N. Lugovskaja
Il diario di Nina
traduzione di E. Dundovich, cura e postfazione di E. Kostioukovitch, Frassinelli, Milano 2004
(Recensione di Ilaria Remonato)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 514-515
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Il volume presenta in traduzione italiana i quaderni di Nina Lugovskaja (1918-1993), riscoperti negli archivi di stato e “miracolosamente” arrivati sino a noi da un passato in cui dominava una sistematica falsificazione della conoscenza (si veda l’edizione originale Dnevnik Niny Lugovskoj, Moskva, 2004). Nina, adolescente nella Mosca degli anni Trenta, teneva un diario intimo che oggi rappresenta una singolare testimonianza della vita quotidiana all’epoca di Stalin (1932-1937). I contenuti del manoscritto si trasformeranno in capi di accusa, in una condanna a un lungo periodo di gulag presso il campo di Kolyma (la sentenza verrà revocata solo nel 1963), in cui saranno rinchiuse anche la madre, insegnante, e le due sorelle maggiori. La famiglia era già da tempo nel mirino della polizia politica sovietica a causa di alcune (presunte) attività sovversive del padre Sergej Rybin, costretto al confino.
La peculiarità dell’opera è legata all’intreccio continuo di due piani nella scrittura, quello della ”storia” – la testimonianza del terrore staliniano dall’interno, nei suoi aspetti più minuti e quindi paradossali – e quello della confessione autobiografica, di una profonda, lucida autoanalisi che spesso va ben oltre la semplice cronaca del quotidiano. La frequente sovrapposizione di questi due livelli del racconto rivela una sensibilità molto sviluppata nell’autrice, la capacità di “sentire” intensamente quanto le accadeva intorno, senza che il suo mondo interiore diventasse una “campana di vetro” asettica e rassicurante. Il clima di paura, sospetto, controllo poliziesco, repressione, emerge negli episodi più innocenti e in apparenza insignificanti della vita scolastica, suscitando nella ragazza allo stesso tempo reazioni di rabbia, sdegno e sgomento (si veda l’episodio dell’“interrogatorio” dal preside, pp. 268-269). Infatti, nonostante il rischio, nel diario non mancano svariate allusioni e invettive contro Stalin o i bolscevichi, spesso ritratti a tinte fosche: “perfino le scuole – il mondo dei bambini, che dovrebbe essere quello meno toccato dalla pesante influenza del potere dei «lavoratori» - non ne sono immuni. I bolscevichi in parte hanno ragione. Sono crudeli e barbari nella loro ferocia, ma dal loro punto di vista hanno ragione. In effetti, se non spaventassero i bambini sin dal principio, il loro potere se lo sognerebbero. Ci stanno educando per essere schiavi docili, distruggendo inesorabilmente ogni spirito di protesta. Ogni indizio di atteggiamento critico verso la realtà, ogni accenno alla libertà e all’indipendenza, è punito severamente. E i bolscevichi raggiungono il loro scopo. Hanno ucciso per sempre quello spirito di protesta che mormorava sordo nel profondo, nell’animo di tanti. E in coloro in cui gridava forte e aperto, in costoro l’hanno così schiacciato che non si solleverà mai più” (p. 267).
Fra i meandri della narrazione affiorano inoltre gli echi della massiccia retorica trionfalistica del regime in occasione di determinati avvenimenti sbandierati come “collettivi”, ad esempio la sfortunata impresa dell’Osoaviachim (pp. 116-117) e il salvataggio della nave Čeljuskin (pp. 144-146) nel 1934. La partecipazione emotiva di Nina, che in alcuni casi condivide con slancio l’entusiasmo circostante, non si discosta mai dal rispetto per la singola vita umana, da una profonda costernazione nel vederla calpestata, da uno spirito critico sorprendente per l’età e soprattutto per la situazione in cui viveva. Sulla repressione seguita all’assassinio di Kirov scrive parole dure e inequivocabili: “è difficile credere che nel Ventesimo secolo ci sia un angolo d’Europa dove i barbari medievali sono riusciti a stabilirsi; dove idee primitive convivono in maniera singolare con la scienza, l’arte e la cultura. Prima ancora dell’inizio dell’indagine, prima di sapere di che organizzazione di trattava, più di cento ex Guardie Bianche sono state uccise solo perché, in quanto tali, per loro sfortuna si trovavano in territorio sovietico” (p. 248).
Nel diario si parla anche della tragica carestia in Ucraina, seguita alla collettivizzazione forzata, aprendo spiragli sull’orrore strisciante, su quanto trapelava fra la gente comune al di là del silenzio imposto dall’alto: “strane cose accadono in Russia. Fame, cannibalismo… La gente che arriva dalla provincia racconta molti fatti. Narrano che non fanno in tempo a raccogliere i cadaveri nelle strade, che le città di provincia sono piene di affamati, di contadini laceri. Ovunque orribili ruberie e banditismo. E l’Ucraina? La fertile, vasta Ucraina… Che cosa ne è stato? Nessuno la riconosce più. È steppa morta e silenziosa […] Qua e là si intravedono villaggi morti, vuoti. Tutti gli uomini sono scappati. Caparbiamente e senza sosta i fuggiaschi affluiscono nelle grandi città. Più di una volta li hanno cacciati indietro, interi lunghi convogli condannarti a morte sicura” (pp. 85-86).
L’ingiustizia, i soprusi e la sofferenza legati alle vicende del padre, al suo vagabondare angoscioso da fuggiasco tra Mosca e il confino, si mescolano inestricabilmente alle emozioni della ragazza, al suo rapporto difficile e controverso con la figura paterna.
Sul piano intimo, la scrittura di Nina si fa espressione di diversi stati d’animo individuali (paura, angoscia, gioia, passione), di sentimenti e desideri reconditi. La confessione procede a tutto campo, esplicitando anche gli aspetti più scomodi e contraddittori, come il suo sentirsi brutta e snobbata a causa dello strabismo, l’attrazione per i ragazzi, le speranze d’amore per il futuro. Ciò che colpisce è l’alto livello di consapevolezza della ragazza, il suo approccio alla realtà ricco di sfaccettature, che a tratti sembra avere poco in comune con l’estremismo adolescenziale; in ogni pagina si respira, inoltre, un intenso bisogno di autonomia di pensiero e libertà di parola.
Talvolta nel racconto in prima persona compaiono considerazioni di carattere metaletterario, in cui l’autrice appare conscia non solo della potenziale natura finzionale del testo, ma anche della sua importanza come documento di vita vissuta, in grado di fissare sulla carta le immagini e i ricordi più cari. Da un lato Nina si chiede come la valuteranno immaginari lettori, ai quali talvolta si rivolge persino direttamente (“non ridete, per favore”, p. 72), dall’altro parla a più riprese del suo sogno segreto di diventare scrittrice, e del timore di non averne il talento. Si tratta di un’aspirazione che rimarrà inappagata nella sua vita, segnata a fondo dall’esperienza del gulag; la scrittura del diario, a ogni modo, appare indubbiamente ricca di fascino letterario, capace di cogliere le sfumature delle persone e delle situazioni. Accanto a sensazioni tipicamente adolescenziali e a una vivace ridda di amici, figure ed eventi significativi, il trait d’union del testo è l’analisi costante dei caratteri, delle scelte e dei valori di fondo, in una continua ricerca di se stessi che apre interrogativi di ampia portata. Ci sfilano sotto gli occhi l’inquietudine e l’insoddisfazione quotidiane, la scuola vissuta a tratti come prigione monotona e opprimente, il desiderio di crescere, di sentirsi libera, l’amore per la letteratura e le arti: “avevo solo voglia di ridere e di divertirmi, finalmente un po’ di tregua da me stessa, dalla mia secolare solitudine” (p. 242).
Fra le righe, sempre in limine fra consapevolezza e desiderio celato, emerge inoltre un profondo anelito verso la bellezza, in tutte le sue manifestazioni. L’analisi interiore appare quindi la chiave emotiva e interpretativa dell’intero manoscritto, trasformato nell’edizione italiana in un’opera interessante anche per i ricchi e puntuali apparati critici (la prefazione di V. Strada, l’introduzione di N. Perova, la cura e la postfazione di E. Kostiukovič), che offrono informazioni preziose e documentate sia sull’autrice, sia sul testo, allo scopo di collocarlo meglio nel clima storico-culturale del periodo. Le note, in particolare, rappresentano delle aperture su oggetti, nomi ed eventi del periodo e contribuiscono a rievocarlo vividamente, completando le qualità descrittive della prosa.
Un altro dettaglio interessante è costituito dalle sottolineature dal dossier Kgb, mantenute nella traduzione, che ci permettono, con una curiosa operazione retrospettiva, di leggere il testo attraverso i loro occhi. Soffermandosi su questi brani del diario si tocca ancor più il coraggio e l’autonomia spirituale di Nina, e allo stesso tempo l’insensatezza, la spaventosa involuzione di un potere che divorava i suoi stessi figli, cancellando ogni minimo spazio di critica, ogni spiraglio di umanità.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli