E. Švarc
San Pietroburgo e l’oscurità soave
traduzione di P. Galvagni, Edizioni del Leone, Venezia 2005
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 531-533
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Esce in traduzione italiana la prima raccolta di poesie di Elena Švarc. Il piccolo volume include diciotto componimenti con il testo originale a fronte; i primi undici, ordinati cronologicamente vanno da Koljaska zabytaja u magazina [Una carrozzella dimenticata davanti a un negozio, 1971], sino a Počemu ne vse vidjat angelov [Perché non tutti vedono gli angeli, 1996] e sono rappresentativi delle principali tematiche affrontate da Elena Švarc nel suo sviluppo poetico dalla gioventù sino alla maturità dell’epoca post-sovietica. In questa prima parte della raccolta, particolarmente significativo è il testo visionario e autobiografico Deva verchom na Venecii i ja u nee na pleče [La vergine sopra Venezia, e io sulla sua spalla, 1979], poesia molto cara all’autrice, che Galvagni riesce a restituire bene nella traduzione italiana, nonostante il testo presenti delle difficoltà oggettive, sia dal punto di vista della resa ritmica, che del significato.
Come suggerisce il titolo, molto pietroburghese e oscura è l’atmosfera della poesia Mertvyčh bol’še [Sono più i morti, 1989], in cui è manifesto il gusto gotico dell’autrice. Testo caratteristico per la sua teatralità è Ssora v parke [La discussione al parco, 1985], anche se sarebbe stato più corretto tradurlo con “Litigio” al parco. Per il resto appare evidente il continuo rimandarsi di sogni e alchimie metrico-stilistiche tipiche della poesia di E. Švarc. Più evidente è il richiamo mistico nella seconda parte della raccolta, dedicata ai “Versi italiani”, con P’eta Nikolo del’ Arka v bolonskoj cerkvi Marija della vita [La pietà di Nicolò dell’Arca nella chiesa bolognese di Maria della vita], in cui la poetessa narra le coincidenze di strani incontri reali confusi a visioni in una chiesa sotto una nevosa Bologna. Sempre dal periodo di residenza in Italia del 2001, a Roma (“Quaderno romano”), sono riportati i testi U Panteona [Accanto al Pantheon], Sad villy Mediči [Il giardino di Villa Medici] e Zabastovka elektrikov [Sciopero degli elettricisti]. In queste tre poesie recenti, sembra più esplicito il procedimento con cui l’autrice costruisce il suo universo poetico: attraverso il suo sguardo visionario deforma luoghi e penetra situazioni alterando i simboli dello spazio urbano e mitico di Roma, accanto ai quali si stagliano mondi paralleli.
Semplicemente intriso di malinconia si presenta invece l’ultimo testo del ciclo, il componimento dedicato a Venezia: Sneg v Venecii [La neve a Venezia]. Chiudono la raccolta due brani dai caratteristici “Piccoli poemi”: O tom kto rjadom [Su colui che è accanto, 1981] dagli Appunti dell’Unicorno e il testo emblematico Preryvistaja povest’ o kommunal’noj kvartire [Racconto frammentario su un appartamento in coabitazione, 1996], dove la poetessa trasferisce il carattere eclettico e “multiculturale” della sua personalità, in una sorta di ecumenismo postmoderno. Nonostante l’imponente produzione di Elena Švarc, queste poche poesie appaiono sufficienti per rintracciare buona parte dello stile e dei motivi caratterizzanti l’autrice. Bisogna dar merito al traduttore Paolo Galvagni, anche del fatto che si tratti della prima raccolta pubblicata in Italia dedicata totalmente all’opera di una poetessa, per altro già tradotta e diffusa nelle principali lingue europee. A onor di cronaca, nel luglio del 2005, allo Europe Festival 2005 svoltosi a Fermo, Elena Švarc è stata premiata per la sua raccolta di poesie San Pietroburgo e l’oscurità soave nell’ambito del Premio europeo per la poesia. Al conferimento erano presenti l’autrice e il traduttore Paolo Galvagni, premiato per le versioni dal russo.

 
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