono assai diffuse nei primi anni Ottanta, ma non per questo meno opprimenti. Galkovskij studia filosofia, impregnata di dogmi marxisti-leninisti, con la serietà e la voglia di arrivare fino in fondo che lo spingono, ad esempio, a leggere e riassumere le Opere complete di V. Lenin. Finita l’università, Galkovskij avrebbe davanti la prospettiva (se dimentichiamo per un momento che quel mondo sta per crollare) di diventare un filosofo del regime, un piccolo funzionario ideologico.
È da questo momento che la sua diversità diventa palese. Nonostante le pronunciate capacità analitiche e l’indole mite, o forse proprio per questo, non riesce a trovare un lavoro adeguato. Il marchio di “psicoide schizofrenico” si ritorce contro di lui e la famiglia spinge a cercare guadagni: per arrotondare, Dmitrij vende letteratura spirituale e filosofica, copiata clandestinamente. Ma poi dice basta, e, nonostante le proteste della madre e della sorella, nel 1985 si chiude in casa. In soli tre anni scrive il suo romanzo principale, Beskonečnyj tupik [Un infinito vicolo cieco]. È un libro che impressiona sia per la mole (più di 700 pagine), sia per la complessa costruzione e l’ampiezza degli argomenti trattati. Come spesso accade alle opere di genio, il disegno iniziale è andato modificandosi man mano che l’opera cresceva. All’inizio esisteva un commento alla sua ricerca su Rozanov, autore per lui di primaria importanza, nonché suo diretto predecessore per quanto riguarda la scrittura “senza intreccio” (come l'ha definita Šklovskij). Questo primo nucleo, intitolato Un mondo arrotondato, si è poi pian piano arricchito di commenti di varia lunghezza, che, giunti a 949, sono diventati un corpo di testo a sé stante. Galkovskij ha quindi estratto il saggio originale dai commenti e in questo modo ha creato un romanzo densissimo, basato in sostanza su un’assenza: l'assenza del testo a cui si riferisce, l'assenza del mondo che cerca di narrare, l'assenza di un vero interlocutore, l'assenza di un padre. La forza che tiene insieme questi frammenti è la personalità dell’autore, che riesce a farne un testo unitario, coerente, scritto con un linguaggio concreto e sereno, in netto contrasto con le circostanze reali in cui è stato scritto.
Un infinito vicolo cieco unisce i registri narrativo, biografico, filosofico, storico e polemico in brani dove, con una sincerità a volte bonaria, ma più spesso maligna, espone opinioni originali, irritanti, ma sempre fondate. Basta avere la pazienza di entrare nel merito e rintracciare lo sviluppo del pensiero da una pagina all'altra, collegando i frammenti, e si troveranno conferme anche alle affermazioni più contraddittorie e azzardate. Talvolta l’autore non lesina ironia né verso se stesso, né verso il mondo circostante. Scegliendo per il protagonista un nome fin troppo trasparente, Odinokov (odinokij significa infatti solitario), Galkovskij riprende, modificandolo in modo estremamente significativo, il cognome di uno dei suoi scrittori prediletti, Vladimir Nabokov. Ponendo al centro di attenzione la sua condizione di solitario, emarginato, non nasconde nulla dello squallore della propria infanzia, delle proprie debolezze, ma ha una dignità che gli permette di dialogare alla pari - fatti i dovuti aggiustamenti delle coordinate spazio-temporali - con Vasilij Rozanov e Vladimir Nabokov. Il primo è una presenza fissa nel Vicolo cieco, una sorta di alter ego di Galkovskij: è stata del resto più volte sottolineata la loro somiglianza a livello intellettuale, emotivo e addirittura fisionomico. Il secondo autore è però altrettanto importante: il suo romanzo Il Dono è infatti un punto di riferimento costante e lo stesso Galkovskij riassume così il rapporto con lo scrittore esule:
Chi sono io in confronto a Nabokov, a Godunov-Čerdyncev? Gadunov-Čadyncev [Galkovskij gioca qui sulla consonanza del cognome di un personaggio nabokoviano, Godunov-Čerdynzev, dal suono vagamente aristocratico, con la deformazione Gadunov-Čadyncev, basata sulle radici che richiamano gad (rettile o vigliacco) e čad (fumo)]. La sua infanzia limpida, nobile - la mia, disgiunta caoticamente, denigrata, pietosa. Lui vive un’alta tragedia - la perdita del padre e della Patria, - io ho un padre morto di tumore alla vescica e un’esistenza meschina, miserabile, in un paese del terzo mondo, in una sorta di Albania insulsa e insensata che si è gonfiata giungendo a occupare mezzo globo. I suoi amori giovanili - il mio vergognoso vuoto. Sua moglie, intelligente e devota - io di nuovo, niente di niente. Lui, uno scrittore geniale - io una nullità, un “genio non riconosciuto”. Eppure, ci lega un’affinità immediata, antica milioni di anni. Amo Il Dono come amo la mia vita che non è mai stata, un’autentica, bella, meravigliosa favola.
Ma vista dall'esterno [la mia vita presente] si decodifica come un'immensa caricatura del Dono. Uno dei livelli dello spazio parodistico di Un infinito vicolo cieco è orientato proprio su quest’opera di Nabokov (Beskonečnyj tupik, p. 366).
Già in questo brano troviamo i tratti distintivi della sua scrittura: la riflessione continua su testi altrui e sul proprio testo (quest’ultima agevolata dalla struttura a grappolo dei commenti, che richiama le pagine del Talmud); l’auto-ironia dissacratoria, l’autocommiserazione che si dilegua sotto la lucida e critica comprensione del proprio modo di essere; l’assenza di ogni timore reverenziale verso i grandi della cultura russa che gli permette di giudicare i personaggi del Parnaso russo (che vanno da Gogol’ alla Cvetaeva) sulla base di un proprio sistema di valori. Evidente è anche un certo disprezzo verso l’attuale stato di cose in Russia, che contrasta con la troppo facile collocazione di Galkovskij all'interno dei nazionalisti nostalgici. È vero che il destino del popolo russo e la sua mancata grandezza sono fra i suoi temi ricorrenti; è vero anche che a volte sfiora l’antisemitismo, spesso calcando la mano con dei giudizi sommari. Ma Galkovskij non diventa mai un nazionalista sfegatato, perché non perde mai la sua tipica lucidità disincantata e non idealizza nessuno. Come Rozanov, non esita a criticare i compatrioti per le loro debolezze o ad apprezzare gli ebrei quando ritiene che lo meritino; solo che non fa sconti né per gli uni, né per gli altri, e quindi risulta spesso urtante e offensivo. Decisamente la formula del politically correct non fa per lui.
L’irriverenza però costa cara. Galkovskij investe nel suo primo libro tre anni di vita e tante speranze: secondo l’opinione di suoi ammiratori, pubblicando il romanzo tempestivamente, avrebbe potuto chiarire le idee a molti ed esercitare una reale influenza e modificare l’andamento della politica nel momento di passaggio da una formazione statale a un’altra. Acuto e autoironico, in procinto di pubblicare il romanzo, Galkovskij segue l’esempio di Nabokov e anticipa nella nota numero 943 le reazioni che avrebbero potuto seguire la pubblicazione del libro. In questo modo non lascia spazio ai futuri critici: si susseguono un articolo denigratorio di un gruppo di giornalisti sovietici inviato a un quotidiano; una lettera privata di un giovane ebreo, emigrato dalla Russia, che scrive a un amico; una lettera anonima di un nazionalista russo a un'immaginaria rivista tedesca; l'intervento indignato di un docente dell'università di Gerusalemme; la recensione di un'intellettuale compiacente; il saggio di un filosofo professionista e, alla fine (con il titolo "Ancora sulla diffusione Occidente-Oriente"), un estratto dalla monografia in tedesco di Dietrich Von Halkoffski Alcuni aspetti della trasformazione moderna della coscienza orientale cristiana, pubblicata nella Germania dell’Ovest. Anche in questo caso i diversi registri narrativi utilizzati dimostrano la sua versatilità stilistica.
Ma mettere le mani avanti non è servito a molto. Dopo la pubblicazione dei primi capitoli su rivista (1991-1993), la critica si scatena: ed erano giornalisti e critici di tutto rispetto ad attaccarlo. La cosa che colpisce nelle loro reazioni è la poca civiltà utilizzata nel modo di esprimersi, l’irritazione mal celata che spinge a usare argomenti di bassa lega, che attaccano più la persona dell’autore che il contenuto dell’opera. Per illustrare questa affermazione, riprendo un brano di Galkovskij:
Novyj mir ha pubblicato un articolo, in cui si affermava che Un infinito vicolo cieco è… un’opera pornografica. Non era stato detto fra una cosa e l’altra, non era una battuta casuale, sfuggita nel mezzo di una polemica accaldata; si parlava sul serio, come un dato di fatto, con tanto di esempi […] Non era riportata nemmeno una citazione da Vicolo cieco infinito. Il che è naturale, giacché il mio libro non ha nulla a che fare con la pornografia, e neppure con l’erotismo soft. È un romanzo filosofico, dedicato alla storia della cultura russa nei secoli XIX-XX e al destino dell’uomo russo. Per di più è semmai un’opera anti-erotica, visto che il protagonista lirico di Vicolo cieco infinito è un vergine solitario, che conduce una vita monastica” (D.E. Galkovskij, “Sobytie”, Razbityj kompas, anno, 3).
È caratteristico che, al momento della sua pubblicazione, anche Uedinennoe di Rozanov era stato (a torto) accusato di pornografia (anche se per ragioni diverse) e addirittura sequestrato.
Con Galkovskij i critici si sono imbattuti in qualcosa di totalmente diverso, di inconcepibile, una sorta di anti-materia che suscita al contatto una reazione viscerale di repulsione. Per l’intelligencija dei tempi della post-perestrojka, le cui radici affondavano saldamente nell'epoca precedente, Galkovskij era a dir poco scioccante. Usciva a tal punto dai canoni, che era più facile definirlo un pazzoide grafomane piuttosto che allargare i margini di ciò che era accettabile. Negli anni successivi si sarebbero tollerate di più le descrizioni da carneficina di Pelevin, viste come un’azzardata sperimentazione stilistica, tollerabile perché ininfluente nel mondo extra-letterario. Se ci rivolgiamo alla classica dicotomia bello/sublime, possiamo invece affermare che Galkovskij rientra nella seconda categoria: una presenza enorme e spaventosa, che per un attimo ti soffoca e poi cambia per sempre la tua percezione del mondo. Solo che non tutti sono pronti a subire questa trasformazione. Secondo alcuni il suo romanzo principale, per la sua efficacia, sarebbe paragonabile alle opere di Dostoevskij.
Comunque sia, ai critici dell’epoca fece una brutta impressione, e la pubblicazione, promossa con tante fatiche dell’autore, venne interrotta. Il momento di svolta era passato e a poco a poco scompariva anche il mondo sovietico. La nuova epoca avrebbe permesso a Dmitrij Evgen’jevič di sopravvivere, continuando a scrivere senza rischiare una condanna per tunejadstvo [parassitismo]; l’editoria e la stampa ufficiali lo hanno ignorato e sono stati da lui ricambiati. Galkovskij da allora in poi si è improvvisato tipografo, editore, distributore, e nel 1998 ha pubblicato Vicolo cieco a proprie spese. Nello stesso anno, grazie alla diffusione di internet, il romanzo entra in rete (www.samisdat.com), raggiungendo un pubblico diverso e più "mirato". Che il libro fosse atteso da molti è confermato dalla rapidità con cui andò esaurita la tiratura, nonostante l'assenza di qualsiasi promozione commerciale. In vista dell’imminente pubblicazione accadde un episodio che ha chiuso paradossalmente il decennio trascorso fra la stesura e la pubblicazione del libro: a sua insaputa, Galkovskij è stato infatti incluso nella lista dei concorrenti per il prestigioso premio Anti-Buker, che, oltre a visibilità e notorietà, porta al vincitore anche una cospicua somma di danaro. Dichiarato vincitore, Galkovskij ha però rifiutato il premio, nonostante le ristrettezze finanziarie in cui tuttora vive, perché la giuria era composta proprio dalle persone che anni prima lo avevano stroncato. Non è da lui ricevere alcunché dalle loro mani.
Dal 2001 la situazione di Galkovskij si è lentamente normalizzata: da allora ha pubblicato altri tre libri, che possiamo però definire “suoi” solo se ricorriamo a un concetto molto allargato di “autore”. Mentre il suo romanzo principale presentava un nuovo modello architettonico, le pubblicazioni seguenti ci regalano due versioni diverse del concetto di “paternità”. Nel 2002 ha pubblicato Utkoreč, un’antologia di poesia sovietica: il materiale è composto da altri, ma la cernita dei testi e il commento sono suoi. Il libro nasce su basi strettamente personali e cioè dal lascito paterno di centinaia di volumetti di poesia sovietica, ormai obsoleta. Galkovskij non se la sente di demolire questo ammasso di parole, e inizialmente per scherzo, poi con maggiore consapevolezza, seleziona i campioni più significativi della poesia ufficiale. Così facendo salva dall'oblio i nomi minori e i versi “ortodossi” dei poeti più noti, consegnando l'antologia all'uso degli studiosi futuri. Il suo lavoro sui testi porta alla luce anche un altro risultato importante, che lo scrittore descrive in questi termini:
Psicologicamente mi risultava difficile buttar via 500-600 volumi - libri inutili, insignificanti, che ingombravano gli scaffali, ma che, in qualche modo mistico, erano legati alla vita di mio padre, altrettanto inutile e ingombrante per tutti. Allora decisi di lasciare almeno i libri autografati, pieni di annotazioni sui margini, fatte da papà. Ed ecco che estraendo questi libri dal mucchio ho cominciato a leggere attentamente, e addirittura strappare le pagine che mi piacevano, tanto per ridere, pian piano sul tavolo si è accumulata una pila di fogli strappati. Dopo averli letti tutti di fila, ho capito che in essi è contenuta, in modo chiaro ed esauriente, l'essenza del mondo sovietico e ho sentito per la prima volta, e questa è stata la sensazione più spaventosa, quel vento accecante che ha soffiato in faccia a mio padre per tutta la sua vita e ha avuto una parte rilevante nel portarlo alla tomba [dalla quarta di copertina di Utkoreč].
Così il privato si ricongiunge con il sociale, un metodo critico nasce da un atto fisico anche violento, come può essere lo strappare le pagine per chi ama i libri. La resa dei conti con la società che ha sostenuto e ammazzato il padre si concretizza quindi nella creazione di un monumento a quella civiltà in 294 poesie.
L’anno dopo esce il libro Propaganda (2003), che si presenta come una raccolta di articoli e interviste dal 1990 al 1998 che ruotano attorno alla storia della pubblicazione di Vicolo cieco. Raccogliendo i propri interventi sulla stampa e gli articoli critici che hanno ostacolato in maniera così ostinata la sua strada verso il lettore, Galkovskij permette a ogni lettore di tirare le proprie conclusioni e di vedere chi ha ragione e chi torto. La sua formazione storica, la tendenza a basarsi sui fatti, in questo caso funziona meglio di qualsiasi artificio retorico. Nel suo ultimo libro, Magnit [Il magnete], pubblicato pochi mesi fa e già disponibile in rete, prosegue a raccogliere le dispute svoltesi negli anni 2001 - 2004 intorno ai suoi scritti, con l’aggiunta di due saggi filosofici inediti.
Al termine di questa rapida caratterizzazione dei quattro lavori di Galkovskij, è lecito porsi un quesito: si tratta di narrativa, o siamo di fronte solo a un tipo particolarmente complesso di pubblicistica? Che cosa separa Vicolo cieco, che l’autore definisce “un romanzo filosofico”, da un saggio storico-filosofico?
Dal punto di vista tematico, possiamo ricordare che alle origini della narrativa russa troviamo un profondo legame con la storia e la filosofia, che, pur concentrandosi sui contenuti, hanno svolto un ruolo importante nel rinnovamento del linguaggio letterario. Più avanti, sopratutto nel secondo Ottocento, sono gli argomenti sociali e politici a guidare la creazione letteraria (per citare solo alcuni nomi si pensi a Turgenev e Nekrasov). Incontriamo inoltre personalità che possono essere collocate a pari diritto sia nell’ambito letterario che in quello filosofico (come V. Rozanov, V. Solov’ev) e un caso che rispecchia in modo evidente questa duplicità è offerto da K. Leont’jev. Dmitrij Galkovskij continua quel ramo della tradizione letteraria russa che mette al centro la riflessione filosofica non camuffata dai personaggi e sostituisce l’intreccio con la dinamica del pensiero vivo. Introduce temi nuovi, considerati dal canone marginali o vietati e tratta argomenti tradizionali da una nuova angolatura. Non è trascurabile nemmeno lo strato autobiografico, intimistico (un’altra presenza costante del romanzo russo), pieno di emozioni e di particolari concreti, vissuti soggettivamente, che riproducono l’epoca senza idealizzarla. Anche nel caso di Galkovskij, il testo si basa sul “carattere documentario della raffigurazione, che è anch’esso un determinato procedimento stilistico” (V. Šklovskij, Teoria della prosa, Torino 1976, p. 280).
Dal punto di vista della composizione, Vicolo cieco si distingue per un’organizzazione non lineare, degna dei migliori campioni del postmoderno (si veda l’organizzazione del testo by numbers in Rayuela di Julio Cortàzar) e si presta bene a essere adattato per internet e sfruttato appieno tramite i collegamenti intertestuali. Riesce cioé a coprire un’enormità di argomenti, proprio grazie alla sua struttura “sgangherabile”, marchio che, secondo la nota definizione di Umberto Eco, contraddistingue un’opera di culto. In fondo, parlando del Dono di Nabokov, anche Galkovskij esprimeva un concetto simile, definendola “un’opera troppo complessa per un’opera d’arte, [poiché] si scompone in più mondi subordinati” (Beskonečnyj tupik, p. 347). Il linguaggio di cui è fatta questa complessa costruzione è immediato, preciso, egualmente espressivo sia nel registro colloquiale che in quello specialistico; caratterizzato da mescolanza di severi giudizi etici e di un'esplosiva emotività tendente al pessimismo. Resta sempre la sensazione di un incessante monologo, rispetto al quale ogni lettore può fare la propria scelta di immediato rigetto, partecipazione empatica o totale identificazione. Come un segno dell'attualità del genere letterario rinnovato da Galkovskij possiamo citare anche la consegna nel 1999 del premio Andrei Belyj a Gasparov, per un libro composto di brevi appunti sugli argomenti più disparati, organizzati in ordine alfabetico e intercalati da lettere, articoli e appunti vari (M.L. Gasparov, Zapiski i vypiski, Mosca 2000).
All’inizio dell’epoca sovietica, scriveva Šklovskij a proposito di Rozanov che
in questi libri sono entrati interi articoli di pubblicistica letteraria, sconnessi e intersecatisi l’un l’altro, la biografia di Rozanov, scene della sua vita, fotografie, ecc. […] Per me questi libri sono un nuovo genere letterario […] il libro è bellissimo perché ha fondato una nuova letteratura, una nuova forma (V. Šklovskij, Teoria, op. cit., p. 277).
A nostro avviso, proprio Galkovskij è l’erede di questa “nuova forma”, che, usando il bagaglio delle nostre conoscenze enciclopediche e una certa dimestichezza con le tecniche contemporanee, ha creato un magnifico monumento a un'epoca ormai tramontata. Ma è un monumento che, irrequieto, continua a generare altri testi, vagabondando da una redazione moscovita ad un’altra, approdando su internet e in futuro, si spera, raggiungendo anche il pubblico italiano.

 
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