«Poetiche di guerra in Russia»
Vremja “Č”. Stichi o Čečne i ne tol’ko
a cura di N. Vinnik, Novoe literaturnoe obozrenie, Moskva 2001
Sergej Stratanovskij
Rjadom s Čečnej. Novye stichotvorenija
Puškinskij Fond, Sankt-Peterburg 2002
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 203-206
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Le politiche di guerra in Russia appaiono come subdole proiezioni che dai vertici di governo, attraverso un'informazione ancora troppo controllata dall'alto, giungono all'opinione pubblica in maniera epurata e distorta. Ciò che una volta era riconoscibile più semplicemente come propaganda di guerra, si è trasformato in un meticoloso lavoro per camuffare gli interessi particolari e le responsabilità effettive delle strategie belliche contro la resistenza in Cecenia (Nakhče), cioè contro quelle che appaiono ormai come invincibili bande di guerriglieri. In questo suo operare il governo russo dimostra tuttavia i limiti di una grossolana maniera di condurre la questione. Da anni è ormai diventata un'abitudine fare i conti con le notizie del conflitto ceceno: mass-media, rappresentanti politici e militari convogliano l'idea confusa della guerra in un angolo assordito e raggrumato nella coscienza dei russi, i compartecipi silenziosi di un'aggressione spesso presentata come dovuta e inevitabile, atto indispensabile e irrevocabile. Da quando nel 1999 l'agente segreto Putin è diventato il condottiero del paese e si è presentato al suo popolo di telespettatori con carte geografiche della Cecenia alla mano, spiegando nel dettaglio come liquidare qualche migliaio di banditi sparsi sui monti del Caucaso, nulla è cambiato se non il numero delle vittime stimate. Ai russi non sembrava vero di aver trovato l'uomo per risolvere quella scomoda guerra, nocivo residuo di una deriva storica del Novecento costernato da non pochi sconvolgimenti politici e disgrazie socio-economiche. D'altronde dopo i discorsi alticci e le decisioni arbitrarie di El'cin, in molti erano a credere che trovare soluzione al conflitto fosse solo una questione di sobrietà politica e di lucidità diplomatico-strategica.
La guerra in Cecenia invece continua ancora oggi e resta tanto efferata quanto accettata in modo discreto, cioè passivamente e con distacco. I dati stilati sono inattendibili, ma si parla di decine di migliaia di morti, senza distinzione tra la popolazione civile, i soldati russi (spesso ragazzi di provincia arruolati nemmeno maggiorenni) e i guerriglieri ceceni, integrati con mercenari musulmani di altri paesi islamici. Non c'è politica, né diplomazia che attualmente possano paventare credibilità di fronte ai bombardamenti indiscriminati, agli eccidi da una parte e dall'altra e all'odio gratuito che non trova più contegno. In realtà il valore che hanno le vite umane sacrificate in questo conflitto resta pressoché nullo, se è vero che fa poca differenza dove e cosa succeda e se non si fa nulla di straordinariamente concreto per mutare il corso degli eventi. All'orrore quotidiano dell'indifesa popolazione civile cecena si sovrappone quello estemporaneo che colpisce il cuore di Mosca. Ma se nemmeno gli eclatanti e sanguinosi atti di terrorismo, che negli ultimi anni hanno colpito la capitale russa, riescono a scuotere l'opinione pubblica, è evidente che indifferenza e impotenza giocano ad accusarsi fino a mascherarsi in quella sovietica rassegnazione che sembra abbia ormai vaccinato il popolo al cospetto di qualsiasi forma di terrore esterno o interno che sia. Lo stato poliziesco e la propaganda di governo continuano in tal modo a utilizzare l'idea della minaccia terroristica per giustificare la soluzione bellica alla questione cecena, ampliando il vortice del conflitto e impoverendo ogni reale prospettiva di pacificazione.
Tali sono le politiche di guerra in Russia. Se la retorica non può trovare spazio ulteriore alle ragioni umane di un conflitto, al contempo la letteratura russa porta da lontano la sua testimonianza di un cinico ricorso storico, che conferma come il Caucaso resti l'eterno teatro di scontro per i russi, impegnati da sempre a domarvi nemici ribelli e guerrafondai. La realtà storica e le vicende belliche, che nell'Ottocento autori come Lermontov e Tolstoj avevano ritratto nelle loro opere, si è tradotta nella contingenza della contemporaneità. Pur di fronte a una opinione pubblica pressoché annichilita, l'intelligencija russa cerca oggi di far sentire timidamente la propria voce di dissenso. Si tratta spesso di voci singole che si levano da un coro di omertà, come avviene nella prosa di guerra o con il giornalismo di denuncia di autori quali Anatolij Kim o, almeno in parte, A. Prochanov (Idušči v noči; Čečenskij bljuz) e Anna Politkovskaja (Vtoraja čečenskaja). Quest'ultimo volume è stato pubblicato nel dicembre del 2003 (in traduzione dal francese) con una prefazione di A. Glucksmann dalla casa editrice Fandango. Si tratta di casi in cui gli scrittori citati con la loro testimonianza tentano di mantenere l'attenzione dei lettori su un argomento scomodo, così vicino e così lontano, tanto tragico quanto manipolato, di cui dopo dieci anni di conflitto non si riesce ad avere ancora la reale percezione. Per tale ragione anche i poeti russi hanno voluto simbolicamente dare il loro contributo, nel tentativo di scuotere o di scuotersi la coscienza di fronte alla questione della guerra.
***
L'antologia Vremja "Č", traducibile come L'ora "X", edita da Novoe literaturnoe obozrenie nel 2001, è un progetto ideato da Nikolaj Vinnik, che compare nelle vesti di curatore della pubblicazione. Come indicato nel sottotitolo, le poesie raccolte nell'antologia riguardano principalmente la Cecenia e più ampiamente la condizione umana nella dimensione terribile della guerra. Sono esattamente centosei gli autori inclusi nella raccolta, poeti di varie generazioni, di diversa formazione e con idee anche divergenti, ma legati dal comune intento di sensibilizzare i lettori con le proprie impressioni di fronte alla realtà contemporanea dei conflitti bellici, che tocca direttamente la Russia. Dal più anziano, Semen Lipkin (1911), sino al più giovane, Dmitrij Tkačenko (1982), la schiera di poeti rappresenta ben quindici città della Federazione russa, con una prevalenza di autori moscoviti e pietroburghesi, ma accoglie anche autori emigrati e viventi in Francia, Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, nonché i cugini ucraini, di cui si riportano alcuni testi tradotti in una sezione finale a parte, Priloženie (perevody). Sensibilizzare i lettori sulla disumanità di qualsiasi conflitto bellico significa per N. Vinnik partire dal sottolineare la pericolosità di fenomeni come la xenofobia, l'intolleranza religiosa, il nazionalismo, l'imperialismo e il terrorismo.
Le poesie sono raccolte su nove sezioni che indicano una suddivisione tematica e in parte cronologica. La prima sezione, "Vsem znakom etot strach vysoty...'', include i testi che in qualche modo rappresentano i prodromi della guerra, poesie profetiche o in cui è intuibile il presentimento del conflitto. Si tratta di testi scritti prima del 1994. La seconda sezione, "My seem svincovoe semja", è dedicata alla lirica di guerra, dove spiccano i nomi dei poeti Grigorij Daševskij, Semen Lipkin e Valerij Šubinskij. Nella terza sezione, "Ne poj, krasavica... k stolu li nam vesel'e?", dominano i temi d'impegno civile; tra i poeti di maggior risonanza inclusi in questo sottocapitolo compaiono Ivan Achmet'ev, Dmitrij Kuz'min, Sergej Stratanovskij, Michail Suchotin e Michail Jasnov. Nella quarta sezione, "Vnov' orlom gljadit rossijskij gerb...", è sviluppato il motivo del rapporto tra il poeta e lo stato russo con la sua natura e struttura imperialista e spicca il nome del poeta moscovita Vsevolod Nekrasov. Nella quinta sezione, "Plač'te po derevljanam...", c'è invece una sorta di spostamento dei temi già descritti verso una dimensione spazio-temporale diversa, non necessariamente attuale. Qui spiccano i nomi del giovane Filipp Kirindas, del poeta classicista Sergej Zav'jalov e di Aleksandr Levin. Nel sesto capitolo, "I, podozritel'no igrivy, na novosti pochoži sny...", i testi sono caratterizzati dalla stilizzazione dell'antiutopia, del motivo fantastico e di immagini surreali, come nelle poesie di Dmitrij Aleksandrovič Prigov, Dar'ja Suchovej e Vladimir Stročkov. La settima sezione, "I vypolzet iz bukvy zver'...", include le poesie che hanno come tematica centrale il conflitto in Cecenia negli ultimi anni; tra i testi di maggior interesse si evidenziano quelli del pietroburghese Dmitrij Golynko-Vol'fson e di Elena Fanajlova. Nell'ottavo capitolo, "Ptica v kletke ešče poet...", torna il tema della collocazione del poeta nel mondo e indirettamente del suo sguardo sugli eventi storici in Russia e nel Caucaso. La nona è la sezione di chiusura, Poemy i cikly, caratterizzata dai cicli di poesie e dai lunghi poemi dedicati agli argomenti di guerra, tra i quali si evidenzia in particolare il contributo consistente offerto dal poeta pietroburghese Viktor Krivulin.
Questa importante raccolta di alcune centinaia di testi poetici rappresenta un gesto significativo d'impegno civile, con cui Nikolaj Vinnik ha voluto portare alla ribalta il tema della Cecenia e della guerra. Ciò che preoccupa in qualche modo l'opinione pubblica trova la sua più profonda rielaborazione nella poesia, il genere letterario che permette di riflettere sulla situazione reale nel modo più sensibile, sottile e arguto possibile. Questo libro si può parzialmente considerare come cassa di risonanza nel contesto dei media, che hanno il dovere di comunicare la realtà sulla questione cecena, ma lo scopo è alla fine ben più ampio di quello di raccogliere testi sul motivo della guerra. L'antologia Vremja "Č" mostra in realtà gli aspetti più tragici e sofferenti di una disorientata società russa, colta in tutta la sua complessità, in un'epoca attuale dove motivi culturali, politici, economici, ma anche psicologici, s'intersecano ed evolvono in maniera sempre più spasmodica.
***
Tre cicli di poesie e un poema polifonico compongono l'ultimo libro di Sergej Stratanovskij, uscito nel 2002. Il primo di questi cicli è omonimo del titolo dato alla pubblicazione (Rjadom s Čečnej) e comprende nove componimenti brevi esplicitamente dedicati alla guerra e alla Cecenia (pp. 5-14). Il pensiero di S. Stratanovskij sul conflitto ceceno è chiaro: un intero popolo è esposto alle violenze indiscriminate, agli eccidi e alle sopraffazioni che ogni guerra porta con sé. Il poeta denuncia la mancanza di capacità e di volontà per risolvere il conflitto senza le armi, sottolineando la gravità dell'assenza diplomatica, nell'impellenza di un dialogo pacificatore, anche se è ormai difficile rintracciare dei possibili interlocutori. La solidarietà verso la popolazione civile in Cecenia giustifica il titolo del libro Rjadom s Čečnej [Accanto alla Cecenia]. Il mostro della guerra è stigmatizzato dal poeta attraverso le percezioni e le sorti degli eroi quotidiani, siano essi soldati russi o civili ceceni, che non avendo reali speranze di una vita diversa e migliore, sembra non possano sottrarsi al pensiero incombente della morte.
La seconda sezione del libro è dedicata a un componimento lungo a più voci (Pcharmat prikovannyj), scritto sullo sfondo della versione cecena del mito di Prometeo (pp. 15-22). Il poeta dimostra in questo caso la sua attenzione per la ricca dimensione letteraria, mitologica e profondamente culturale di un popolo che ha una sua identità linguistica e nazionale ben distinte e che solo per questo meriterebbe una considerazione diversa. Pretendere di sottomettere la volontà dei ceceni con la costante minaccia della repressione dimostra la miopia di chi conduce tale conflitto. La resistenza dei banditi ribelli si giustifica attraverso le salde radici storiche di un popolo ora indigente, ora offeso, ma notoriamente combattente, che nel vedere devastato il suo territorio è finito per affidarsi al fondamentalismo islamico pur di riscattarsi e vendicarsi contro quello che si mostra come l'occupante russo.
Nella terza sezione del libro (Obraz Rossii), che raccoglie le poesie sull'immagine contemporanea della Russia (pp. 23-34), il poeta riflette sull'identità del popolo russo nell'epoca post-sovietica. Stratanovskij decostruisce i miti ideologici e l'inganno utopico manifestando quasi la propria vergogna verso certi aspetti della storia troppo spesso sanguinaria e dolorosa del proprio Paese. Il folclore contemporaneo dei ricchi e prepotenti "nuovi russi", le chimere capitalistiche di un contadino del futuro si mescolano ai personaggi della classicità greca o della tradizione cristiano-ortodossa. I procedimenti stilistici di Stratanovskij sembrano ormai consolidati, come le costruzioni metaforiche e lessicali rispondono a meccanismi tipici della sua poetica. Nelle brevi poesie compaiono neologismi e sovietismi accanto a parole composte in maniera stravagante, ma che moltiplicano la realizzazione semantica dei testi.
Le poesie della quarta e ultima sezione del libro (O bessmert'e i pochoronach), sono dedicate alla morte (pp. 35-42). Qui è confermata la tendenza ai toni lugubri e pessimistici di Stratanovskij, il cui humour nero costerna in realtà tutta la visione d'insieme della raccolta. La denuncia di una guerra non merita tuttavia altri toni, né una sensibilità clemente o compromessa con idealistici pacifismi. Per il poeta la guerra è morte, una morte violenta, misera e priva di senso.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli