David Albahari
Il buio
traduzione di A. Fonseca, Besa editrice, Lecce 2003
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 193-194
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Dopo la raccolta di racconti La morte di Ruben Rubenović, pubblicato nel 1989 dalla Hefti edizioni di Milano, compare in Italia questo secondo volume, nel catalogo della Besa editrice, coraggioso editore di Nardò, paese in provincia di Lecce, che presta particolare attenzione alle letterature dei Balcani e a quei paesi di recente emersi dagli smottamenti provocati dall'onda d'urto del crollo del Muro di Berlino (come ad esempio l'Ucraina).
Albahari quindi è un autore che è arrivato in Italia grazie all'ondata di attenzione mediatica verso l'ex-Jugoslavia, ovviamente legata alle note e tragiche vicende che hanno colpito quel paese. Nato a Peć (Kossovo) nel 1948, Albahari è cresciuto a Zemun, oggi sobborgo di Belgrado sul Danubio, da dove era partito un secolo prima il fondatore dell'idea sionista Thodor Herzl. In comune con quest'ultimo sono le radici ebraiche di Albahari, che rappresentano una componente importante della sua creazione letteraria.
Il suo debutto letterario risale al 1973 con la raccolta di racconti Porodično vreme [Tempo di famiglia], a cui seguono gli Obične priče [Racconti comuni] del 1978 e, nello stesso anno, il romanzo Sudija Dimitrijevič [Il giudice Dimitrijevič]. Al 1982 risale la raccolta di racconti Opis smrti [Descrizione della morte] tradotto in italiano come La morte di Ruben Rubenović, per la quale l'autore ricevette il prestigioso Premio Ivo Andrić. Per arrivare in Italia ci sono voluti quindi diciassette anni e una guerra. Nel frattempo Albahari ha pubblicato tre romanzi, Cink [Zinco, 1988] Kratka knjiga [Un breve libro, 1993], Snezni čovek [L'uomo delle nevi, 1995] e le raccolte di racconti Fraš u šupi [Convulsioni nel magazzino, 1984) Jednostavnost [Semplicità, 1988], Pelerina [La mantellina, 1993, Premio Stanislav Vinaver].
Il romanzo in questione, Mrak, è stato pubblicato nel 1997, tre anni dopo che lo scrittore si era trasferito in Canada, dove attualmente risiede. Il confronto tra i due libri tradotti in italiano può essere utile per mettere in evidenza il percorso artistico compiuto dall'autore. Tra i due lavori ci sono quindici anni e una guerra che ha lasciato ovviamente un'impronta indelebile nella coscienza dello scrittore. La morte di Ruben Rubenović è una raccolta di racconti incentrata su una famiglia ebraica di Zemun nella quale domina un ludico spirito post-modernista all'ombra di grandissimi padri come Kafka o Bruno Schulz.
Ne Il buio i toni sono decisamente più tragici e cupi. L'autore abbandona risolutamente gli "esperimenti'' e gli espedienti narrativi per affrontare di petto il dramma jugoslavo. Il lettore percepisce fin dalle prime pagine una grande onestà: l'autore racconta le tragedie del suo paese esclusivamente dal suo punto di vista di scrittore-personaggio, il quale si trova ad affrontare suo malgrado un dramma dal quale vorrebbe fuggire. I chiari riferimenti autobiografici rendono forse ancora più credibile questo libro, scritto, questo va sottolineato, con grande mestiere.
Nelle prime pagine assistiamo alla cronaca della vita dello scrittore-autore-personaggio, un intellettuale noto e affermato che frequenta i salotti letterari e i ricevimenti all'ambasciata americana. Una vita piuttosto agiata e comoda, nei limiti di quanto era possibile negli ultimi anni di esistenza della Jugoslavia. Un episodio apparentemente banale segna l'inizio di un impercettibile cambiamento: qualcuno lascia alla reception dell'albergo dove alloggia il protagonista del romanzo una busta con dentro una foglia di un albero di ginko di Zemun al quale sono legati alcuni suoi ricordi dell'adolescenza, e in particolare quello di un suo amore, Metka, in seguito andata sposa al suo caro amico Slavko, gallerista di Belgrado.
La vicenda è scandita dall'orologio che segna l'approssimarsi della tragedia. Siamo nel 1990, quando i delegati sloveni abbandonano il congresso della Lega dei Comunisti. Il titolo del libro è tratto da un episodio che assume il significato di una metafora dell'imminente tragedia: Slavko racconta di avere visitato una mostra ad Amsterdam nella quale vi era una installazione: "Nella sala della mostra vera e propria poteva entrare un solo visitatore per volta [...] Ogni visitatore doveva attraversare prima un piccolo corridoio buio che finiva con due porte: doveva chiudere la prima per poter aprire la seconda; in questo modo si impediva il passaggio della luce; tre linee fluorescenti agevolavano l'orientamento. Dopo, il visitatore si trovava in un'altra sala della galleria, completamente buia, nella quale senza alcun preavviso, passava un tempo abbastanza lungo, immerso tra due acuti sibili elettronici [...] In questo intervallo di tempo bisognava trovare il maggior numero di oggetti sparsi nel pavimento e poi riconoscerli. Contemporaneamente, dagli altoparlanti, sistemati verosimilmente sul soffitto, provenivano voci maschili e femminili, che in diverse lingue [...] elencavano gli oggetti che si trovavano nella sala, ma anche altri [...] Nell'ultima sala, ugualmente illuminata come la prima, ma non più spaziosa di una cabina elettorale, il visitatore doveva annotare su un foglio di carta tutti gli oggetti che credeva di aver riconosciuto [...] Dopo aver lasciato il foglio in una scatola, il visitatore apriva una tenda di velluto, e si trovava in una scala che conduceva fuori dalla galleria, sulla strada''.
Quando esce da questa galleria, Slavko si accorge di avere le mani sporche di sangue, che proverà inutilmente a pulire e a nascondere nelle tasche. Egli, come scrive Albahari, "avrebbe potuto volare, se solo lo avesse voluto, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa, non gli venne in mente nulla, ma sentiva che nulla ormai, nulla, sarebbe stato come prima''. A questo campanello di allarme, metafora e presagio della tragedia imminente, ne seguono altri: qualcuno recapita al protagonista alcuni dossier nei quali il suo "caro amico'' Davor Miloš risulta essere un informatore dei servizi segreti. Anche Slavko è cambiato, parla con veemenza di questioni etniche, di scelte politiche, dalla sua borsa spuntano i Protocolli dei savi di Sion, mentre nei suoi discorsi accenna frequentemente al "complotto giudaico-massonico''. Sua moglie, Metka, che scopriamo essere di origine slovena, rimane su posizioni diametralmente opposte a quelle del marito e questo, insieme alla repentina partenza dovuta alla coscrizione obbligatoria di Slavko, contribuisce al riavvicinamento e alla successiva passione tra Metka e il protagonista.
Ma gli eventi precipitano e, ovviamente, volgono al peggio. Metka, che si impegna nelle organizzazioni pacifiste che offrono ricovero ai disertori, rimane incinta e viene uccisa con un colpo di pistola da Slavko che subito dopo rivolge l'arma contro se stesso. A questo punto il protagonista decide di abbandonare il suo paese. Comincia così una fuga nella quale il protagonista cerca disperatamente quanto inutilmente di sottrarsi ai fantasmi che lo inseguono. Al termine di questa fuga l'autore trova come unica via di salvezza la scrittura, con la quale proverà a ricucire i profondi strappi e le ferite inferte dalla tragedia del suo paese nella sua coscienza e nella sua anima. "Ecco, è finito, Ora devo solo scrivere il titolo''. Così si chiude questo romanzo che è anche una riflessione sull'arte e sulla scrittura.
La scena più toccante del libro è senza dubbio quella in cui il protagonista, prima di abbandonare il suo paese, va a visitare la tomba di Metka, sulla quale depone un sasso, secondo l'uso ebraico. Più in generale è assolutamente efficace il modo in cui l'autore riesce a raccontare l'incombere della tragedia che, successivamente, stravolge e distrugge le vite dei protagonisti. Sotto questo punto di vista {\em Il buio} è un perfetto romanzo "balcanico" (non a caso ha anche vinto il Premio Balkanica). Qualche dubbio, ma non è questa la sede per parlarne, suscitano in me tutte quelle opere legate ad immani tragedie che a volte sembrano voler toccare le corde emotive del lettore. In questo caso sarei propenso ad assolvere l'autore da questa accusa: la voce del protagonista-autore appare infatti sincera e credibile, lucida e dolente, ma mai patetica.
Albahari rappresenta certamente uno scrittore di razza, purtroppo pressoché ignorato qui in Italia, e meriterebbe certamente una ben maggiore attenzione da parte dei nostri media, visto che questo romanzo infatti rimane tutt'oggi, a sei anni dalla sua pubblicazione, una delle migliori testimonianze letterarie sulla tragedia jugoslava.

 
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