Mauro Martini
Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l'Urss
Bruno Mondadori, Milano 2002
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 313-315
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Negli ambienti della giovane slavistica ci si appassiona alla letteratura russa contemporanea forse come non mai, come se la nuova generazione di studi in Italia ambisse a carpire, nella novità delle manifestazioni culturali, l’essenza del paradossale e complicato “mondo Russia”. Passate le mode e i canoni attraverso il setaccio del Novecento, pur senza aver chiaro cosa sia avvenuto realmente nella seconda metà del secolo, in colonna restano in mente i nomi di Pasternak, Solženicyn, Brodskij (per qualcuno va inclusa Anna Achmatova, per altri addirittura Evtušenko); già, il riduttivismo della memoria storica è spesso ineffabile con il suo naturale saper mettere a tacere prima del tempo nomi e testi in realtà mai svelati al grande pubblico. Ci ha pensato allora Mauro Martini a dire chiaro e tondo che ideologicamente parlando “la Russia non è più un paese interessante, non esercita più un fascino particolare”, ma la povertà dell’Occidente è proprio di non accorgersi da tempo di una ricchezza delle lettere russe, che continua ad alimentare un discorso culturale dalle venature estetiche di assoluto rilievo. Il titolo del volume Oltre il disgelo. La letteratura dopo l’Urss induce a chiarire il nuovo status delle lettere russe, appena svincolatesi dalla perenne transizione di un discorso storico sovietico, dove si susseguivano terrore politico, disgeli e stagnazione, in un’alternanza sempre più fittizia di utopie e di disincantato realismo. Sul finire degli anni Novanta è proprio la conclusione di tale vincolo, con lo sfascio ideologico sullo sfondo, a permettere finalmente di addentrarsi senza pregiudizio nella “zona” snobbata della produzione russa, sia essa legata al realismo socialista, sia quella proveniente dall’underground letterario.
Mauro Martini parte proprio da “Quando finisce una transizione”, con un primo capitolo che, oltre ad introdurre una serie di nomi nuovi, riapre storicamente una delle pagine più originali del rapporto tra letteratura e potere con “Il caso Gumilev”, presentando una nuova cornice del panorama letterario di riferimento, tanto ampia da vedere simbolicamente i suoi estremi in Sergej Michalkov e Eduard Limonov. Il secondo capitolo è dedicato a Viktor Pelevin definito da M. Martini “Il bardo della metamorfosi”, dove si affrontano le principali opere di prosa dell’autore, dopo una breve chiosa su Vladimir Sorokin, altro prosatore contemporaneo di prim’ordine.
Secondo Mauro Martini “L’ultimo scrittore sovietico” è Sergej Dovlatov, autore leningradese emigrato negli Stati Uniti alla fine degli anni Settanta e capace, con il suo ibrido culturale tra realismo e postmodernismo, di ottenere negli anni Novanta un grande successo. Partendo proprio da Dovlatov e da Solženicyn, il quarto capitolo è una riflessione sulla letteratura dal GULag, tema ormai démodé e non più strumentalizzabile (almeno apparentemente) a livello ideologico. Ripercorrendo la funzione della lagernaja literatura, l’autore si sofferma su molti autori, tra i quali spuntano i nomi di Sokolov, Šalamov e Sinjavskij, Grossman accanto al già citato Aleksandr Solženicyn.
Il quinto capitolo del libro è dedicato a Iosif Brodskij e alla sua “Metafisica dell’esilio”, mentre il sesto è su Venedikt Erofeev “Cristo contro la legge”; questi due personaggi contemporanei, dalle vicende e dalle personalità antitetiche, rappresentano due modalità espressive tanto originali quanto diverse, in cui l’esilio brodskiano e la disperazione di una alcolica solitudine erofeeviana, equivalente ad un esilio in patria, trovano un denominatore comune nella sofferente condizione umana dell’uomo russo del secondo Novecento. Dopo essersi soffermato sulle individualità di maggior spicco, Mauro Martini nel settimo capitolo (“Una generazione, due disgeli”) passa nuovamente ad una riflessione di carattere storico-letterario, definendo i tre disgeli del Novecento russo in base alla loro capacità di svelare le verità sul passato: secondo l’autore il primo disgelo sarebbe avvenuto durante la Nep, il secondo dopo la morte di Stalin e il terzo durante la glasnost’ gorbačeviana. L’analisi delle vicende legate alla rivista letteraria ufficiale Novyj mir, testimone delle sorti di una intera generazione di scrittori, fanno da canovaccio al capitolo cronologicamente teso tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Ottanta, periodo in cui hanno appunto avuto vita gli ultimi due disgeli.
L’ottavo capitolo “Il Nabokov di Andrej Bitov” affronta il tema dell’influenza nabokoviana sul postmodernismo russo, in particolare attraverso l’esempio di Andrej Bitov e del suo romanzo La casa di Puškin. Vladimir Nabokov è uno scrittore sui generis e di assoluto rilievo, la cui indubbia influenza sulla letteratura contemporanea russa rischia tuttavia una etichettatura forzata e riduttiva proprio con l’idea di precursore del postmoderno. Altro simbolo e altro autore che non potevano sfuggire nel quadro della nuova letteratura russa sono la rivoluzione e Michail Bulgakov. Nel nono capitolo, “Il fascino colpevole della rivoluzione”, Mauro Martini propone infatti una digressione sul concetto di rivoluzione come malattia, rifacendosi a un quanto mai conservatore M. Bulgakov nel racconto La Morfina del 1927 (celebrante il decimo anniversario dell’evento rivoluzionario). Quella di M. Bulgakov sarebbe un’accusa contro l’intelligencija colpevole di non aver fermato la rivoluzione. I rimandi a Pasternak permettono poi all’autore di porre il motivo rivoluzionario come caratterizzante l’aura ideologica e mitologica di cui, volente o nolente, la letteratura russa si è ammantata sino alla fine del XX secolo.
Il decimo capitolo, “La vecchia guardia: ‘I figli del 1937’”, prende in esame i principali rappresentati della prosa sovietica appartenenti alla generazione di scrittori “del 1937”, così definita dal critico Bondarenko in un libro del 2001. Mauro Martini ha una particolare predilezione per Vladimir Makanin con il suo Underground ovvero un Eroe del nostro tempo, titolo dagli echi lermontoviani per un’opera che ha ottenuto un grande successo sin dall’uscita nel 1998, ultimo anno di quella transizione della letteratura, che si concluderà secondo l’autore nel cruciale biennio 1999-2000. Dopo una breve considerazione sull’impotenza dell’ultima prosa di Solženicyn, tornato in Russia nel 1994, il capitolo si dipana con una analisi della prosa contadina emersa in Unione sovietica sin dagli anni Settanta, in particolare attraverso la produzione dello scrittore Valentin Rasputin.
L’undicesimo e penultimo capitolo porta il titolo di: “Là, nell’ardore meridiano del Dagestan”, citazione ripresa dal racconto La cornacchia di Jurij Kuvaldin pubblicato nel 1995 su Novyj Mir. Con questo breve capitolo l’autore offre un quadro generale della ricca prosa sul Caucaso a partire dall’Ottocento (citando Puškin, Lermontov e Tolstoj) sino agli autori attuali, quali lo stesso Kuvaldin, Anatolij Kim, Fazil’ Iskander, tra i più attenti osservatori della realtà di questa complessa regione, con le sue peculiarità etniche e culturali, che sul piano storico si sono spesso risolte in una conflittualità con la Russia imperialista e nazionalista, ancora attualissime nel caso ceceno.
Nel dodicesimo e conclusivo capitolo “La Russia salvata dalle ‘ragazze’”, Mauro Martini pone attenzione al fenomeno in espansione della letteratura femminile. Quello che Viktor Erofeev ha ridefinito il babskij vek sta ad indicare la costante ascesa della donna nella letteratura russa, sia per quanto riguarda il numero e la qualità delle autrici, sia per il conio di nuove eroine letterarie, personaggi al femminile evidentemente molto più adatti e al passo coi tempi nel saper rappresentare le problematiche più attuali dell’evoluzione antropologica in Russia. La riflessione dell’autore pone in risalto la prosa classicheggiante e del quotidiano di Ljudmila Ulickaja, la scrittura sentimentale alla Viktorija Tokareva, fino a passare in rassegna le più note e postmoderniste Ljudmila Petruševskaja e Tat’jana Tolstaja. L’autore propone anche un breve excursus nella poesia di Ol’ga Sedakova e Elena Švarc, ma solo per rimarcare il solco esistente tra le introspettive costrizioni poetiche al confronto di una più libera ed espressiva ženskaja proza, una prosa femminile capace di liberare una creatività e uno spazio assolutamente nuovi nel panorama contemporaneo della letteratura russa.
Dopo questo rapido viaggio attraverso i capitoli del libro non resta che confermare la sensazione iniziale di quanto ci sia bisogno di far luce sulla più recente produzione di testi caratterizzante la nuova letteratura in Russia. Mauro Martini ha scelto un suo percorso per guidarci Oltre il disgelo, attraverso revisionismi talvolta azzardati, ma facendo di questi ritorni, mirati ad un passato troppo in fretta coniato, il trampolino di lancio verso una più articolata interpretazione del presente letterario. Non deve intimorire l’illusorio saltare di palo in frasca, l’autore sa sempre ricondurre il discorso al quadro generale dell’evoluzione delle lettere, attualizzando e collocando al posto giusto tanto i motivi già noti, quanto i temi e gli autori ancora non focalizzati a livello storico-letterario. L’unico vero appunto che si può addurre al libro è la tendenza a concentrare l’analisi solo sulla produzione in prosa, sbilanciando eccessivamente l’attenzione su questo genere, con il rischio di far dimenticare al lettore che la poesia russa, oltre l’aura dominante brodskiana e pur nel declino di lettori, ambisce pur sempre a una sua rinnovata originalità, che va intesa al di là di una qualsivoglia transizione.

 
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