J. Pilch
Sotto l’ala dell’Angelo Forte
traduzione di G. Kowalski e L. Pompeo, Fazi editore, Roma 2005
(Recensione di Lorenzo Pompeo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 508-509
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L’autore di questo romanzo, tra i maggiori scrittori contemporanei polacchi, con all’attivo oltre una decina di romanzi, nasce nel 1952 a Wisła, una piccola cittadina della Slesia orientale, in una comunità protestante (circostanza che tornerà spesso nei suoi romanzi). Nel 2001 ottiene con questo romanzo il premio Nike, il più prestigioso premio letterario polacco che gli aprirà le porte della scena letteraria internazionale (il romanzo è stato già tradotto in francese, spagnolo, tedesco, russo). Il protagonista di Sotto l’ala dell’Angelo Forte è Juruś, uno scrittore affermato (le ispirazioni autobiografiche sono scoperte) e il libro è la confessione-diario dei suoi frequenti soggiorni presso il reparto degli alcolisti cronici. Juruś, nei suoi ripetuti soggiorni ospedalieri, ha l’abitudine di mettere generosamente la sua raffinata penna a servizio degli altri alcolizzati, costretti dal programma di recupero a tenere un “diario dei sentimenti”. Così la biografia del protagonista, la sua vita, la sua scrittura e quella degli altri personaggi si incrociano e si contaminano in un’atmosfera sospesa tra la realtà, il delirio (alcolico e non) e la creazione letteraria, tra la vita e la morte, condita da frequenti digressioni nel campo della “filosofia etilica”, materia che l’autore dimostra di conoscere a perfezione.
I personaggi che popolano la clinica, dal dottore-filosofo Grenada al terapeuta Mosè alias “io, l’Alcool”, che conduce le sedute di autocoscienza, sono una società silenziosa di ribelli, perdenti, alcolizzati, malati, persone sole, una galleria di personaggi strambi. Don Giovanni Ziobro è un barbiere che non riesce a tenere il passo con un mondo ormai dominato da visagisti e stilisti e dove il suo meticoloso artigianato è inutile. Non gli resta quindi che preparare l’alcool denaturato seguendo una raffinata ricetta, preparata con la sua proverbiale precisione. Colombo lo Scopritore non ammetterà mai la sua disfatta, passeggerà con la traduzione francese del Nuovo testamento sotto il braccio non capacitandosi del motivo della sua permanenza nel reparto. È perfettamente in grado di risolvere qualsivoglia dilemma filosofico, ma il razionalismo e il pessimismo pragmatico crolleranno in un attimo a seguito degli attacchi epilettici. Simone il Buono è un giovane volenteroso studente di ingegneria che nei suoi deliri alcolici è preda di strambe visioni mistiche.
Tutti questi personaggi sono maschere grottesche che vivono al margine di una società ormai irrimediabilmente cambiata, che si è scrollata di dosso il grigiore real-socialista, ma che non riesce a offrire risposte convincenti a quelli che, come Juruś, continuano a ricercare le ragioni della propria esistenza nella “filosofia etilica”. Questa galleria di maschere, con le loro manie, le loro ossessioni e i loro deliri, accompagnano Juruś verso l’ultima stazione del suo calvario alcolico in un festoso carnevale, se non fosse per l’apparizione di Alberta-Ala, colei la quale, al termine di un lungo e faticoso cammino (in un certo senso il romanzo potrebbe essere considerato una lunga seduta di psicoterapia) nei ricordi di una vita intera, riesce a deviare il corso degli eventi verso la salvezza.

 
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