Borislav Pekić
Il tempo dei miracoli
Fanucci, Roma 2004
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 196-197
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Dopo quasi quaranta anni dalla sua pubblicazione (1965) e a quasi trenta dalla prima traduzione inglese (The time of miracles: A legend, New York 1976) Vreme čuda, uno dei più straordinari debutti della letteratura serba del dopoguerra, arriva finalmente in Italia. Di Borislav Pekić era stato pubblicato nel 1992 Come placare il vampiro (Kako upokojiti vampira, Belgrado 1977) per i tipi della De Martinis & C. di Messina, in una edizione ormai da tempo introvabile (sempre che sia mai stata reperibile in libreria). Possiamo dire che con l'edizione de Il tempo dei miracoli si affaccia nelle nostre librerie uno degli autori più fecondi, e probabilmente non solo delle lettere serbe. L'edizione del 1984 delle sue opere scelte Odabrana dela Borislava Pekića contava ben dodici volumi, e da allora fino alla sua scomparsa, avvenuta nel 1992, ha pubblicato altri nove libri (senza contare altre nove pièce teatrali e diverse sceneggiature).
Nella sterminata produzione dell'autore, Vreme čuda rappresenta un episodio del tutto particolare. Pekić, nato a Podgorica, in Montenegro, nel 1930, ma vissuto dal 1944 a Belgrado, aveva allora trentacinque anni. A diciotto anni era stato arrestato in quanto membro del partito illegale Gioventù Democratica Jugoslava e condannato a quindici anni di carcere. Anche se fortunatamente ne sconterà solo cinque, questa esperienza segnerà la sua vita in modo indelebile.
Negli anni di detenzione, nei quali contrarrà una tubercolosi che minerà seriamente la sua salute, comincia a scrivere con mezzi di fortuna, buttando giù appunti che poi utilizzerà nelle opere degli anni successivi. Nel 1953 viene graziato e può uscire dal carcere, negli anni successivi studia psicologia sperimentale presso la Facoltà di Filosofia dell'Università di Belgrado. Nel 1958 interrompe gli studi, si sposa e comincia a lavorare come sceneggiatore (il film Dan četernaesti, basato su una sua sceneggiatura, rappresenterà la Jugoslavia al festival di Cannes).
A quattro anni dopo (1965) risale il suo debutto letterario, avvenuto anch'esso in circostanze del tutto particolari: sei mesi prima era stato ricoverato, gravemente malato di tubercolosi. Dimesso dall'ospedale, aveva dovuto constatare che questa volta erano le sue condizioni materiali ed economiche ad essere notevolmente peggiorate.
La pubblicazione di Vreme čuda rappresentò un punto di rottura e di svolta per le lettere serbe e jugoslave. Pochi anni prima, nel 1962, aveva debuttato Danilo Kiš con due brevi romanzi Mansarda e Psalam 44 e, nello stesso anno del debutto di Pekić, Kiš aveva pubblicato Basta, pepeo (Giardino, cenere, Milano 1986), considerato unanimemente uno dei suoi lavori migliori. I due scrittori guidarono, negli anni Sessanta, il romanzo serbo oltre le pastoie del realismo convenzionale, legato prevalentemente alle vicende belliche, mettendo a frutto gli orientamenti e i fermenti del nouveau roman e l'esempio di Borges. Ma Vreme čuda, è in realtà molto più di un geniale romanzo di sperimentazione e del geniale debutto di un grafomane slavo. Oggi, senza dubbio, può e deve essere considerato un vero e proprio classico.
L'opera in questione è una riscrittura delle narrazioni dei Vangeli, rielaborati e rivisitati partendo da un punto di vista diverso rispetto a quello dell'originale. Ciò, ovviamente, non rappresenta in sé una novità assoluta. Naturalmente tornano subito alla mente i capitoli inseriti da Michail Bulgakov ne Il Maestro e Margherita, nei quali la vicenda della Passione viene ripercorsa dal punto di vista di Pilato. Alcuni temi di Vreme čuda vengono ripresi nel meno noto lavoro del bulgaro Emilijan Stanev Lazar i Isus del 1977 (Lazzaro e Gesù, in italiano pubblicato in Lazzaro e Gesù e altre storie, Roma 1997). Nel fantasioso ritratto di Giuda, che convincerebbe un incerto e pavido Gesù a portare la sua missione fino in fondo, evidenti sono i richiami di Pekić al romanzo del 1955 del greco Kazantzakis O teleutaios peirasmos (L'ultima tentazione, Milano 1987), che suscitò scandalo sia in Grecia che all'estero e valse all'autore una scomunica da parte della chiesa ortodossa (è il romanzo dal quale Scorsese ha tratto nel 1988 il film The last temptation of Christ). Allo stesso modo ci torna in mente la dostoevskiana {\em Leggenda del grande inquisitore}, che rappresenta forse uno dei più illustri esempi di para-apocrifo in chiave polemica.
Certamente non sarà un caso il fatto che tutti gli autori citati appartengano a paesi di religione ortodossa. La lunga persistenza del "medioevo" e i troppo deboli bagliori dell'illuminismo hanno creato le condizioni per una persistenza, nei canoni delle letterature di quei paesi, di elementi legati al mondo ecclesiastico e alle sacre scritture. Non è da escludere, anche nel caso di Vreme čuda, un influsso degli "apocrifi popolari", ovvero di quelle narrazioni apocrife tramandate oralmente, nelle quali le narrazioni venivano arricchite da una infinità di varianti e di dettagli. Queste narrazioni, assimilabili alle leggende popolari, si caratterizzavano per il carattere parodistico e per il loro prevalente tono ironico.
Nella critica prevale la lettura di Vreme čuda in chiave politica, come un manifesto di uno scetticismo e di un antidogmatismo nei confronti dell'utopia comunista. La radicale distorsione dei miti biblici, e in particolare il ritratto di Giuda, severo custode ed esecutore di una ortodossia ideologica, spesso paragonato dai critici a un commissario politico bolscevico, viene solitamente ricollegato alle posizioni politiche di Pekić, che continuò ad avere problemi con il regime e al quale, quando nel 1970 andò a Londra, fu vietato di tornare in patria.
Attualmente, quando la parabola del comunismo jugoslavo e di un intero paese è terminata, senza smentire l'interpretazione corrente in chiave politica, si potrebbe azzardare un'interpretazione parallela in chiave ``locale'', ovvero balcanica. Rileggendo oggi Vreme čuda, il paragone tra la tragedia jugoslava e la Passione, così come viene narrata da Pekić, ovvero come l'approssimarsi della tragedia annunciata che si deve compiere, si rivela illuminante. Allo stesso modo la "festosa epifania della tragedia", la compiaciuta ed esuberante prosa di questa opera fa tornare in mente il film di Kusturica Underground.
L'ottima traduzione di Alice Parmeggiani ci restituisce un vero e proprio classico che, in quanto tale, può essere reinterpretato in modo diverso per ogni epoca. La qualità della lingua, che la traduttrice rende in tutta la sua fastosa ricchezza, è straordinaria. Pekić è un maestro nel combinare i registri alto e basso, il sublime con il triviale. Col gusto del paradosso l'autore, in alcune pagine, raggiunge l'apice del grottesco. La sua è una ironia raffinata, caustica e altamente corrosiva (l'esperienza dei cinque anni di carcere sono pur serviti a qualcosa!). Vreme čuda, lettura certamente sconsigliata ai "fondamentalisti" e ai fedeli di qualsiasi "ortodossia", per le persone dotate di intelligenza e spirito, al contrario, è un vero piacere da gustare a piccoli bocconi. Provare per credere.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli