F. Visani
La satira in Unione sovietica (1970-1990)
L’Harmattan Italia, Torino 2004
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 543-545
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Con questo lavoro di Federica Visani le barzellette sovietiche hanno trovato finalmente un serio riconoscimento anche in Italia. Se dire “satira” è forse troppo generico per il titolo del libro, dire “barzelletta” appare eccessivamente riduttivo, perché nel vivace e prezioso studio dell’autrice l’oggetto di analisi è l’anekdot sovietico, focalizzato nella sua epoca di maggiore maturità, ovvero gli anni Settanta e Ottanta, il cui valore va ben oltre il semplice fenomeno di cultura popolare. L’aneddotica, etimologicamente “ciò che è inedito”, ha caratterizzato da sempre il folclore russo e gli altri contesti limitrofi, soprattutto del Caucaso e dei popoli nell’estremo nord e oriente, che per vicende storiche e decentralizzazione culturale hanno mantenuto vivissimo il rapporto con la narrazione orale e, appunto, con la satira. In epoca sovietica, la censura ha determinato involontariamente il prolungamento di questa tradizione sino alla fine del Novecento, tanto da rendere il genere estremamente fruibile non solo a livello dell’andergraund di massa, ma anche della letteratura non ufficiale. A tal proposito, l’autrice avrebbe potuto contestualizzare meglio il fenomeno dell’anekdot tra gli altri generi letterari conduttori di satira, senza marginalizzare l’altro evento sovietico di massa della canzone d’autore, o la poesia e i microracconti di autori non ufficiali che operavano all’epoca nel samizdat.
È vero che l’aneddotica sovietica mantiene e contiene tutti i crismi della satira, con arguzie letterarie di antica data, con le facezie e la spigliatezza linguistica capaci di rappresentare il byt dell’homo sovieticus, e criticare senza peli sulla lingua le storture del sistema socio-politico. Pur puntando dritto sull’anekdot, senza addentrarsi a fondo nella definizione del rapporto tra i vari modi di fare satira, il libro offre tuttavia gli strumenti per condurre separatamente questa riflessione, grazie all’attenta e curata analisi formale e dei principali motivi che hanno caratterizzato “il boom” delle barzellette durante la “stagnazione”.
Il primo capitolo, dal titolo “Zastoj e andergraund” [Stagnazione e underground], utilizza e spiega proprio i cliché che definiscono la cultura indipendente di massa nel ventennio di riferimento, cultura fattasi sempre più dinamica e propositiva in un contesto di stasi e incancrenimento della realtà sovietica. La scelta della periodizzazione è tanto fondamentale quanto felice, proprio perché a partire dagli anni Settanta le basi storiche e la coscienza popolare sono tali da poter condurre una critica tout court al sistema, e soprattutto esiste un retroscena di barzellette e aneddoti sovietici che permettono ormai citazioni, analogie, paragoni e sovrapposizioni; così, a esempio, gli attributi e i comportamenti nelle barzellette su Stalin calzano bene anche con il nome Brežnev.
Il secondo capitolo, intitolato “L’umorismo”, ha il pregio di soffermarsi sui vari tipi di humor sovietico, etnico e in particolare degli ebrei. Il terzo capitolo, “E tu la sai l’ultima?”, ha invece un impianto teorico e cerca di analizzare da vari punti di vista le barzellette come genere di narrazione e di arte popolare, facendo riferimento agli studi sul cronotopo di Michail Bachtin, fino a citare i contributi più recenti di Petrovskij, Berger e Kurganov.
Merito dell’autrice, oltre all’ampia e approfondita bibliografia, è anche quello di aver condotto in prima persona una ricerca diretta delle fonti a Mosca e Pietroburgo nel 2000, registrando le barzellette raccontate da persone di entrambi i sessi e di età compresa tra i 18 e 40 anni. Dopo aver minuziosamente passato in rassegna i come e i perché di questo genere di narrazione satirica, sottolineando il valore comunicativo del fenomeno, nel breve e ricco sottocapitolo sul mito e l’antimito nella barzelletta (pp. 91-93), l’autrice chiarisce i meccanismi principali con cui si sono attuati processi di mitopoiesi, ma anche di demistificazione, di temi e personaggi caratterizzanti la cultura in Urss. A farne maggiormente le spese sono gli eroi sovietici e i capi di partito, l’homo sovieticus nella sua gamma di comportamenti peculiari, i problemi più impellenti della società (la questione abitativa, l’approvvigionamento di beni primari, le file, la burocrazia), la propaganda comunista, l’antisemitismo (pjatyj punkt), l’emigrazione, il rapporto tra arte, letteratura e potere. Una parola a parte viene spesa per l’anekdot e la repressione, con il fantasma del Kgb e il contesto delle carceri e dei lager che fungono spesso da elemento narrativo, ma che sono anche uno dei principali luoghi di origine della satira “antisovietica”.
Il quarto capitolo è dedicato a “I meccanismi del comico”, con una attenta analisi delle principali strutture ricorrenti su cui si costruiscono le barzellette. Anche in questo caso l’autrice non si esime dal portare esempi per mettere in luce i procedimenti linguistici di maggior uso. Non si parla solo di meccanismi del comico, ma anche di meccanismi dell’ambiguità, della contraddizione, dell’assurdo che fanno largo uso di espedienti retorici come la polisemia, i calembours, l’omonimia, la sinonimia, la paronomasia e la desemantizzazione, solo per citarne alcuni.
Nel quinto capitolo, dal titolo “Le tipologie testuali”, l’autrice mette in rilievo i vari tipi di testo, dialogico, narrativo, a indovinello come nel caso del celebre ciclo Armjanskoe radio [Radio Armenia], ma per certi aspetti appare ripetitivo di alcuni concetti teorici già espressi. Fondamentale risulta invece il sesto capitolo, dal titolo “I personaggi: la maschera”, dove finalmente i principali eroi delle barzellette trovano il loro pieno riconoscimento e una distinta collocazione. Fin qui erano apparsi più come materiale di servizio. Dopo una puntualizzazione sul valore dei nomi e cognomi, che nella cultura letteraria russa sono frutto dell’invenzione di autori come Griboedov e Gogol’, sino al moderno eroe Rabinovič, frutto invece della fantasia popolare, l’autrice si sofferma con delle digressioni teoriche sulla “riconoscibilità” dell’eroe e sul suo valore in rapporto allo skaz e alla tipizzazione linguistica, con tanto di rimandi a Propp, Vinokur, Ejchenbaum, sino agli Šmelev. Si passa poi alla rassegna dei vari prototipi di personaggio, inventato (Čapaev), realmente esistito (Lenin, Stalin, Chruščev, Brežnev, Gorbačev…), cumulativo (Vovočka, Rabinovič) per citare quelli di maggiore frequenza. Tra i personaggi cumulativi (dalle caratteristiche anche opposte sciocco/arguto) le attenzioni maggiori sono rivolte a Vovočka, al quale si arriva a “cumulare” anche il personaggio Lenin. Non mancano poi le attenzioni per le peculiarità nazionali ed etniche di caucasici, tatari, čukči, ucraini, africani e infine i rimandi alla favolistica, con gli animali che la fanno da protagonista. La schiera appare davvero completa.
Il settimo e ultimo capitolo, dal titolo “Lingua sovietica e antilingua” si sofferma sugli elementi lessicali, etimologici e di costruzione della novojaz [nuova lingua] in Urss, di quel burocratese e di quei sovietismi in genere, sfruttati, spesso rivoltati, smontati e derisi all’interno delle barzellette, anche grazie all’intervento di altri registri linguistici del mat [volgarismi] e del prostoreč’e [colloquialismi]. D’accordo con l’autrice, che dimostra fino in fondo la sua tesi, si può affermare che l’antilingua sovietica si realizzi pienamente proprio nell’anekdot, la vera “babele delle varietà della lingua russa”.

 
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