«Dallo dvor della nuovissima poesia russa»
La nuovissima poesia russa
a cura di Mauro Martini, traduzioni di V. Ferraro e M. Martini, Einaudi, Torino 2005;
B. Ryžij
Stichi
Puškinskij fond, Sankt-Peterburg 2003;
Stichi v Peterburge. XXI vek. Poetičeskaja antologija
a cura di L. Zubova, V. Kuricyn, Platforma, Sankt-Peterburg 2005
(Recensione di Marco Sabbatini)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 522-528
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Stanno lì, che non chiamano, timidi e giudiziosi, aspettano il loro turno, eventuale, di giudizio. Sul tavolo intarsiato del soggiorno mi fissano di rimando, accatastati senza ordine: ne leggo i fautori partendo dal basso: Venedikt Lifšic, Vjačeslav Ivanov, Sergej Kulle, Michail Krasil’nikov, Sergej Stratanovskij, letteralmente schiacciati nelle loro sottili dimensioni dal più corposo Boris Ryžij e dal massiccio volume Stichi v Peterburge. XXI vek, ovvero la più recente delle antologie di poesia russa, fresca di tipografia, profumata di colla e ormai pronta per la diffusione al pubblico dei lettori. Libri di poesia russa. Poesia moderna, contemporanea e nuova, nuovissima. Già, “nuovissima”! Mi suggerisce l’ultimo piccolino libretto, riposto in cima, così noto nella sua veste elegante e classicissima di Einaudi. Non è facile prenderci confidenza, s’intitola: La nuovissima poesia russa. Dopo averlo sfogliato la prima volta in birreria, ero stato attraversato da una sensazione negativa, poi fattasi dominante. E non era per scetticismo, diffidenza o per i pre-giudizi inoculati dalle altrui recensioni. Era una idiosincrasia fulminante tra quel titolo, quell’edizione e quei poeti. Sì, un’avversione verso l’ignoto stampato sul noto. Non perché mi aspettassi una buona parola tra tante strofe e nomi sconosciuti - una buona parola o un verso consolatorio si rimediano sempre, soprattutto quando mancano le aspettative - ma per il fatto che dopo le storiche versioni di eccelsi poeti russi, curate da Ripellino, Colucci o quella achmatoviana di Riccio, dalla collezione di poesia Einaudi era lecito attendersi qualcosa di “classico”, o meglio di classificabile, riconoscibile, neutralizzabile, oltre che “nuovissimo”. Ma pensandoci bene sarebbe paradossale; siamo nel 2005, nell’attualità di un mito decaduto della poesia russa. Non era lecito aspettarselo, come non è lecita quella mia avversione senza aver letto attentamente… Infatti pur avendolo letto e riletto, mi chiedo che bisogno c’era di trascinarlo fin quassù questo libro di nuovissima poesia russa. Forse per fargli respirare un po’ di quell’aria fumosa e umida con cui i poeti nei secoli si sono riempiti la gola, nelle nottate di soliloquio o nelle serate con i compagni di ventura, nei salotti dell’aristocrazia pietroburghese, nelle torri e nelle mansarde, in qualche bettola, caffè, o in una frugale kommunalka di Leningrado.
Dalla finestra entra la stessa luce chiara della notte insonne, in basso, sul cortile si fa invece più opaca, scrostata, come al solito, dal degrado umano: è la natura grigiognola dello dvor [cortile] che stabilisce in me lo stato d’animo adatto. Ripreso in mano il piccolo volume leggo sulla copertina bianca l’elenco dei privilegiati da Mauro Martini: Dmitrij Bannikov (1969-2003), Igor’ Davletšin (1967-2002), Marianna Gejde (1980), Marina Gol’denberg (1978), Ol’ga Grebennikova (1971), Aleksandra Močalova (1977)… niente! Sì, mi pare… Marianna Gejde, e Ol’ga Grebennikova da Fergana, ma in generale l’eco di quei nomi tenta di ingannare la memoria attraverso tanti forse. Poi, ecco finalmente Boris Ryžij, traslitterato Ryžyj (1974-2001), questo lo riconosco, Andrej Sen-Sen’kov (1968), anche, Dar’ja Suchovej (1977), figura nota, ma che non mi sono mai affrettato a leggere, e infine Alina Vituchnovskaja (1975), la dark militante nel movimento politico di Limonov. Dieci nomi di cui ne mastico a stento la metà (per mia negligenza e ignoranza, su questo non si discute). Una sola pietroburghese, Dar’ja Suchovej, rappresentativa non tanto della poesia in quanto tale, ma sulla poesia in quanto habitat culturale e virtuale. Sfogliando le brevi note biografiche che anticipano le raccolte dei singoli autori leggo tanta provincia: Boris Ryžij da Ekaterinburg, Dmitrij Bannikov da Perm’, Igor’ Davletšin da Kemerovo, Marina Gol’denberg da Zlatoust, Ol’ga Grebennikova da Petropavlovsk-Kamčatskij, Aleksandra Močalova da Kirov (Vjatka), Andrej Sen-Sen’kov da Dušambe, che è tra i moscoviti acquisiti, e si affianca alle due autentiche capitoline: la limonovka Alina Vituchnovskaja (1975) e la baby della pleiade einaudiana, M. Gejde (1980), la quale per la cronaca ora vive a Preslavl’-Zalesskij.
All’interno dell’antologia M. Gejde è relegata all’ultimo posto. Mi colpisce questo fatto, perché rispetto alla copertina, all’interno non c’è più traccia dell’ordine alfabetico, sconvolto da un altro principio “ordinante”, che non è certo biografico, non è geografico, forse è gerarchico, cioè decrescente per notorietà o per quantità della scrittura, magari è estetico, va “per simpatie”, o è misteriosamente editoriale… Resto nel dubbio. Ma è poi così fondamentale? Di fronte all’ignoto tutto acquisisce un senso che va oltre il suo valore.
Questa riflessione porta a convincermi che per un giudizio più obiettivo sarebbe stato più utile non avere affatto memoria di quei nomi. Cerco allora di saltare di netto l’introduzione e le brevi biografie che introducono le varie raccolte: la curiosità si sposta diretta alle poesie. Leggo ignorando i nomi. Testo originale a fronte. Decadenza e neoromanticismo più di quanto potessi immaginare, dosi di neoavanguardia consistenti, ma nella norma; insiste il grottesco, magari accanto al gotico, meno il nonsense puro e divertente: forme metriche sin troppo regolari, anche se diluite spesso in strofe molto prosastiche, ma la rima è onnipresente, non conosce declino, anzi si fa più irregolare e quindi ricca. Versi liberi? Meno di quanto credessi! Proprio se vogliamo continuare con queste limitanti velleità classificatorie, per tagliare la testa al toro, direi che la traccia del postmodernismo è intuibile, ma non scontata.
Rispetto all’antologia curata di recente da Paolo Galvagni, intitolata La nuova poesia russa (Milano 2003), qui colgo decisamente meno innovazione stilistica. Costituiscono parzialmente eccezione il “polilogo-poliglotta” di Dar’ja Suchovej (pp. 153-161), le poesie del pediatra Andrej Sen’-Senkov e del dee-jay Igor’ Davletšin. Marianna Gejde merita un discorso a parte, poiché nella sua poesia c’è una elaborazione metrico-sintattica più complessa, soprattutto rispetto alle altre figure femminili, ma anche lei ripete stilemi di una poesia già nota. E penso a Elena Švarc. Per il resto molta ortodossia, frutto anche dei testi selezionati in base a un più o meno conscio principio di traducibilità, con cui si tende per natura a escludere ciò che non sembra restituibile, in quanto troppo astruso o legato al significante.
Anche il lessico più che innovativo è spesso semplicemente infarcito con qualche anglicismo, tecnicismo e nominalismo: leggo, ad esempio, di “un istupidito Winnie Pooh” (Vituchnovskaja, p. 61), del “nuovo film di Spielberg dedicato al tennis” (Sen-Sen’kov, p. 177), l’incipit “Zum Beispiel” (Suchovej, p. 153) e così via, ma almeno in questo senso si riconoscono elementi di attualità del discorso capaci di legittimare la denominazione di “nuovissima poesia”, aldilà del suo significato cronologico. Nell’introduzione M. Martini indica come limite cronologico per i poeti scelti l’anno di nascita 1966, senza porre limiti all’anno di pubblicazione dei testi.
Visto che non ho potuto sottrarmi dall’associazione testo-poeta mi addentro alla scoperta di coloro che avevo sin qui ignorato: voglio cavallerescamente partire dalla scrittura femminile, che è il dato probabilmente più nuovo e significativo in questo genere di antologie di poesia russa. Le donne superano gli uomini in fatto di presenze. Sei a quattro. E le sei presenze femminili sono rappresentative di una poesia più variegata e dinamica rispetto a quella maschile. Resto impressionato da Alina Vituchnovskaja (1975), non tanto per le prevedibili descrizioni lugubri e per le metafore gotiche in quanto tali, di quell’attrazione dark, e talvolta pulp, hanno in realtà solo il principio, poiché emerge la lettura profonda di un io lirico violentato nella condizione (dis)umana della Russia post-sovietica. Restano così impressi versi non solo di rara sofferenza, di rabbia filtrata dalla disillusione, ma anche di autentico dubbio esistenziale: ”Я отродье безверья. Я трезвенник правд. / Дармовым атеизмом я издавна сыт. / Я бесстыдно сомнительно чувствую явь. / И она мне в ответ также честно молчит” (1995) [Non credo dalla nascita. Sono allergico alle verità. / Sono sazio da tempo del gratuito ateismo. / Senza vergogna percepisco la realtà dubbiosamente. / E anch’essa onestamente mi risponde tacendo” (p. 39) .
La traduzione di V. Ferraro, qui, come in altre simili situazioni, non aderisce all’economia del verso originale, se non nelle pause. L’eufonia è appesantita con i suffissi avverbiali e l’uso del gerundio in luogo di rima. Tanto sulle sue versioni, e non mi riferisco solo ai testi di Vituchnovskaja, ma anche di B. Ryžij, A. Močalova e O. Grebennikova, quanto su quelle prodotte da Mauro Martini (traduttore dei restanti poeti) sento di dover sospendere qualsiasi tipo di giudizio lapidario e tanto meno lapidatore. Molte poesie sono realmente complesse dal punto di vista metrico-sintattico e con le loro relative astrusaggini semantiche rendono arduo il compito di traduzione. Vero è, che accanto a molti passaggi azzeccati ce ne sono alcuni “infedeli”, molti che meriterebbero una traduzione più fruibile per il lettore italiano, sempre se c’era l’intento di semplificare, sia chiaro.
Per molti aspetti antitetica a Vituchnovskaja è la figura e la poesia di Ol’ga Grebennikova (1971), la quale appartiene non tanto alla provincia, quanto al vicino estero della lingua letteraria russa. Il suo ambiente culturale di riferimento è in Uzbekistan, nella “scuola di Fergana”, gruppo di poeti che tra l’altro aveva in Mauro Martini un grande estimatore (alcune poesie della scuola di Fergana sono state tradotte da Paolo Galvagni). La scrittura in versi sciolti di Ol’ga Grebennikova è prettamente femminile, mistica e raffinata, con richiami al lessico cristiano e a immagini pittoriche degli elementi della natura. In questo aspetto è rintracciabile una analogia con Aleksandra Močalova (1977), nella quale il carattere figurativo dei paesaggi è più sviluppato e direi dominante. Attraverso i suoi testi torna infatti in auge la tradizione del poeta-pittore, con quadri descrittivi dettagliati come in Natura morta con limone (p. 99), ma anche di motivi fiabeschi, come nell’Omino di vetro (p. 111).
Tradotta da Mauro Martini è invece Marina Gol’denberg (1978), che nei suoi componimenti monostrofici appare come la voce più acerba tra quelle selezionate: voce sofferta, fragile, ma indomita. Di altro genere è la figura di Dar’ja Suchovej (1977), molto attiva negli ambienti letterari pietroburghesi e in Internet, dove si presenta come una sorta di voce catalizzatrice le attenzioni dei giovani praticanti la poesia, come un motore della cultura letteraria giovanile. E in questo senso è certamente ammirevole. Anche se la scelta del curatore mette in luce un grande eclettismo stilistico dell’autrice, i suoi testi appaiono davvero poco decifrabili e tanto ermetici da dare la paradossale impressione di una prolissità effimera.
Resta da scoprire l’estro dell’ultima e più giovane figura femminile: Marianna Gejde (1980). Ho già accennato all’elaborata sintassi dei suoi componimenti, alla quale corrisponde la complessità di motivi dai tratti visionari, la cui natura onirica è tanto ricorrente da rendere la deformazione del reale l’elemento dominante della sua poetica. La personalità allucinata dell’autrice non oscura certo la sua impronta filosofica, evidente in diverse poesie. Per M. Gejde frequente è l’uso della metafora-metamorfosi e anche per questo motivo ho azzardato l’accostamento con la poesia di Elena Švarc.
Spostando l’attenzione sulle figure maschili, colpisce l’uso ricco delle citazioni nella scrittura di Andrej Sen-Sen’kov (1968), uno dei più talentuosi tra gli autori presenti nella raccolta, che attraverso lo sfoggio erudito dell’epigrafe costruisce delle risposte poetiche brevi, concettuali, tese anche all’assurdo. Come I. Davletšin, A. Sen-Sen’kov utilizza anche un procedimento di associazione e composizione libera di termini nella costruzione delle metafore, come da esempio ne “l’involucro della pastiglia-biblioteca” (p. 189); risaltano all’occhio le strofe non allineate (a scalare o rientrate), che in qualche maniera lo riportano a certa poesia avanguardista underground, a quella “nuova” per intenderci: e penso ai ljanozovcy, ai concettualisti, ai Chelenukty o a Sergej Stratanovskij.
In Dmitrij Bannikov (1969-2003) dalla regione di Perm’ è manifesta invece una vena di neoromanticismo e soprattutto di metafisica della provincia russa. Il richiamo a immagini bucoliche o di una natura dalle immense dimensioni si mescola con il grigiore degli spazi urbani che animano la vita sugli Urali. La sensazione della mancanza, l’appello a Dio e alla malinconica memoria degli addii sono i motivi di una poesia di cui sembrava essersi perso il gusto - forse nella percezione ultra e post-moderna del centro moscovita-pietroburghese - ma che è viva, e direi ancora giustificabile, allorché si attinge a queste aree laterali della geografia letteraria russa. Passando a Igor’ Davletšin (1967-2002), risalta subito una inquietante analogia biografica: prima di Bannikov, morto per lo stesso destino avverso nel 2003, I. Davletšin ha perso la vita in un incidente stradale. Molto attivo negli ambienti musicali e culturali dell’area siberiana, I. Davletšin colpisce per il suo stile-fiume, una sorta di flusso della parola, con costruzioni ipotattiche che senza soluzione di continuità conducono sino alla fine dei componimenti. Spesso ci si perde nelle associazioni libere che tolgono respiro alla logicità delle discorso, in cui si inseriscono dialoghi, ricordi e lampi di immagine, come in uno stadio di allucinazione intermittente; in questo si riconosce il tentativo di distinguersi del poeta e direi che ben gli riesce.
Capovolgendo l’ordine della raccolta, ho riservato le attenzioni finali a Boris Ryžij (1974-2001), tanto per mantenerlo sulla cresta dell’onda, come è giusto che sia. Si tratta, infatti, del giovane poeta russo più in voga negli ultimi tre anni. E mi riferisco alle attenzioni riservategli in patria e soprattutto all’estero, conseguentemente alla sua morte. Ma a questo punto l’analogia si fa più che inquietante: delle quattro giovani voci maschili presenti nella raccolta, tre sono già tragicamente scomparse. Questa aura di poeti-maledetti è diffusa in particolare proprio con Boris Ryžij, il promettente poeta-geologo di Ekaterinburg, impiccatosi nel 2001, all’età di ventisette anni. Aldilà dei retroscena biografici, che come spesso accade fungono da cassa di risonanza, le dodici poesie di Ryžij, la più cospicua raccolta dell’antologia, confermano la qualità della sua scrittura, che si presenta meno introversa e più fruibile rispetto alle altre già citate. Le sue poesie narrano di quotidiani stati di depressione, di sbornie, di irriverenza, solitudine e non tanto celatamente proprio di un istinto suicida. L’io lirico domina nel tessuto della poesia tanto da irrompere nominalmente e in modo autoreferenziale, come nell’Ode (p.11): “‘non è niente, / è solo Boris Ryžyj ubriaco, il primo poeta della città”; in maniera più consistente e angosciante l’io lirico s’inserisce nella Poesia bestemmia: “Da eto ty! Nebritij i chudoj. / Tut, v zerkale, s porezannoj guboj. / Izdergannyj, no vse-taki prekrasnyj, nadmennyj i veselyj B.B.P., / Bezvkusicej čto sčel by, naprimer, /porezat’ veny britvoj bezopasnoj” [Magro, con la barba lunga. Sei tu! / Lo specchio di fronte, un labbro rotto, / i nervi a pezzi, ma sempre il bello, / l’altero e allegro Boris B. Ryžyj”, / che cosa priva di gusto sarebbe, ora, / tagliarsi le vene con un innocuo rasoio] (p. 19).
Rispetto agli altri autori selezionati, il cui materiale poetico sembra eccessivamente mobile, inafferrabile, a volte inconsistente, Boris Ryžij sembra l’unico che meriti la definizione di poeta “affermato”, con uno stile poetico attuale, anche se legato al modernismo più che al “post”.
In cima alla pila di libri che s’innalza dal tavolo, ora lo sguardo cade inevitabilmente sul volume di Boris Ryžij, Stichi. È l’occasione buona per un riscontro diretto tra ciò che sin qui ho trovato tradotto in italiano e ciò che appartiene nella sua quasi completezza all’autore. Nell’ampia raccolta uscita postuma nel 2003 sono riunite per la prima volta gran parte delle poesie di B. Ryžij, molte delle quali ancora inedite, composte tra il 1993 e il 2001. Nel primo capitolo, in cui sono riuniti i testi giovanili del 1993-1995, è già evidente l’impronta pessimistica e tragica del poeta. Nonostante una certa ingenuità giustificata dall’età, le forme poetiche sono già definite nella loro veste classicheggiante, concisa e piuttosto sobria. A partire dai capitoli successivi, divisi per anni, 1996, 1997, 1998 interviene invece una evoluzione nei temi e nelle forme, che porta alla fase più matura e prolifica della poesia di B. Ryžij. Sempre più presente e netta è l’atmosfera pietroburghese e i suoi rimandi letterari, atmosfera che il poeta è riuscito a far propria e su cui ha improntato molti dei suoi stati d’animo. Lo stile si mantiene semplice e ricco di situazioni quotidiane, di descrizioni in cui l’autore non si sottrae dall’uso di colloquialismi e di irriverenti allusioni. La scrittura di B. Ryžij sa essere anche sofisticata, soprattutto quando esalta una sorta di metafisica della memoria, in cui i ricordi accanto alle malinconiche impressioni di un passato spesso appena accaduto appaiono come i veri protagonisti dei versi. Nell’ultima parte della raccolta, a partire dal 1999 sino al biennio finale 2000-2001, è evidente una fase discendente, sempre più depressiva, in cui interviene una sorta di ripetitività stilistica e tematica, e la sofferenza interiore, talvolta ossessiva, lascia sempre meno spazio ai momenti di luce di una poesia che esprime l’intensità drammatica del vissuto. In fin dei conti da questa raccolta non ricavo una idea molto diversa da quella formatasi con la selezione di testi per l’Einaudi. A questo punto sembra di aver detto tutto.
Ripongo le poesie di Ryžij sul tavolo. È ora di uscire. C’è una serata di poesia da non perdere: guarda caso, si esibiscono i giovani. Appuntamento al Borej-Art, alle ore 19. La città chiama, con i suoi incontri inattesi che si diluiscono nell’oltretempo delle notti bianche. Salto su una maršrutka. Borej-Art è un caffè situato in un seminterrato sul Litejnyj prospekt, quasi all’incrocio con il Nevskij. È uno dei punti di incontro dell’underground artistico e letterario di Pietroburgo, di quello odierno e ancor più di quello passato: non è certo un ritrovo giovanile come Puškinskaja-10 o come il Platforma, locale di recente apertura. Al Borej-Art ricordo in passato di aver fatto conoscenza con Boris Dyšlenko, autore di fantascienza, con il pittore-poeta Gavril’čik che esponeva la sua arte primitivista e di aver consumato con Sergej Stratanovskij il caffè più sovietico della mia vita, al costo di tre rubli. Oltre alle serate di poesia e di musica, capita di imbattersi in originali mostre di pittura, scultura e fotografia. Stravaganti e rari libricini, introvabili altrove, si trovano nella piccola libreria, inclusa nel locale e raggiungibile attraverso una sorta di basso cunicolo. Occhio alla testa!
Non ho preso ancora coscienza del fatto che non arriverò mai in tempo all’appuntamento. Il centro della città è impazzito, come accade sempre più spesso in questo periodo, con fiumi di folla che si accalcano sulle vie, all’incrocio delle quali si confonde il rimbombo delle casse tuonanti i suoni tecno, rap, rock, jazz e funky di giovani gruppi musicali: nonostante la lista, il rumore della popojka [sbornia collettiva] sembra il più connotante. Non resta che addentrarsi a piedi, sui marciapiedi sconnessi e vetrati con cocci di bottiglia, tra le grida euforiche e dissonanti del Nevskij già ubriaco. Ufficialmente la festa si chiama “Alye parusa” e coincide con quella che per noi sarebbe la festa della maturità (vypusknoj večer). Migliaia di giovani si congedano così dalle fatiche scolastiche.
Quando arrivo al Borej-Art sembrano dissolti anche i fumi della serata di poesia. Occasione persa. Ma devo rintracciare la giovane poetessa Alla Gorbunova e i suoi amici. Ha un libro per me. Con un sms mi indirizza nelle vicinanze, sempre sul Litejnyj. Li trovo. Sono una dozzina, radunati lontano dalla folla, nel silenzio in un cortile insolitamente verde e anonimo. Alla Gorbunova si avvicina, mi saluta e mi presenta agli altri. Che non si presentano tutti, impegnati nelle loro discussioni e nel passamano di birra. Ma riconosco alcuni volti della giovane poesia: tra cui Dar’ja Suchovej e Aleksandr Skidan. Poi ricevo il libro. Anche questo lo riconosco: ce l’ho già, è quello che profuma di colla fresca e giace sul tavolo sotto le poesie Boris Ryžij.
Stichi v Peterburge. XXI vek. Poetičeskaja antologija, mi era stato recapitato qualche giorno prima dalla curatrice Ljudmila Zubova. Ma non posso certo rifiutare, anzi, comincio a sfogliare l’indice. Il numero di poeti appare subito molto consistente, è degno di una grande antologia. Come spiegano i curatori nella breve introduzione sono settanta gli autori selezionati, di cui si riportano i testi usciti nel quinquennio di passaggio tra i due secoli e i due millenni: 1999-2004. Platforma, che sembra voglia accogliere l’eredità dell’affermato editore moscovita Ogi, ricrea così a Pietroburgo il binomio tra locale letterario e editoria. Era già accaduto, con un breve e circoscritto successo, alla Puškinskaja-10 e al Borej-Art. L’esperimento di Platforma per ora sembra stia riuscendo, ma siamo solo agli inizi. In programma dovrebbe esserci in un futuro prossimo una simile antologia anche per i poeti moscoviti, sempre curata da Kuricyn e forse anche da Zubova. Guarda caso, stavolta le capitali culturali della Russia imitano la provincia in fatto di antologie e non viceversa. E mi riferisco alla riflessione di Mauro Martini nell’introduzione della raccolta Einaudi, quando cita la Nestoličnaja literatura. Poėzija i prosa regionov Rossii [La letteratura al di fuori delle capitali. Poesia e prosa delle regioni delle Russia, 2001], edita da Novoe literaturnoe obozrenie, come esempio di affermazione autonoma di una letteratura diversa da Mosca e Pietroburgo.
In questa antologia pietroburghese non noto un tentativo di rigerarchizzazione, anzi la selezione appare piuttosto democratica e per questo espone il fianco a varie critiche. Leggo nomi più o meno giovani e noti, emersi dall’underground leningradese, di quella che abbiamo nominato con Galvagni “nuova” poesia: mi riferisco ad autori come Tamara Bukovskaja, Boris Grebenščikov, Michail Eremin, Arkadij Dragomoščenko, Nikolaj Kononov, Viktor Krivulin, Oleg Ochapkin, Vasilij Filippov, Aleksandr Mironov, Sergej Stratanovskij, Elena Švarc, lo stesso Aleksandr Skidan, ora seduto su una panchina e così via. Ma tra questi, senza alcun timore reverenziale, si accomodano i rappresentanti di quella che con Mauro Martini abbiamo invece nominato “nuovissima” poesia russa, cioè poeti giovanissimi, e cito giusto un paio di coloro che secondo me sono di maggiore talento: Timofej Životovskij e Alla Gorbunova. Per il resto, vedo molta nuovissima grafomania. Di Dar’ja Suchovej nemmeno l’ombra. E questo lascia riflettere. L’unica pietroburghese presente nella raccolta Einaudi non è presente nella più grande raccolta pietroburghese di poesie dell’ultimo decennio. Paradossi “da antologia”. Vero è che la critica non ha risparmiato i curatori Zubova e Kuricyn per le scelte dei testi e soprattutto per aver escluso alcuni autori, rendendo quindi fallito l’obiettivo di dare spazio e rappresentatività a tutte le voci poetiche della città. Mancano, oltre a D. Suchovej, giovani interessanti come F. Kirindas, i poeti della scuola di A. Kušner, e lo stesso Aleksandr Kušner, che sembra non abbia accettato il confronto con il variegato “popolo” della poesia pietroburghese.
Mentre sfoglio l’antologia, accanto a me siede un ragazzo di nome Bagdat Tumalaev, giornalista di professione e aspirante poeta del Dagestan, che pubblica solo su internet. Parlo con lui di Boris Ryžij e rimane letteralmente esterrefatto quando gli dico che è stato tradotto in Italia. Si affretta a darmi le sue coordinate e le sue poesie, magari spera di essere toccato dalla stessa sorte. Poi faccio conoscenza con l’ambiziosa poetessa Svetlana Bodrunova, molto attiva in internet e presente anche nell’antologia pietroburghese; viene dalla Bielorussia e da qualche anno studia in città. Voci di provincia che cercano ascolto in città. Ripenso così alle parole di Mauro Martini nell’introduzione alla sua antologia, quando distingue provincia e capitali, “grafomani locali e giovani speranze” per poi ridurli al massimo grado di parificazione e degerarchizzazione, grazie a internet, il (non)luogo virtuale che rende tutto visibile e accessibile e permette di “scavalcare il circuito editoriale cartaceo”. Ma qui, ora, in questo dvor della vecchia Pietroburgo, tutti questi aspetti che si mi si dipanano dinnanzi e poi mi siedono accanto, per un attimo svaniscono, reintegrati nella normalità del presente. Ora ho la possibilità di sottrarmi alle tecnologie della comunicazione poetica, per riassaporare il fascino dell’antica lettura dal vivo, il confronto diretto e non mediato da editoria e stampa virtuale… Fin quando il gruppo non si disgrega. Se ne vanno Skidan e Suchovej. Mentre A. Gorbunova a fatica nasconde l’entusiasmo del giudizio espresso su di lei da Elena Švarc, ma quando pronuncio quel nome, mi si presenta di fronte il volto sfatto di una ragazza che mostra infastidita la sua indifferenza. Ci presentiamo, lei è di Mosca, è venuta a esibirisi al Borej-Art. Riesco finalmente a capire il suo nome, biascicato con la sigaretta in bocca. “Marianna Gejde. – Piacere”. Mi regala alcuni fogli con su le sue poesie appena lette. Poi aggiunge: “tanto dimenticherai subito il mio nome…”.

 
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