Diamanti della notte. Il cinema di Jan Němec
a cura di Paolo Vecchi, Edizioni Lindau, Torino 2003
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 321-322
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La pubblicazione in questione, legata a una retrospettiva della XV edizione dell’Alpe Adria Cinema di Trieste, vuole mettere in luce un cineasta ceco che ha avuto la (s)fortuna di debuttare nei “favolosi” anni ’60, in quel clima del tutto particolare nel quale mossero i primi passi registi, come Menzel, Passer, Chytilová e Forman, che vengono convenzionalmente ricompresi sotto l’ombrello della Nova vlna, termine riconducibile, anche dal punto di vista semantico, alla Nouvelle Vague francese. Anche se, a dire il vero, nelle cinematografie e, più in generale, nelle culture del Patto di Varsavia, più che la Nouvelle Vague poté il celebre XX congresso del PCUS e le effimere e brevi aperture della stagione del “disgelo”. Dichiara a proposito Němec nella lunga intervista a cura di Paolo Vecchi e Massimo Tria: “Tutto ciò che chiamiamo Nova vlna è intimamente collegato con l’atmosfera di quell’epoca: eravamo sì in un regime comunista, che costituiva una tremenda inibizione e forza di repressione, ma che poi smise di essere così dogmatico come prima e lasciò, per così dire, le porte parzialmente aperte alla cultura”. Al 1964 risale il primo lungometraggio, capolavoro del cineasta ceco, Démanty noci. Due anni dopo uscì O slavnosti a hosteh, film che venne censurato. Con l’agosto del ’68 le porte, per dirla con Němec, si chiusero per oltre venti anni, nei quali il cineasta ceco fu costretto a espatriare e a lavorare all’estero. Debuttare in un periodo così fecondo, ma già prossimo alla cesura dell’invasione sovietica, in pratica ha deciso buona parte della (s)fortuna di un autore, immeritatamente rimasto sempre nell’ombra, come sottolinea anche Paolo Vecchi nel suo articolo “Una breve festa e alcuni invitati”. Rivedendoli oggi, si capisce il motivo per cui i suoi film e la sua fama non ha mai raggiunto il grande pubblico.
I due film citati rivelano uno stile personalissimo e raffinato, per molti versi legato al periodo storico particolare nel quale furono concepiti. Il tratto che li accomuna, a mio avviso, è la sospensione del tempo. Abilmente l’autore evita di dare precisi punti di riferimento cronologici. In questo strano cronotopo volutamente indeterminato l’autore sembra raccontare una “vicenda esemplare”, nella quale vengono messi a nudo alcuni meccanismi elementari del potere e del comportamento umano. In Démanty noci il montaggio alternato delle scene ambientate nel bosco e quelle ambientate in città, nelle quali la fuga dei protagonisti assume un aspetto allucinato e visionario, serve per sottolineare il senso surreale e, nello stesso tempo, universale della vicenda narrata. Allo stesso modo la scena degli anziani cacciatori tedeschi, probabilmente ex-soldati, che festeggiano dopo avere catturato i due fuggiaschi, potrebbe essere ambientata in uno dei tanti “teatri di guerra” di questi ultimi anni. Tuttavia questo linguaggio raffinato e allusivo, che Němec porta con O slavnosti a hosteh alla sua massima espressione artistica, ovviamente era legato a un periodo storico e a un contesto geo-politico particolare, nel quale la censura aveva diritto di vita o di morte per qualsiasi espressione artistica.
Dopo l’invasione, Němec fu costretto a espatriare. Ancora una volta il suo cinema è risultato “fuoriluogo” nel contesto del cinema “occidentale”. Avendo scelto di rimanere fedele alla sua poetica, la sua produzione nei lunghi anni di “soggiorno” all’estero si limita a un singolo episodio, ovvero la trasposizione cinematografica de La metamorfosi, del 1975 , prodotto in Germania, che peraltro non riscosse un grande successo. Nel 1989, dopo la rivoluzione di velluto, il regista decide immediatamente di tornare in patria. Come giustamente scrive Tereza Brdečková nell’articolo “Jan Němec e la sua epoca”: “Dopo la rivoluzione di Velluto, nel 1989, tutti si aspettavano che la Cecoslovacchia diventasse il paradiso della cultura, giacché il presidente Václav Havel era un drammaturgo e in parlamento sedevano i più famosi musicisti e scrittori nel ruolo di deputati. Ma il paradiso non ci fu. Scomparso il nemico, scomparve anche la necessità di un’arma. La società ceca contemporanea non ha l’impressione che sia necessario coltivare e sostenere in qualche modo la propria cultura”. Ancora una volta nel posto sbagliato, come dimostra la tiepida accoglienza riservata in patria al suo primo lavoro dopo il ritorno, il lungometraggio V žáru Královské lásky, libera versione dello splendido e poco noto (ovviamente al grande pubblico) romanzo di Klima I dolori del principe di Sternenhoch. Il lungometraggio sperimentale Noční hovory s matkou del 2001, uno dei più personali e intimi film di Němec, è la migliore dimostrazione che la libertà creativa può essere mantenuta integra solo grazie a un’assoluta fedeltà alla proprie idee e al proprio strano destino. Vale la pena citare l’episodio più curioso raccontato dal regista nella lunga intervista: mentre era in viaggio con una Fiat 1300 per un festival che si svolgeva ad Amsterdam, la macchina si ruppe lungo la strada in Germania. Il regista allora fu costretto a girare in tutta fretta un cortometraggio in Olanda per ottenere i soldi necessari a riparare la macchina e tornare in patria facendosi dettare per telefono il soggetto e la sceneggiatura (mi riferisco a Mutter und sohn del 1967).
La pubblicazione in questione, unitamente alla rassegna del festival di Trieste, rappresenta quindi un giusto risarcimento per un cineasta maltrattato dalla sorte, ma che nella libera espressione artistica ha trovato la sua migliore rivincita, e che certamente meriterebbe una maggiore attenzione.

 
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