O. Figes
La danza di Nataša. Storia della cultura russa (XVIII-XX secolo)
traduzione dall’inglese di Mario Marchetti, Einaudi, Torino 2004
(Recensione di Ilaria Remonato)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 283-285
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La monografia di Figes esprime già nel titolo, con l’allusione a un’intensa scena di Guerra e Pace, la sua intentio di fondo, il particolare angolo di osservazione da cui viene ricostruita la storia della cultura russa. Nel brano a cui si fa riferimento, infatti, la contessina Nataša Rostova si lascia andare, su invito dello zio, ai ritmi per lei inusuali di una tipica danza contadina e ne esegue con grazia istintiva i movimenti: cosa rende Nataša capace di afferrare tanto istintivamente il ritmo della danza? Come può entrare con tanta facilità nella cultura contadina dalla quale, per classe sociale e educazione, è così lontana? Dobbiamo pensare, come ci invita a fare Tolstoj in questa scena romantica, che una nazione come la Russia può essere legata dai fili invisibili di una sensibilità nativa? Questa domanda ci conduce al cuore del libro, che vuole essere una storia culturale (p. XIV).
L’impostazione estremamente attuale dell’opera si nota prima di tutto nella concezione di “storia” che propone: non un mero elenco cronologico, una fitta carrellata di informazioni, nomi, date ma, coerentemente con le teorie e le tendenze contemporanee, un affresco vivido, affascinante e “a tutto campo”. Si mira a fornire interpretazioni dei fenomeni attraverso ragionamenti sulle cause e gli effetti, a partire anche dalle vicende e dalle scelte di personaggi più o meno noti: la struttura del testo si distingue per l’attenzione costante ai rapporti complessi fra i vari tasselli del mosaico culturale. Sin dall’inizio la cultura russa è presentata in un’ottica non scontata o stereotipata e pervade in tutta la sua eterogeneità la narrazione storica: la scrittura non si accontenta, infatti, di esporre gli eventi culturali, bensì tende a “scavare” fra questi, componendo, a poco a poco, una rete di tradizioni, usi e costumi popolari, letteratura, religione e chiesa, musica e arte. I mille rivoli della cultura russa vengono così ricreati nei loro elementi chiave, nei dettagli significativi che legano la vita quotidiana di persone comuni alle letture proposte dalle classi colte: è un intreccio che lascia intravedere i risvolti meno immediati delle correnti di pensiero, il respiro profondo della Russia. Emerge una visione ad ampio raggio di “cultura”, (un concetto “esploso” e omnipervasivo nel dibattito odierno), che comprende l’artigianato, la danza, il teatro, le arti visive, la musica mettendone in luce le radici e le influenze reciproche, attraverso alcune personalità di rilievo nei vari ambiti.
I singoli capitoli si articolano secondo un percorso diacronico attorno a dei personaggi emblematici, ma allo stesso tempo si presentano come tematici, leggibili anche singolarmente, dato che forniscono una panoramica accurata dei fenomeni descritti. La scorrevolezza dello stile avvince il lettore, collegando avvenimenti e riflessioni, evocando un quadro armonico in cui “tout se tient” e imprimendolo nella memoria con la forza di suggestione di un’opera narrativa. I contenuti, la ricchezza dei riferimenti e delle fonti bibliografiche-archivistiche lo rendono inoltre una risorsa utile per approfondimenti relativi a determinati periodi, sia da un punto di vista diacronico che sincronico.
Il primo capitolo, dedicato al macro-tema dei rapporti della Russia con l’Europa, ripercorre le suggestioni legate all’edificazione “ex nilo” di Pietroburgo agli albori del XVIII secolo, anche attraverso le opere letterarie che hanno contribuito a crearne il mito. Seguiamo il filo rosso della ricezione russa della cultura europea nei meandri dei canali e dei viali, dei palazzi e delle casate nobiliari più illustri dell’epoca petrina: fra queste gli Šeremetev, il cui palazzo (Fontannyj Dom, “casa della Fontana”) costituisce una finestra attraverso la quale ricostruire le abitudini, la mentalità, le contraddizioni del tempo. Sullo sfondo della profonda dicotomia rispetto a Mosca e ai valori religiosi della civiltà della Moscovia ci sfilano davanti, con dovizia di particolari, le volontà e i decreti imperiosi di Pietro il Grande, i balli e i banchetti, i rendiconti delle spese e dell’abbigliamento, i cibi e le bevande dei nobili pietroburghesi. Assieme alle vicende degli Argunov (servi degli Šeremetev nonchè abili artigiani e artisti) ci viene delineato il fiorire delle arti, dei primi teatri (Ostankino), i rapporti talvolta ambigui e contraddittori fra le classi sociali. A livello generale si colgono la complessità e la profondità dei legami della cultura russa con quella europea, la molteplicità di istanze che permeavano l’atmosfera settecentesca e che si riflettono tutt’ora nel profilo urbanistico della città; si tratta di un sentire comune che affiora sottilmente fra le righe di poesie, diari e lettere dell’epoca.
Col secondo capitolo, “I figli del 1812”, si esplora un periodo cruciale della storia della cultura russa, quello dell’invasione napoleonica, che costituisce il nucleo da cui si dipana, a cerchi concentrici, l’esposizione. Attraverso le vicende alterne della famiglia Volkonskij, (dal prestigio e dai rapporti d’eccezione con lo zar sino all’esilio in Siberia) vengono messe in luce le profonde differenze fra la generazione dei padri e quella dei figli, la rivolta contro “l’etica di servizio” che dominava la cultura e la mentalità settecentesche e il desiderio recondito di una maggiore conoscenza delle proprie radici “russe”. Viene evocato con ricchezza di particolari il clima culturale in cui sbocciano l’arte di Puškin e le idee dei Decabristi, con il culto dell’amicizia, la sete di riscoperta del proprio patrimonio nazionale, la tendenza a una “russificazione” delle abitudini e dei costumi sentita come riappropriazione della propria identità profonda. La musica, la pittura di ispirazione contadina, i motivi del primo Gogol’ e di Karamzin, pur nelle loro singole peculiarità, affondano allo stesso modo le radici nello “spartiacque culturale” della guerra del 1812, ci sono presentati come riflessi dello stesso prisma, da cui escono, scomposti, i rapporti personali e familiari, le convenzioni sociali e gli ideali di riferimento.
Nel terzo capitolo il motivo dominante è legato alla città di Mosca, che viene introdotta dallo sguardo e dai commenti di Napoleone, nemico e conquistatore, ma, allo stesso tempo, affascinato dalla sua bellezza. Si ricostruiscono così, diacronicamente, le tappe salienti della storia culturale e urbanistica della città, dalla sua ascesa medievale al regime sovietico, partendo dal ruolo fondamentale della religione, dall’epoca di Ivan il Terribile in poi. Viene ricostruita l’immagine tradizionale di “grande villaggio” tipicamente russo rispetto alla “regalità” europea di San Pietroburgo, si descrivono gli usi e costumi degli abitanti e il loro evolversi di pari passo alle tragiche vicende storiche. Attraverso le immagini affascinanti di alcune opere letterarie che ne celebrano le sfaccettature, emerge l’indole sorniona, “semiorientale” di Mosca, capitale gastronomica del paese, dedita ai piaceri e agli svaghi: il culto dei banchetti e del bere, del cibo raffinato ed esotico, della vita notturna connotano il modus vivendi moscovita. In quest’atmosfera si fa strada una musica nuova, di forte impatto, quella di Musorgskij, di Borodin e Balakirev, i kučkisty, di cui seguiamo in dettaglio le vicende artistiche e umane nel prosieguo del XIX secolo. L’importanza di Stasov e di una figura come Savva Mamontov (mecenate e a sua volta artista), viene collegata alla tendenza generale al recupero di motivi nazionali, di figure dal foklore e dalla storia russi, come Boris Godunov, soggetto a cui si ispirano varie opere.
Il quarto capitolo, dall’emblematico titolo “Il matrimonio contadino”, esplora il complesso tema della vita e della cultura popolare contadina, e della sua ricezione in alcuni casi idealizzata, artistica, da parte di illustri esponenti dell’intellighenzia nella seconda metà del XIX secolo. Vengono delineati i rapporti fra i fenomeni culturali e le personalità più significative del periodo, fra cui viene dato spazio in particolare al populismo, alla pittura di Repin, alla scrittura di Tolstoj e Turgenev, alla “questione morale” posta dal sistema iniquo di servaggio. La ricostruzione del matrimonio contadino rappresenta il nucleo da cui si diparte la narrazione di tradizioni e rituali del popolo, ma anche delle durissime condizioni di vita nelle campagne, a confronto con la vita dei nobili (il matrimonio di Kitty e Levin in Anna Karenina).
Col quinto capitolo Figes ci conduce “Alla ricerca dell’anima russa”: il motivo centrale è legato alla religione ortodossa, ai suoi riti e valori profondi, al ruolo storico-culturale emblematico dei monasteri attraverso i secoli, Optina Pustyn’ su tutti, con cui si apre e si chiude la narrazione. Viene messa in rilievo la forte presenza di istanze religiose nelle opere letterarie, musicali, pittoriche più importanti (Gogol’, Tolstoj e Dostoevskij), con i dubbi e il travaglio spirituale che caratterizzano lo spirito russo. Si tratta di un itinerario che tocca molteplici aspetti della civiltà russa, di cui la religiosità, la ricerca spirituale e morale sono sicuramente componenti di assoluto rilievo a tutt’oggi, con scissioni e movimenti settari perseguitati in varie epoche, alla ricerca di un cristianesimo più autentico, più “vero”.
Il sesto capitolo è dedicato al tema dell’influenza asiatica nella cultura russa, con le commistioni profonde a livello artistico (Kandinskij), linguistico, sociale, dato che molte famiglie russe avevano origini mongole (si pensi ad esempio ai cognomi Turgenev, Bulgakov e Godunov). Con un balzo indietro nel tempo si traccia la storia della dominazione tatara e dei rapporti reciproci fra le due culture, delle tracce rimaste e semicelate dallo scorrere dei secoli, ma ben presenti nella sensibilità e nelle tradizioni popolari russe: dagli sciamani agli jurodivye [folli in Cristo], alle suggestioni pittoresche del Caucaso, che furono motivi ispiratori in varie epoche (Lermontov, Balakirev). I contrasti fra queste tendenze filo asiatiche e gli slavofili nazionalisti connotano la scena culturale del tardo Ottocento, sui quali spicca la figura di Čechov, che si distingue sullo sfondo dell’epoca. La “paura patologica” della steppa asiatica continua a serpeggiare nella cultura e nella coscienza russe sino al XX secolo, come testimonia Pietroburgo di A. Belyj (1913) e, con una visione opposta, l’opera di Blok.
Con il settimo capitolo la cultura russa viene osservata, come suggerisce il titolo, “attraverso la lente sovietica”, seguendo le vicende umane e artistiche della poetessa Achmatova nella casa della Fontana, i cambiamenti nella vita quotidiana, la costruzione dell’“uomo sovietico” e via via gli eventi sempre più tragici e sinistri dell’era staliniana. Gli avvenimenti e le scelte culturali imposte, il clima opprimente, il terrore e l’umiliazione in cui erano relegate le classi colte vengono spiegati dall’interno, con dovizia di dettagli e testimonianze, con uno sguardo arricchito dalle scoperte e acquisizioni storiografiche più recenti. Ampio spazio è dedicato al teatro e alla cinematografia (Mejerchol’d e Ejzenštejn), alla musica e alla poesia, alla figura di Stalin in rapporto alla vita culturale e all’evolversi di istanze e correnti artistiche sempre più aride e impostate, che sostenevano ideologicamente il regime.
L’ottavo capitolo, che idealmente rappresenta la chiusura dell’itinerario storico-culturale e la proiezione verso il presente, è dedicato alla rievocazione della “Russia esule”, con le correnti, le personalità, le idee e le contraddizioni degli emigrati, scappati in seguito alla Rivoluzione d’ottobre e alla creazione dell’Unione sovietica. Seguiamo le vicende dei “Bianchi” esuli, la nostalgia, i rapporti complessi con la madrepatria, le fughe e gli spostamenti tra Europa e America, le difficoltà e i ritorni, spesso tragici (Cvetaeva). I motivi dominanti delle opere artistiche nate nell’emigrazione sono spesso strettamente legati alla complessità della situazione storica e vengono collocati alle radici del sentire dell’esule, anche al di là delle differenze dei singoli. Si tratta di un percorso ricco di spunti e contraddizioni, di viaggi e solitudine, di integrazione e isolamento, di incontri a volte mancati e di silenzi nel dipanarsi del XX secolo.

 
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