D. Danilov
Černyj i zelenyj
Krasnyj Matros, Sankt-Peterburg 2004
(Recensione di Laura Piccolo)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 516-518
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Dopo Volšebnaja Strana [Il paese incantato] di Michail Belozor, la casa editrice pietroburghese Krasnyj Matros guarda di nuovo a Mosca, pubblicando il sesto libro dei membri del gruppo Osumasšedševsie bezumcy [i folli impazziti]. Si tratta di una raccolta di prose dello scrittore Dmitrij Danilov (Mosca 1969) riunite sotto il titolo Černyj i zelenyj [Nero e verde], nomi e colori dei principali tè che condurranno Dmitrij, o il suo io narrante, attraverso piccole avventure di un delicato viaggio esistenziale.
A metà degli anni Novanta, perso il lavoro di giornalista, lo scrittore ha cercato di barcamenarsi nelle maniere più impensabili: inizialmente impegnato a scrivere articoli di notte presso l’agenzia giornalistica Postfactum, rappresentante poi di cartoline d’auguri sino a reinventarsi venditore di tè. L’inedita professione lo porterà a continue spedizioni, tra partenze e ritorni nel territorio moscovita e in quello del Podmoskov’e, la serie di cittadine e centri abitati, più o meno grandi, che si estende, oltre la città, a partire dall’estremità dei rami della metropolitana. Ogni giorno Dmitrij batte quest’ideale tutta russa “via del tè” tra i frammenti di una nuova epica del quotidiano, in un microcosmo lontano dalla caotica vita della capitale. Treni e stazioni si succedono pagina dopo pagina, divenendo il punto di “fermentazione” delle fragranze e delle storie che ruotano intorno alle colorate e leggere bustine di tè: lo spazio narrativo si trasforma allora in un “elogio” della bevanda tra sapori, fragranze, abitudini dei diversi popoli, mode del momento, tra foglie, polveri, grani, marche, modalità di preparazione.
Il rapimento estatico dello straniante e variopinto bouquet di aromi e colori è troppo eccezionale per essere vissuto a lungo. Il protagonista sente di non poter percorrere per sempre la via del tè, proprio perché smetterebbe di amarla: “me ne stavo lì a guardare i campi e si fece chiara la comprensione che era l’ultimo viaggio, che era tempo di farla finita col commercio del tè, non perché mi avesse stufato del tutto, no, si sarebbe potuto e ancora, ma non avevo voglia di attendere il momento in cui sarebbe sorto l’odio verso questo lavoro e verso di me, che questo lavoro lo facevo, e che era tempo di finirla”. Inizia allora un cosciente conto alla rovescia attraverso le ultime tappe di un viaggio che ha qualcosa di “stra-ordinario” nell’ordinario.
Esploratore dello spazio e del tempo del post-perestrojka, capace di unire al piccolo commercio all’ingrosso una nuova forma di stranničestvo [pellegrinaggio], l’avventura individuale di Dmitrij è lo specchio della situazione nella quale si è venuta a trovare la maggior parte dei cittadini dell’ex Urss sul principio degli anni Novanta: la quasi inconsistenza dei beni commercializzati da Dmitrij suggerisce la fragilità economica di un’intera generazione che si è dovuta ridisegnare in un nuovo modello politico-economico. Attraverso la descrizione di questi paesaggi periferici e marginali, lo scrittore riesce a evocare questo spaccato storico e sociale dello scorso decennio.
Dietro il lieto filtro della viva curiosità dell’io narrante, si cela una realtà silenziosa e assente: il mondo nel quale Dmitrij porta l’aroma del tè sembra abitato da “anime morte”. Il vivido sguardo del viaggiatore si scontra contro l’immobilismo del mondo che lo circonda, vittima, forse, di un antico sortilegio: “gli dei crearono Mosca e la regione di Mosca ridenti, affabili e giudiziose, con un pizzico di follia, appositamente perché qui fosse bello, ma non troppo, e con un leggero sapore di miseria e di pazzia e perché qui fosse un po’ enigmatico e perché ogni persona che vive qui, sulla base di una registrazione permanente, oppure venuto temporaneamente per qualche sua faccenda, potesse rimanere di stucco per qualche minuto oppure ora, standosene immobile in una storta baracchetta, nell’edificio dell’amministrazione regionale o alla stazione ferroviaria di Lobnja, senza pensare a nulla, e notare una qualche cosa per la quale i capelli si drizzino sulla testa e che poi non si possa dimenticare mai più fino alla stessa morte”.
Nel percorrere quest’anello d’oro dei tannini, nonostante i pochi chilometri di distanza, tra clienti radi o, addirittura inesistenti, i viaggi del mercante del tè assumono carattere di distanze epiche mosse dall’invisibile movimento degli astri: “una settimana andai a Nord, la seguente a Est, poi a Sud e la quarta settimana a Ovest. In un mese si era completato un giro intero in senso orario, e in questo c’era una qualche piacevole cosmologia pagana”. I mesi si fanno epoca e i chilometri del Podmoskov’e sembrano estendersi per il globo dando ai viaggi interregionali di Dmitrij, forse anche a causa del suo sangue per metà spagnolo, il gusto delle lunghe rotte di antichi esploratori. Le perlustrazioni di questi continenti dimenticati porta comunque dei risultati e alla soddisfazione che invade il navigatore, non tanto per quel che di nuovo scopre, quanto per il piacere di viaggiare: “una volta vagai a lungo e senza senso per Kolomna alla ricerca degli acquirenti del tè, qualcosa ho venduto, ma proprio poco, giusto per coprire il costo del viaggio, giunsi alla stazione ferroviaria Golutvin (si è proprio a Kolomna ma la stazione si chiama così), rimasi seduto a lungo in attesa dell’električka, arrivò l’električka da Rjazan’, viaggiai a lungo fino alla stazione di Vichino, e avevo quella stanca e piacevole sensazione di un grande viaggio che, sebbene non avesse portato dei risultati visibili, aveva avuto dei risultati invisibili, alcuni di poco conto, ma degli importanti mutamenti erano occorsi nell’anima e grazie per questo alla città di Kolomna, zona centrale della regione di Mosca”. L’odissea del tè si conclude tra gli schizzi di alcune cittadine della regione di Mosca, dei piccoli capolavori della parola che si fa ancora più espressionistica: i colori pervadono ogni campo della linea descrittiva animando di vita, almeno per le pagine del libro, questo mondo in bianco e nero rimasto ai confini della capitale.
La prosa di Danilov è leggera e delicata, il tono pacato, lento, sereno. Nessuna idiosincrasia, nessun épatage postmoderno, le frasi si susseguono nella loro semplicità, per raccontare una storia. La parola è frutto di un’attenta osservazione che va oltre l’assenza e il vuoto: lì dove nessuno vedrebbe qualcosa da raccontare, una stazione abbandonata, una via ripudiata di una Russia lontana, l’occhio dell’autore riesce a rintracciare la sua storia, poiché questi luoghi deserti meritano di essere raccontati anche solo per il fatto di essere “bocconi di superficie della terra”. Il ritmo della narrazione non procede a velocità costante: a volte si tratta di un tempo cinematografico non interrotto da punti, dove le virgole si susseguono ricostruendo l’accumulazione degli oggetti osservati. In altri momenti lo sguardo si fa fotografico e le frasi si tramutano in brevi flash tradotti sulla carta in sintagmi spezzati, periodi brevi a volte composti da un unico sostantivo. Nel libro non sono quasi inclusi dialoghi eppure questi sono evocati attraverso una precisa tecnica narrativa che fa degli incontri e delle parole scambiate da Dmitrij con i suoi interlocutori, una partitura da coro, delle voci sparse e confuse all’interno dello stesso paesaggio: “la venditrice. È evidentemente merceologo, lei è in generale tutto quello che c’è di locale. Sì ricordo, noi da voi abbiamo ordinato, è possibile il prezzo sui libri, guarda, fa degli appunti sul blocco degli ordini, mi mostri le cartoline, sì, le sue cartoline sono belle, allora ne prendo ecco queste dieci e queste quindici, di più adesso non si può fare, è sempre estate, ma vanno via bene, vicini all’autunno ne prendiamo ancora, di più, certamente, torni, sì, certamente, tornerò grazie a lei, grazie a lei, arrivederci, arrivederci”.
Giunti all’ultima pagina, si chiude il libro e si guarda alla copertina, forse inizialmente ignorata nell’urgenza di scoprire il significato della metonimica segnaletica appesa sulla strada in bianco e nero. Solo allora, tra “il nero e il verde”, s’intravede la figura di un uomo, l’autore, di spalle, lontano, su una strada fuori città dal selciato irregolare, e con lui, nella pesante busta bianca e nello zaino, le sue bustine di tè e di storie…

 
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