Le discours sur la langue à l’époque stalinienne (épistémologie, philosophie, idéologie)
a cura di P. Sériot [Cahiers de l’ILSL 14], Losanne 2003
(Recensione di E. Simonato e I. Kokochkina)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 298-299
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Questa raccolta presenta gli atti di una conferenza internazionale che ha avuto luogo dal 5 al 7 giugno 2002 a Crêt-Bérard (Svizzera) ed è stata organizzata dal Centro di ricerca in epistemologia comparata della linguistica dell’Europa centrale e orientale (CRECLECO) dell’università di Losanna. Ricercatori, professori universitari, dottori in linguistica venuti da diversi paesi (Russia e Svizzera innanzitutto, ma anche Spagna, Estonia, Georgia, Gran Bretagna, Israele, Repubblica veca e Stati uniti) hanno riflettuto insieme su un’epoca molto controversa della storia della linguistica russa, gli anni 1920-1930. I loro contributi permettono di gettare una nuova luce sui problemi legati al discorso sulla lingua in Urss: secondo P. Sériot si trattava più precisamente di definire il rapporto esatto fra l’epistemologia della linguistica e i fondamenti filosofici e ideologici del lavoro sulla lingua (la conferenza rientra dunque perfettamente nell’ambito delle ricerche che da molto tempo svolge l’équipe diretta dallo stesso professore).
La maggiore parte degli interventi della raccolta è incentrata quindi attorno a uno stesso tema, anche se molto diversi sono gli approcci. Naturalmente nel dialogo fra i diciannove autori, il fenomeno del marrismo, spesso dibattuto in linguistica anche in passato, ha occupato un posto speciale: “la nuova teoria del linguaggio” proposta da Marr è infatti al centro degli articoli di V. Alpatov, V. Bazylev, T. Bolkvadze e di E. Velmezova (che compara le concezioni linguistiche, letterarie e biologiche degli anni 1920-1930). V. Alpatov riflette sulla visione marxista della lingua: evocando innanzitutto la teoria già citata di Marr, che era stata sostenuta ufficialmente ma che gli sembra “la meno riuscita” (p. 6), e la mette poi a confronto con i postulati del gruppo Jazykofront, con quelli di Lomtev (anni 1950-1960) e di Polivanov (la cui opera rimane largamente inesplorata), ma anche di altri linguisti di ambito marxista come N.F. Jakovlev, L.P. Jakubinskij e V.N. Vološinov, arrivando a concludere che “parlare di marxismo in linguistica è diventato un segno di cattivo gusto” e che durante i quarant’anni succesivi, in Urss e poi in Russia, la situazione non è cambiata sostanzialmente (p. 20).
Un altro tema molto discusso ha riguardato la politica linguistica in Urss rispetto ai popoli turchi (E. Simonato), del Caucaso (T. Gvantseladze) e del nord (N. Vachtin). Nel suo articolo E. Simonato si è concentrata sul problema della scelta degli alfabeti per le lingue turche nel contesto generale dell’”edificazione linguistica”. L’yiddish e il suo posto nella politica linguistica sono stati invece discussi da P. Wexler, mentre il problema dell’“edificazione linguistica” in Bielorussia è stato affrontato da C. Woolhiser e V. Symanec (quest’ultima ha presentato diverse ipotesi interessanti sull’evoluzione della lingua bielorussa). Un altro aspetto suggestivo della stessa discussione è stato rappresentato dai progetti di lingue artificiali e universali affrontati da A. Duličenko, che si è soffermato sul progetto di una lingua universale del comunismo e, in modo più generale, sul modo in cui i marxisti consideravano le lingue artificiali.
Naturalmente i problemi affrontati nel volume sono indissolubili dalle ricerche nell’ambito della poesia, degli studi letterari, della sociologia del linguaggio e della psicologia sociale. Lo testimoniano le conclusioni della ricerca presentata da L. Heller e dedicata agli utopisti russi, fra i quali il poco noto I.V. Vinogradov. Una serie consistente di contributi ha poi analizzato il delicato problema dell’opera di M. Bachtin. C. Brandist ha esplorato la possibile influenza delle idee di Marr su Bachtin. Da parte sua, I. Ivanova ha invece analizzato la teoria del dialogo dal punto di vista della sua genesi. Invece di riferirsi unicamente a M. Bachtin, come fanno spesso gli autori occidentali, ha menzionato diversi autori russi che negli stessi anni hanno elaborato la nozione di dialogo (si tratta ad esempio di autori come L.P. Jakubinskij e Vološinov). I. Ivanova ha posto l’accento innanzitutto sul possibile legame fra i due lavori e in secondo luogo ha indagato i motivi dell’interesse per il dialogo in Russia negli anni 1920. B. Vauthier ha poi seguito lo sviluppo delle idee di M. Bachtin in occidente e K. Zbinden si è concentrato sui fondamenti filosofici della concezione bachtiniana del dialogo.
P. Sériot si è invece occupato dell’opera di R. Jakobson, esplorandone le basi teoriche e sopratutto l’influenza che su di lui hanno esercitato i filosofi tedeschi. Un accento particolare è stato posto sul fatto che molti dei leitmotiv di Jakobson acquistano un senso diverso se riletti dal punto di vista delle correnti filosofiche e scientifiche che negavano il darwinismo e il “positivismo” (p. 183). Partendo da questo presupposto, Sériot persegue due obiettivi: quello di chiarire come si organizzano i rapporti fra la scienza e l’ideologia nelle scienze umane e di come si organizzano i rapporti fra il tempo e lo spazio nella storia delle scienze umane.
T. Bolkvadze ha analizzato le teorie di A.S. Cikobava e il posto da lui occupato nella linguistica russa e occidentale (soffermandosi sul suo punto di vista nei confronti della teoria saussuriana e dello strutturalismo), soprattutto grazie alla sua lotta contro il marrismo. Questo tema gli ha consentito di allargare la riflessione alle relazioni fra lingua e ideologia in Unione sovietica e di esplorare anche i principali problemi di storia delle lingue iberocaucasiane, in particolare del georgiano. Per finire, una menzione particolare meritano gli articoli di K. Dolinin sulla teoria degli “stili funzionali” e quello di T. Glanc sul formalismo.
Ma al di là della grande diversità dei problemi affrontati, tutti gli articoli hanno uno scopo comune che consiste nel presentare, nelle loro diverse manifestazioni, i problemi legati al “discorso sulla lingua” in Urss. La raccolta, che è il risultato di un lungo lavoro di ricerca, di documentazione e di consultazione di vari fondi spesso ignorati o difficilmente accessibili, permette inoltre di sviluppare una visione di insieme su aspetti spesso poco conosciuti dal lettore occidentale. Da questo punto di vista è evidente che l’importanza di questa raccolta è innegabile non soltanto per i ricercatori e i professori, ma anche per tutti coloro che si occupano di linguistica russa.

 
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