Un "mensonge déconcertant"? La Russie au XXe siècle
a cura di J.-Ph. Jaccard in collaborazione con K. Amacher, l’Harmattan, Paris 2003
(Recensione di E. Simonato e I. Kokochkina)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 287-288
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero [545 Kb]
Questo libro curato da Jean-Philippe Jaccard è una raccolta di articoli che presentano un approccio diacronico e sincronico sulla questione della menzogna in Russia attraverso diversi episodi della sua storia. Il titolo “Una menzogna sconcertante? La Russia nel XX secolo” annuncia fin dall’inizio la volontà di interrogarsi a fondo su un tema al quale sono stati pure già dedicati diversi studi. Il volume è diviso in cinque parti intitolate respettivamente “La grande menzogna”, “I linguaggi della menzogna totalitaria”, “Smettere di mentire”, “Quale verità” e “Il rovescio della menzogna”. Ogni parte è composta da alcuni articoli, noi ci soffermeremo solo su alcuni di essi. Nella premessa, J.-Ph. Jaccard spiega di aver scelto questa problematica per determinare un certo numero di caratteristiche tipiche della menzogna, come essa si è espressa nel XX secolo in Russia, e capire le convergenze che esistono tra ciò che egli chiama “menzogna totalitaria” e “menzogna democratica”, fornendoci quindi anche gli strumenti per decodificare quest’ultimo fenomeno con cui siamo costretti a confrotnarci ogni giorno.
Nel contributo che apre il volume, intitolato “Falsa(e) verità – vera(e) menzogna(e)”, J.-Ph. Jaccard, parlando della menzogna sovietica, ne mette subito in evidenza l’aspetto totalizzante: la verità, scrive, essendo una e unica, è di conseguenza costretta a inglobare tutti gli aspetti della vita (p. 25). Secondo lui, dai primissimi anni del regime, tutto è andato avanti nella direzione di una regolamentazione in funzione di una “linea generale” che si confondeva con la verità. A questo proposito numerosi sono gli esempi che possono venire in mente al lettore: in primo luogo il discorso di Stalin al XVI congresso del partito: nel 1931, infatti, Stalin annunciava l’inizio di una lotta su due fronti, contro il nazionalismo locale e contro lo sciovinismo grande-russo e di conseguenza molti politici e scienziati furono accusati di uno o l’altro dei due nuovi “crimini”.
Dell’interessante intervento di Michail Maiatsky, “Il paradosso del mentitore alla sovietica” ci sembra importante sottolineare il ruolo della dottrina filosofica ufficiale, la dialettica: la dialettica, scrive Maiatsky, “doveva flessibilizzare la dottrina, ma, in combinazione con il postulato secondo il quale la teoria e la realtà corrispondevano, toglieva al marxismo ogni probabilità di sembrare falso” (p. 43). Erano gli organi del partito, come la Pravda, a essere incaricati di determinare il vero e il falso, non solo nella politica e nell’ideologia, ma in tutti i settori della vita quotidiana.
Nella seconda parte del libro, François Albera si interroga “Se i Russi hanno creduto ai loro film” come rappresentazioni della realtà. Nel testo affronta il problema dei film sottoposti a un nuovo montaggi e delle foto manipolate e ritoccate. Riprendendo, tra tante altre, la scena finale del film La caduta di Berlino di Tchaureli dove Stalin in uniforme bianca scende dall’aereo e il film di Pyriev Alle sei e mezzo di sera dopo la guerra, l’autore alla fine di tutti gli esempi riportati sostiene che “no, i Russi non ci hanno creduto”.
Nella quarta parte Wladimir Berelowitch studia i manuali di storia moderni per rispondere alla domanda se i manuali di storia russi continuino a mentire come facevano i loro predecessori sovietici. Erano infatti proprio i manuali di storia, e la storia intera come disciplina, a essere oggetto di un’attenzione particolare da parte del regime. L’inizio dell’articolo delinea a grandi tappe lo sviluppo della storiografia nell’Urss: il manuale del 1938, ad esempio, imponeva una visione della storia semplicistica, costituita dai passaggi alle varie “formazioni” economiche e sociali (feudalesimo, capitalismo e socialismo) nella storia della Russia e dell’Urss. Il contributo di Berelowitch sfrutta moltissimi esempi concreti di episodi che si possono rivelare preziosi come documenti storici; merita un interesse particolare prima di tutto la citazione delle condizioni del concorso svoltosi nel 2001 per i tre migliori manuali di storia. L’autore è arrivato alla conclusione che i manuali di oggi non sono più sottomessi a vincoli ideologici, rilevando però quanto difficile sia abbandonare gli stereotipi anche nell’uso dei termini tradizionali “feudalesimo”, “capitalismo” e cosi via (p. 212). Per di più, se gli allievi delle classi superiori hanno la maturità per giudicare e mettere a confronto diversi testi, agli allievi più piccoli continuano a essere riservati racconti che “soffrono” di un’evidente “passione nazionale” (p. 219).
L’articolo di J.-Ph. Jaccard intitolato “La guerra di Cecenia. Il rovescio del decoro” esplora la visione uniforme e negativa che hanno della Russia gli occidentali. L’articolo mette infatti in evidenza, a partire dall’esempio concreto della guerra, un elemento fondamentale nella fabbricazione dell’immagine della Russia, che spesso produce un’immagine falsa basata su una serie di cose vere. Come dimostra anche il caso italiano sulla Russia vengono infatti “scritti solo orrori” (p. 246). Jaccard cita ad esempio un articolo della rivista Nouvel Observateur del 2000: secondo l’autore durante il conflitto del 1994-1996, i sondaggi hanno rilevato che le persone contrarie all’intervento fossero dal 20 al 40 percento: “visibilmente”, però, “tutto ciò che non coincide con l’immagine negativa che si ha della Russia viene scartato sotto il pretesto che esso non suscita interesse” (p. 252).
Per concludere non si può non sottolineare che Un “mensonge déconcertant”? La Russie au XXe siècle è un libro di grande interesse per tutti gli slavisti che si interessano alla vita intellettuale e a una visione critica della storia moderna della Russia.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli