M. Belozor
Volšebnaja strana
Krasnyj Matros, Sankt-Peterburg 2003
(Recensione di Laura Piccolo)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 274-275
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Di Volšebnaja strana [Il paese incantato] ogni pagina assume un significato particolare, a cominciare dalla copertina. Cartoncino giallo ocra, senza foto né immagini, l’autore e il titolo riportati nel riquadro centrale, tutt’intorno una cornice, anzi un muro di segni che, a guardar meglio, si tramutano in parole: “extra russkaja moskovskaja kubanska imbirnaja sibirskaja stoličnaja”. Sono i nomi, più che noti, delle principali bevande alcoliche russe. Benvenuti nel paese incantato! Le prime frasi che l’occhio distingue suonano come un cordiale saluto: “Amici cari! Volšebnaja strana non è troppo grande, ma è un bel libro. Di cosa tratti sarà facile capirlo dopo aver letto la prima pagina. Posso solo aggiungere che è un libro molto triste e direi persino tenero […]. Tutto quello che è narrato è la pura verità, senza una goccia di invenzione”.
Intrufolandosi di soppiatto tra i “cari amici” dell’autore, non resta che avventurarsi in questo viaggio imprevisto. La meta è lontana e vicina, i personaggi che si incontreranno estranei e familiari. Lo sguardo dell’autore si sposta nello spazio e nel tempo, giungendo in una città, Rostov-na-Donu, a circa 1200 chilometri da Mosca e a 46 dal Mare di Azov. Il tempo è quello del vissuto, quindi sfumato, dilatato, lacunoso eppure così denso e vivo in ogni suo attimo. I limiti cronologici più precisi sono riconducibili alla “biografia alcolica” dell’autore, (oggi membro della formazione letteraria Osumasšedševšie bezumcy), ovvero dalla fine degli anni Settanta quando, con una convenzionalità tutta personale, Belozor sancisce il suo battesimo all’acquavite, sino al 12 aprile del 1996, giorno dell’astronauta, nel quale smette di bere. Rostov-na-Donu perde allora i suoi connotati geografici, per trasformarsi nel paese del ricordo. I suoi abitanti altri non sono che gli amici dello scrittore, persone sempre speciali, alcolisti e alcolizzati sì, ma allo stesso tempo, scrittori, pittori e artisti: “nella nostra compagnia la giovanile infatuazione alcolica aveva un’origine letteraria - Se siamo pittori, scrittori e poeti, allora dobbiamo bere vino (e di conseguenza anche vodka)” (p. 8).
Volšebnaja strana è al contempo una doppia metafora: da una parte è Belozor stesso a confidare la scelta del titolo: “esiste una grande quantità di parole ed espressioni, caratteristiche e comprensibili al bevitore, da lui amate, riconosciute come una qualche lingua speciale, di un qualche paese speciale” (p. 12). L’alcol è la chiave d’accesso per un luogo “magico”, una parola segreta, un segnale di riconoscimento fra pochi intimi. Ma Volšebnaja strana è anche il territorio sconfinato della memoria (“questo libro non è un taccuino, né una raccolta di aneddoti. Sono forse memorie? Probabilmente sono memorie”) dove il passato, attraverso la parola, ha il potere di rigenerarsi e di rivivere anche solo per la durata delle pagine di un libro. La toponomastica del viaggio intrapreso riserva delle sorprese. Ogni capitolo non porta il nome di una località intermedia, ma di un volto: Advej Stepanovič Ter-Ogajan, Valerij Nikolaevič Košljakov, Vitkor Asaturov, Miroslav Maratrovič Nemirov, solo per citarne alcuni. È l’alcol, il filo rosso che ha tessuto e intrecciato i diversi destini di questi personaggi del panorama artistico e letterario degli ultimi vent’anni. Alcuni di loro sono ormai morti. Per ricordare sia loro che i superstiti di questo viaggio, alle parole seguono 36 pagine di fotografie, un percorso visivo parallelo a quello verbale dei capitoli precedenti. Il libro si chiude con un’appendice dove sono precisati aspetti, dettagli biografici, cronologici, sino ai domicili di questa compagnia fuori dall’ordinario.
Lo stile è lineare, colorato da espressioni del parlato, i procedimenti retorici ridotti al minimo. I nomi echeggiano prepotenti nel periodo, rifiutando di farsi sostituire dai pronomi. I capitoli sono infatti suddivisi al loro interno in paragrafi, ognuno dei quali possiede una vita storica e sintattica autonoma nei confronti del materiale precedente e successivo: sono delle brevi cronache umane e alcoliche, dei frammenti di memoria giustapposti in ordine cronologico, ma capaci di staccarsi dal testo e divenire aneddoto. Ed è proprio questa caratteristica, unita alla tematica del ricordo di un periodo di profonda amicizia e affinità artistica consolidata dall’alcol, ad avvicinare l’opera di Belozor alla memorialistica del gruppo pietroburghese dei Mit’ki, il cui destino è da sempre unito in positivo e in negativo a quello dell’alcol: non a caso A. Florenskij ha curato la parte grafica del libro pubblicato dalla casa editrice mit’koviana Krasnyj Matros di Michail Sapego. La Volšebnaja strana di Belozor pare aver stregato anche i Mit’ki che, attraverso le parole di Vladimir Šinkarev, sul retro copertina, ammettono di riconoscersi nella cronaca di questo “storico” che ha raccontato non il crollo dell’Unione sovietica, quanto una generazione intera di artisti e letterati. Da Pietroburgo a Mosca, fino a Rostov-na-Donu, al centro come in periferia, si è vissuto nel meraviglioso paese dell’alcol, almeno finché l’incanto non ha lasciato il posto alla malattia e, in alcuni casi, alla morte.
Se la Russia ha trovato per ogni sua generazione un metodo per “dissipare i suoi poeti”, l’ultima arma di annientamento del zastoj sembra essere stato proprio l’alcol. Eppure Belozor sente ancora il fascino di una gloriosa stagione di autoannullamento dell’intelligencija, di un’epoca che, sebbene colpevole di devastazioni epatiche, ha racchiuso in sé qualcosa di profondamente etico, oggi forse irrintracciabile.

 
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