«Margarita Meklina e la sua battaglia per la Pietroburgo celeste»
M. Meklina
Sraženie pri Peterburge
Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva 2003
(Recensione di Marina Sorina)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 305-307
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
I cambiamenti fanno bene ad una anima giovane: la rendono resistente e flessibile. Quel che essa trova di consono nell’ambiente circostante lo riesce ad assorbire e ad aggregare, riconoscere e rappresentare. S’impregna di calore del meridione, trovato senza scordare l’umido gelo del paese perduto; trova alloggio per il maschile e per il femminile, per la memoria e per l’oblio, per sistemarsi sul suolo nuovo e per poter volare fra le nuvole di sempre. Così accadde per Margarita Meklina. A vent’anni compie il suo viaggio da Pietroburgo a San Francisco, per immergersi come molti nello studio, nel lavoro, nella quotidianità e nella scrittura. Lei non è tra quelli che scrivono perché non hanno qualcuno con cui parlare; non ambisce a conservare il passato frantumato o a galvanizzare quel che ne rimane e che lentamente va spegnendosi negli angoli oscuri della coscienza, soppiantato dalle novità. Il suo movente è un’altro: riuscire a vedere di più, vivere più vite in quel lasso di tempo che ci è concesso, imparare a viaggiare senza mai muoversi dalla scrivania, nella dimensione in cui s’intersecano le traiettorie dello “scrivere” e del “vivere”.
Come farsi conoscere, vivendo a San Francisco? All’inizio la cerchia dei suoi lettori si allargava grazie ad Internet. Poco alla volta cominciarono a pubblicarla diverse testate: Vavilon, Mitin Zhurnal, Slavia, Ostrov. L’estate del 2003 vide uscire la sua prima raccolta di racconti, La battaglia di Pietroburgo (Mosca 2003). Già alla fine di novembre 2003 il libro veniva scelto come miglior candidato nella sezione narrativa del premio Andrej Belyj a San Pietroburgo. Nella lista c’erano autori famosi, e la vittoria di Meklina fu una sorpresa per molti. Pochi si resero conto di quanto sia difficile trovarne un’altra fra le giovani scrittrici dell’emigrazione russa, capace di generare una prosa così densa e trasparente, intrisa di vissuto, estranea a ricordi spettrali e a copioni dozzinali. Meklina non si concentra tanto sui misteri della coscienza d’un emigrato, non soffre per il danno subito e lo strappo mai guarito. Per lei l’importante è scrivere: sistematicamente, contando le parole, lasciandosi alle spalle l’emicrania dei cambiamenti. Per Meklina l’emigrazione è comunque una ferita, ma soprattutto la condizione necessaria per poter esprimere pienamente se stessi. L’imperativo è: “zapisat’”[trascrivere].
Fin dai primi passi, dalla metà degli anni Novanta, la sua prosa era imbevuta di poesia. Le parole s’intrecciavano, precise e poetiche, e nella collisione dei significati e delle sonorità si riconosceva il panico che coglie l’uomo quando, estratto dal suo ambiente linguistico, cerca di riscattarsi dall’entropia, dalla perdita della lingua madre che equivale all’amnesia, pronunciando i nomi – a voce o per iscritto in mancanza degli ascoltatori – degli oggetti e dei suoni della realtà d’infanzia, che si sta dissolvendo, sbriciolando, sta cedendo le posizioni a qualcosa di nuovo. È solo nel linguaggio d’infanzia che possiamo sentirci al sicuro. Margherita neutralizza “nerodnye očag i otčiznu” [focolare e casa straniera] intessendo i racconti con frasi poeticamente indipendenti, come "fotografii mamy, sestry, strachi, nadeždy, utraty” [e le foto di mamma, sorella, paure, speranze, sconfitte], “ni čifir’, ni oblatku, lan’ju legkuju šapku” [non un ostia, non un tè forte, ma un buffo capello di capra], “Budeš’ klast’ tuda sol’, il’ tabak, il’ czyvat’ sviristelej” [Tu ci metti il sale, tabacco, o chiama fischiando uccelli]. La poesia palesa l’intesa interna delle parole, rischiara quanto fosse legittima e ineluttabile la loro vicinanza, permettendo di “vživit’ pamjat’ v slova” [innestare la memoria nelle parole]. E allora, soprattutto nei primi racconti, rivive l’oggettività del mondo di partenza:
Sul suo zaino di scuola piatto, di color blu e rosso, con le fibbie catarifrangenti che luccicavano nel buio, c’era un disegno trasferibile che raffigurava i cinque cerchi olimpici. Per poterlo appiccicare, dovevi prima tenerlo in ammollo a lungo, osservando come s’imbeve d’acqua e affonda nella ciottolina, per poi posizionarlo rovesciato sulla superficie dello zaino, strofinarlo con cura, passarci sopra un foglio di carta velina, e finalmente togliere la pellicola che copriva il disegno, pian pianino, come se fosse la pellicola che copre l’occhio di un uccellino neonato (Sraženie pri Peterburge [Battaglia di Pietroburgo]).
Questa raccolta si costruisce come una casa; il primo passo è delimitare gli spazi. Nella prima sezione la scrittrice propone i punti cardinali della sua storia: tre racconti, scritti a distanza di cinque anni l’uno dall’altro. Il secondo è popolare la casa con delle anime, “svjazannymi meždu soboj plotnoj pautinoj otnošenij”. La famiglia per Meklina è importante, ma non nel modo convenzionale. Sembrano incredibili, le sue storie, ma in sostanza non fanno altro che trascrivere la vita. Margarita non predica, fa vedere: l’amore che nasce da un accordo commerciale, una giovane che impazzisce per un vecchio, innamorati che non parlano nemmeno la stessa lingua ma riescono a cantare il loro amore. L’ineguaglianza è garanzia di unione, e ogni personaggio è pronto a diventare un’altro. La scrittrice diventa una cameriera, un solitario incallito diventa marito modello, un timido travet diventa clandestino. La realtà si riflette nell’imitazione, Venezia è solo una cartolina, una facciata è uguale alla fotografia di se stessa. Allora anche l’uomo si trasforma, diventa un doppio, un altro, un’interpretazione: una fotocopia di se stesso.
Gli intrecci dei destini che possono sembrare estremi in Russia sono tutt’altro che scandalosi altrove. La famiglia rimane un fondamento della piramide sociale, ma che cosa s’intende con “famiglia”? Non contano i gusti sessuali, l’età e neppure la presenza fisica di un famigliare. Meklina ci convince che anche il nucleo composto da una donna, un suo bambino rubato e un suo marito carcerato e mai incontrato di persona può essere chiamato “famiglia”. Un altro modello di famiglia che Meklina contempla è basato sul rifiuto di eterosessualità, trattato nella chiave tradizionale per la stampa americana di sinistra, che mostra i problemi delle famiglie gay dal loro interno, come faceva nei primi anni ’80 David Leavitt. Nei suoi racconti il mondo della famiglia è una fonte di meraviglia per chi ci sta dentro, un cerchio che non è mai chiuso: il presente viene lacerato dalle apparizioni delle presenze esterne, sia nel caso in cui siano gli eroi dei libri letti dagli eroi del suo libro, o invece gli eroi da loro inventati e temuti. La ripetizione qui non è casuale, è inevitabile. La narrazione si sviluppa sempre a più livelli. Nelle mura della sua casa, come preghiere su foglietti spiegazzati infilati fra le pietre del Muro del Pianto, s’annidano i germogli di altri testi – a volte suoi, a volte altrui. Il frangersi del linguaggio è inevitabile: la narrazione è farcita di realtà linguistiche eterogenee, con generose manciate dell’inglese e qualche pizzico dell’italiano e del francese.
La scrittura non è più un mezzo (per conservare, per contenere), bensì il tema centrale, la forza che fa muovere l’intreccio dei racconti. La propensione di Meklina alla creazione letteraria plasma i personaggi che creano, scrivendo, la propria vita, e possono nascere due volte, nel testo e tramite il testo in esso contenuto. Novelli Pigmalioni, scrivendo, giungono alla conoscenza reciproca, laddove non bastano le parole nella realtà ricreata nel racconto: “Ora iniziava a scrivere della moglie - sapeva che scrivendo avrebbe scoperto i segreti, e che quel che avrebbe scritto non ha a che fare né con la quotidianità, né con la menzogna”, oppure: “La moglie di Pino ha scritto un libro su di lui. Le sue parole l’hanno colpito al cuore. La dentro c’era ogni parola che le abbia mai rivolto”.
Per evocare dal nulla le ombre delle persone o dei luoghi amati, i protagonisti dei racconti di Meklina usano la creatività propria (Dom [La Casa], Geroj [Un eroe], Irlandskie skazki [Le favole irlandesi]) o la lettura di quel che hanno già scritto gli altri (Cavalcanti e Dante, Marcel Proust e Virginia Woolf, Conrad e Hugo). Lo scambio epistolare è continuo: un personaggio scrive all’altro (il marito alla moglie, la moglie all’amante, il musicologo ai musicisti, Nabokov a Sikorskaja), un personaggio all’autore (L.V. da Amsterdam, Irina da Piter), e qualche volta l’autore a se stesso (Černye mel’nicy [I mulini neri], Sraženie pri Peterburge [Battaglia di Pietroburgo]). Tutto diventa testo: le lettere, le vite scavate negli archivi o estrapolate dalle conversazioni con gli amici. Nel racconto Oberiu.html Meklina fa rivivere una sua amica, scomparsa prematuramente. Questo primo racconto suscita una reazione – una lettera scritta dalla madre di quella amica – che diventa materiale per il secondo racconto, dove la memoria è sostenuta dalle lettere. Quando Margarita scrive: “La vita dei miei amici realmente esistenti è di gran lunga più interessante della mia prosa ricercata” non dà solo un esempio di captatio benevolentiae, ma piuttosto della messa a fuoco di un procedimento costante, di un preciso metodo di lavoro. Eppure, se la sua prosa non fosse stata elaborata – se non fosse del tutto esistita – la vita degli amici rimarrebbe a svolazzare come una farfalla, bruciando i giorni prosaici lontano dal foglio bianco.
Una volta costruita la casa, una volta rafforzati i muri, inizia la fase di ricognizione e delle scorribande su di un territorio sconosciuto. I punti di contatto si raccolgono in linee, si rimarginano le cicatrici, si moltiplicano gli spazi e i mondi agibili; i passaggi si fanno più agevoli e divengono possibili i contatti fra mondi e generi diversi. L’intreccio non è più lacerato, bensì abbellito dalle schegge del reale. Con l’ausilio della scrittura l’autrice si spinge oltre i limiti d’un articolo del giornale o d’un reportage televisivo, creando una propria versione dei fatti, altrimenti destinati a scomparire senza lasciar traccia alcuna nel fiume di informazioni in cui siamo quotidianamente sommersi. Così delle istantanee sfocate diventano un racconto, che parla di quel soldato israeliano linciato dai palestinesi. Che cosa è successo poi con il giornalista italiano che aveva ripreso la scena? – si domanda Meklina, e nasce Un eroe. Che vita ha vissuto in realtà quel Wilkomirsky, l’autore delle memorie sull’infanzia nell’Olocausto, rivelatisi un falso? Così nascono Vtoroe pročtenie Borchesa [La seconda lettura di Borges] e Pomojnaja lazejka: pamjati detstva [Scorciatoia segreta: pamjati detstva].
Il lontano viene portato vicino e la storia del modernismo americano rappresentata nell’incontro sentimentale con un gallerista nei guai; impastati racconti e chiacchiere, il privato diventa un fatto letterario, e tramite la letteratura esso s’inserisce nell’orbita culturale, che non conosce barriere. Dove sta il confine fra invenzione e realtà, quando si parla dell’esistenza umana?
Descrivendo una gran dama del mondo letterario, avviata sul viale del tramonto, Margarita Meklina aveva scritto: “la sua vita era ormai trascorsa, segnata dalle pietre miliari dei libri da lei pubblicati”.
Una pietra è posta. To be continued?

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli